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mercoledì 26 marzo 2014

Gli ungulati si riprendono i boschi



Gli ungulati, non i cingolati, si stanno riprendendo i nostri boschi, stando ad un paginone di La Repubblica di ieri. Meno male, potremmo dire, meglio cervi, camosci, daini e cinghiali che i carri armati. Non c’è dubbio. Perché poi abbiano messo insieme nello stesso mazzo cervi e cinghiali, timidissimi gli uni, sfrontati e aggressivi gli altri, con il pretesto di unghiotti robusti ai piedi, è un mistero.
Resta il fatto che i boschi stanno ritornando a popolarsi di quegli animali che li hanno sempre abitati insieme con i pochi uomini che condividevano le terre emerse con loro.
C’è da preoccuparsi? Non direi; come al solito, basta non esagerare. Per decenni abbiamo sentito le litanie sullo spopolamento: la foca monaca, la foca monaca! Adesso rischiamo di esagerare in senso opposto. Finché noi abbiamo le doppiette e i cinghiali no, se esagerano e diventano troppo aggressivi e numerosi una sfoltitina gliela possiamo sempre dare… senza esagerare, naturalmente. La lezione dovremmo averla imparata. Non è più il tempo in cui i cacciatori di bisonti, alla fine di una giornata,  lasciavano sulla prateria agli avvoltoi e agli altri animali spazzini centinaia e centinaia di bufali, riducendo in pochi anni la popolazione di bovini selvatici da tre milioni a poche centinaia.
Da ragazzo, prima di appendere al chiodo la doppietta, partecipai a qualche “cacciarella” nella maremma senese. Oggi si chiamerebbero “operazioni di contenimento della specie”, ma anche allora si trattava di abbattere soltanto alcuni cinghiali vecchi, risparmiando i giovani esemplari.


Erano belle spedizioni, bene organizzate, che coinvolgevano decine fra cacciatori e battitori e almeno un centinaio di cagnolini coraggiosissimi: i veri protagonisti della battuta. L’arrivo di un cinghiale incalzato dai segugini si avvertiva dal rumore che l’animale produceva strisciando di corsa con veemenza contro i cespugli del fitto sottobosco maremmano. L’animale lo si vedeva soltanto all’ultimo e, in un attimo, bisognava decidere se sparargli o risparmiarlo alzando il fucile orizzontalmente sopra la testa. Questo segnale significava: “lasciatelo passare; nessuno spari”, ma non sempre veniva rispettato. Uno scemo fra tanti c’è sempre, ma qui la scemo diventa anche pericoloso e non solo per il giovane cinghiale. Gli altri cacciatori disposti in fila sono pericolosamente vicini e rischiano di diventare il bersaglio involontario.
Se tutto va bene e non ci sono vittime o feriti fra cani –i più esposti- cacciatori e canai, rimangano a terra soltanto alcuni vecchi cinghiali dal muso inequivocabilmente canuto. Com’è noto uomini e maiali (e i loro cugini selvatici) si assomigliano moltissimo e, invecchiando, incanutiscono.


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