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domenica 9 marzo 2008

Katzenbergen

mar. 04 novembre 2003 Katzenbergen

Piantare baracca e burattini e partire era diventata un'abitudine alla quale non sapeva rinunciare. Sosteneva che un tipo sveglio, e lui si riteneva tale, poteva andare a vivere in India e camparvi confortevolmente, se aveva cinquecento dollari in tasca e sapeva come tenerli in movimento e farli fruttare.
Avevo avuto notizie di questa sua teoria e della sua imminente partenza da un amico comune che lo descriveva come un tipo originale dal cognome esotico: Katzenbergen. A circa venticinque anni, non si era fatto intralciare dalla pretesa di concludere studi superiori, aveva condotto una vita abbastanza raminga, se non proprio avventurosa, arrangiandosi come poteva, durante i suoi soggiorni all'estero. Credo che la faccenda si concretasse principalmente in saltuari impieghi come sguattero e cameriere.
Alle uscite seguivano immancabilmente i ritorni per leccarsi le ferite, dormire e mangiare meglio. Quando lo conobbi si era appena licenziato da un discreto impiego in una ditta per il trattamento delle acque che lo pagava piuttosto bene, dopo avere investito su di lui parecchio, sotto forma di lunghi corsi di addestramento residenziali sul lago Maggiore.
Aveva deciso che era ora di partire all'insegna del "vendo tutto e mi ritiro". Doveva raggranellare i fatidici cinquecento dollari con i quali sarebbe vissuto da pascià, comprando, per poche rupie, un pesce madornale, ancora guizzante, direttamente dalle mani del pescatore, per cucinarlo alla brace sulla soglia di una fresca capanna, al cospetto dell'oceano indiano, mentre un sole dell'altro mondo arrossava le nubi all'orizzonte.
Per assecondarlo, comprai da lui un grosso cavalletto fotografico di alluminio che ancora oggi ruba spazio in qualche armadio di casa, senza essersi mai reso utile in vita sua, poi lo persi di vista completamente: sparito nel nulla remoto di una paese estraneo a me come nessun altro, finché, dopo mesi, non ebbi notizia che si era fatto vivo. Aveva scritto una cartolina al suo amico chiedendogli di mandargli qualche dollaro per aiutarlo ad uscire dallo stato di completa indigenza in cui versava, ospitato dai monaci che fornivano a lui, come ad altre centinaia di disgraziati, la famosa tazza di riso al giorno.
E i cinquecento dollari di eterna sopravvivenza? Dalla cartolina illustrata di un bel tramonto sull'oceano indiano non emergeva che fine avessero fatto.




Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar. 04 novembre 2003 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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