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giovedì 24 maggio 2012

A tambur battente

“A tambur battente”. Proprio così gli avevano detto. Era la prima volta che la sua solerzia di galoppino veniva spronata con quella frase, invece che dallo scontato “… e sbrigati!” o da più arzigogolate allusioni derisorie alla sua calma imperturbabile. Il primo risultato fu di bloccarlo completamente in un’analisi senza scampo della frase nello spogliatoio in fondo al capannone, suo abituale rifugio quando l’aria in giro era troppo elettrica.
Esattamente cosa voleva dire “A tambur battente”? Di corsa, al ritmo dei tamburi come i bersaglieri? Lui della fanfara dei bersaglieri ricordava solo le trombe, ma non si sentì di escludere anche tamburi battenti, nelle retrovie.
Quindi il padrone, che poi era suo zio, gli aveva voluto dire “di corsa”, né più né meno, ma donde sbucava quella novità militaresca?
L’imputata più probabile era la televisione. Altro che scerscè la fam come dicevano i francesi; un telefilm in costume all’ora di cena doveva essere il responsabile. Per forza, in fabbrica c’erano solo normali analfabetoni che non avrebbero potuto pronunciare una frase del genere neanche sotto tortura, e le abitudini nottambule della zio non si spingevano oltre le nove, salvo partite della nazionale; quindi niente dibattiti e film impegnativi.


Un romanzo in carta e ossa era ancora più improbabile: lo zio era astemio in fatto di letture e non si lasciava corrompere neanche durante la messa di Natale, quando tanti virtuosi come lui facevano finta di leggere il messale, per una volta.
La tentazione di andare a cercare un radiocorriere, per scoprire il titolo dello sceneggiato della sera prima e accertarne la colpevolezza era grande, ma sull’istinto prevalse il buon senso: rovistando con calma nel ciarpame del ripostiglio trovò due bacchette di fortuna, uno scatolone su cui battere e un canestrino da mettere in testa: un bersagliere senza cappello era improponibile. Alle penne di gallo dovette rinunciare, ma così bardato entrò trionfalmente fra i bancali dove gli operai, giustamente, interruppero le loro prosaiche attività per tributagli tutta l’attenzione dovuta.
Più a tambur battente di così non si poteva pretendere da un fattorino.

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