In questo sito appare una selezione di blogspot gia' apparsi sul mio blog personale
prima del 9 Aprile 2008, data di apertura di questo blog.

Da allora in poi, ne e' una replica fedele.


Mie foto su Flickriver

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mercoledì 3 giugno 2020

Fargo


Sotto la luce bianca sconfinata
Di una immensa pianura innevata
Nel freddo e nel gelo senza pietà
Annaspava insensata una comunità
Dall'ilnclemenza del clima sovrastata

Primavera


Con un fragore verde e silenzioso 
La primavera cacciava l'inverno ozioso
Che spogliati gli alberi costringeva gli animali
Nelle loro anguste tane invernali
Annichilendo i boschi con ombre spettrali

lunedì 1 giugno 2020

L'assoluto


gatto di notte

Di notte tutti i gatti sono bigi 
Di giorno solo i bigi sono bigi
Cosa desumere dalla dotta asserzione?
Che è ingannevole la nostra percezione
Meglio astenersi da perentorie affermazioni 

I due lupi


Secondo la leggenda dentro a ciascun uomo
Un lupo cattivo combatte contro uno buono
Dei due il più nutrito diventerà più forte
Prevarrà sull'altro e gli darà la morte
Ma decidere chi nutrire tocca all'uomo

domenica 31 maggio 2020

Il Falcone


Moto Guzzi Falcone
Moto Guzzi Falcone

Del rosso Falcone la maggiore credenziale
Era l'essere la moto della polizia stradale 
Il rombo soffocato del suo grosso motore
Assomigliava al battito di un ciclista scalatore
Lenta e pesante non é mai stata nel mio cuore

sabato 30 maggio 2020

Corampopulo


A Corampopulo piaceva stare in compagnia
Moltissimi tanti pochi uno purché sia
Anche per strada in treno in metropolitana
Attaccava discorso con la gente più strana
Considerando la solitudine una condizione disumana

venerdì 29 maggio 2020

Sindrome della capanna

I dotti chiamano sindrome della capanna
La voglia di stare in casa a far la nanna
Invece di uscire in strada con la mascherina
A fare una solitaria insulsa passeggiatina
Senza neppure una cioccolata con la panna


giovedì 28 maggio 2020

Accarezzava i ricordi

In certe giornate buie e piovose
Accarezzava i ricordi come gatte affettuose
Li lasciava tornare in onde confuse
Ora nitidi ora come nebbie diffuse
Più sogni che vicende realmente concluse


La voce del mare

Per capire la voce del mare
Non devi metterti a studiare
Basta camminare fino alla sponda
Dove arriva e si frange l'onda
Chiudere gli occhi e ascoltare


martedì 26 maggio 2020

Le Petit Zinc

Alla fine di un giro vizioso della memoria
Si ritrovò a pensare una vecchia storia
Della ragazza ricordava la risata sonora
Non il suo nome ma il luogo e l'ora
Chissà se quel caffè d'angolo c'era ancora


lunedì 25 maggio 2020

Il labirinto

"Minotauro y yegua muerta delante de una niña y gruta contro velo" Pablo Picasso - olio

Si era perso nel labirinto della vita
In una estenuante ricerca infinita
Senza trovare un Minotauro feroce
Senza speranza di raggiungere la foce
E neppure quella di finire in croce


Il reduce

Buddha di Damiyan

Il suo era un viso senza identità
La cenere grigia di una civiltà
Macerie polverose di una vita
Carte abbandonate a fine partita
Di una mano persa senza essere finita

domenica 24 maggio 2020

In anticipo


Sapere in anticipo cosa devi fare
Quando ti accingi a lavorare
Sarebbe una forma di preveggenza
Più utile di altri aspetti della conoscenza
Ma non è così facile da insegnare


venerdì 22 maggio 2020

Ladrones

Sì vuoi provare un'esperienza sorprendente
Prova a chiudere un tuo conto corrente.
A dissuaderti ci prova prima un gentile signore
Ma se non basta manda a chiamare il direttore
Che ti tratta come un miserabile volgare malfattore


mercoledì 20 maggio 2020

Lento pede

Non gli piaceva tanto correre quanto camminare
Specialmente in campagna e sulla riva del mare
Era la cadenza dei passi a tracciare i sentieri
sui quali stendeva la catena di pensieri
Se invece correva smetteva di pensare

lunedì 18 maggio 2020

Il cerchio di legno

Al tempo in cui i maschietti della contrada
Giocavano a palla e si azzuffavan per strada
Le bambine guidavano con un bastoncino
Un cerchio di legno dentro al giardino
Fin da piccole prigioniere del loro destino


domenica 17 maggio 2020

Il barone russo

Ciesa del Salvatore a San Pietroburgo

Il barone russo alla prima apparenza
Sembrava sull'orlo dell'indigenza
Parlava nel modo comico e sgrammaticato
Di chi l'italiano non l'ha mai imparato
Un povero vecchio solo e perseguitato


sabato 16 maggio 2020

La bugadera


Due maestose mastelle di legno cerchiate
Troneggiavano al centro come se vi fossero nate
Né sovrumana forza né imperio divino
Avrebbero potuto relegarle in un angolino
Alla stregua di un vecchio sordido tino


venerdì 15 maggio 2020

Il comignolo

Di un grosso comignolo senza arte né storia
Conservo una indelebile ingiustificata memoria
Sollevando gli occhi dalle mie letture estive
Non vedevo bucoliche rumoreggianti sorgive
Ma la sua prosaica stazza di mattoni senza gloria


mercoledì 13 maggio 2020

Commissione ad acta

Importanti studi recenti sulla percezione
Sostengono che l'abitudine induca assuefazione
Ciò nonostante ancora molto resta da capire
Dell' ambivalente rapporto tra sonno e dormire
Lumi si attendono da un'apposita commissione


martedì 12 maggio 2020

Il biroccio

Il robusto comune biroccio nostrano
Ha due ruote un cavallo e un ripiano
Puoi caricarlo di fieno profumato
Di ciocchi di legno bello stagionato
Ma lascia il cavallo brucare nel prato


lunedì 11 maggio 2020

Wisteria Sinensis

Nutrito da misteriose radici latenti
sotto il rude selciato e i pavimenti
Un poderoso glicine attorcigliato
Si arrampicava sul muro scrostato
In una nuvola di profumo colorato


venerdì 8 maggio 2020

Indovinello: Nasce bianca...


Nasce bianca molle sottile e rotonda
Per diventare piuttosto rigida e bionda
Quella vera in Romagna la devi cercare
Ma ormai in mezzo mondo la puoi trovare
Sulla piastra rovente la devi preparare 

Indovinello: Un tempo...




Un tempo erano famose le nere incartate
Ma c'erano anche le dure e colorate
Adesso le mettono in un contenitore
Che scosso produce un allegro rumore
Non dirmi che non ne hai mai mangiate

giovedì 7 maggio 2020

Spionen

La celebre spia sovietica Richard Sorge


C'era una volta come in una favola
Una vecchia spia seduta a tavola
Mentre stava per raccontare storie antiche
Segrete e destinate solo ad orecchie amiche
La morte lo punì togliendogli la parola

Guai a chi impara

Guai a chi impara


Da questa triste esperienza cosa abbiamo imparato
Che le sorprese più imprevedibili sono in agguato
Aprire una scatoletta di fagioli e trovarci un serpente
In confronto a questa catastrofe non sarebbe sorprendente
Ma fra due generazioni sarà tutto dimenticato

mercoledì 6 maggio 2020

A spillo




Una domanda mi assilla in queste meste giornate
Che fine faranno le scarpe eleganti mai portate
Quando alla fine di questa lunga pandemia
Le signore potranno tuffarsi in calzoleria
Alla ricerca di scarpine nuove più ricercate

Tampere


L’aprire il cassetto fu un gesto meccanico, quasi involontario. Superata la solita riottosità della porta esterna, la camera appariva ordinata, austera, perfino elegante nella sua sobrietà.
Anche il bagno, senza finestre, ma non angusto, gli era parso ordinato e confortevole, secondo lo standard nordico. Cosa si aspettasse di trovare nel cassetto del comodino non è dato sapere, sempreché il gesto nascesse da una effettiva curiosità d’ispezionarne il contenuto. Nulla, probabilmente, o la solita bibbia dei paesi protestanti. Certo una bibbia in finlandese non sarebbe stata una lettura ideale per prendere sonno.
Ad un primo sguardo il cassetto semiaperto sembrava vuoto, ma nel richiuderlo frettolosamente, sentì un leggero tonfo, come se un oggetto morbido si fosse arrestato contro una parete, strisciando o rotolando sul fondo.
Il fruscio, inatteso e inesplicabile, lo sorprese. Con delicatezza, afferrò nuovamente la maniglia per riaprire il cassetto, ma si trattenne, in attesa di ulteriori segnali.
Per esperienza sapeva che nelle camere d’albergo si trova di tutto: sveglie, radioline, caricabatteria, tappi per le orecchie, occhiali inservibili, scatole di medicinali misteriosi. Più di una volta aveva contribuito lui stesso ad alimentare la caccia al tesoro con oggetti, perduti per sempre, che cameriere frettolose avrebbero lasciato dove li aveva dimenticati.
Dal cassetto vuoto non usciva più alcun rumore, se mai ne era uscito uno. Istintivamente fiutò l’aria: il solito odore impersonale, impercettibilmente profumato di finta aria fresca, delle camere d’albergo ben tenute. Raggiunse il centro della stanza e si guardò attorno nuovamente, ma con maggiore attenzione.
Sul tavolo l’abituale attrezzatura per scrivere ed un ventaglio d’istruzioni e depliant turistici e pubblicitari. Sul televisore acceso e silenzioso uno stupido messaggio di benvenuto: avevano sbagliato il suo cognome, ma di una sola lettera.
L’armadio ad ante scorrevoli era aperto e vuoto. La porta era chiusa, ma le due finestre luminosissime, che occupavano una parete quasi per intero, avevano le tende aperte e lasciavano vedere chiaramente un rado andirivieni di persone nelle stanze del palazzo di fronte: un ufficio sicuramente. Erano le cinque e mezzo, di lì a poco l’ufficio si sarebbe vuotato e le luci sarebbero rimaste spente. Ad ogni modo decise di tirare le tende leggere che avrebbero dovuto proteggerlo dagli sguardi esterni.
Ristabilita la privacy, si tolse la giacca, guardò l’orologio: mancavano ancora un paio d’ore prima della cena. Caricò la pipa e l’accese; la poltroncina era comoda. Riaccese meglio; ora il fumo saliva a boccate dense. Si fermò a guardare l’infinita varietà delle volute di fumo e, come sempre accadeva, fu penetrato da una senso di pace.
Cosa poteva esserci, in definitiva, nel cassetto? Non un fazzoletto sporco: troppo leggero per produrre quel rumore; non una scatoletta di aspirina: sarebbe rimbalzata elasticamente; non una sveglia o una radiolina: il colpo sarebbe stato più secco,
Decise di farsi una doccia. I due semigusci di plastica e alluminio del box che, in posizione di riposo, quasi non occupavano spazio calpestabile, una volta aperti, s’incastravano nel modo più semplice e naturale, racchiudendo un’area di un quarto di cerchio, più che sufficiente per muoversi confortevolmente sotto l’acqua, scrosciante direttamente sul pavimento, leggermente concavo e provvisto di una griglia di scarico. Semplicità geniale, ne fu ammirato. Soddisfatto, si lasciò sciogliere sotto il getto dell’acqua bollente, vagando in catene di pensieri senza capo né coda.
Ristorato, decise di cambiarsi: una tenuta più formale lo avrebbe aiutato a trovare un pretesto per scendere a cena. Quando era così stanco, la tentazione di ficcarsi direttamente e definitivamente a letto era grande, ma avrebbe rischiato di trovarsi poi nel cuore della notte vispo come un grillo, in un albergo addormentato.
Semivestito si stese sul letto per ascoltare dal satellite un notiziario in una lingua qualunque, purché più comprensibile di quella locale. Mentre saltava i canali in finlandese e le commemorazioni lacrimose di lady Diana in inglese, s’imbatté in una partita di tennis: una lingua che conosceva bene e non richiedeva alcuno sforzo. Spense l’audio e si assestò più comodamente con l’aiuto di due cuscini.
Kuerten, in forma smagliante, aveva un’aria diversa dal solito. Non capì subito che cosa non quadrava nel brasiliano, finché una zoomata sulla faccia non chiarì il mistero: si era tinto i capelli, il ragazzo. Nonostante l’insolita zazzeretta bionda e l’abituale aria preagonica, si stava sgranocchiando, palla dopo palla, Safin, poderoso e invincibile, all’apparenza.
Entrambi picchiavano dal fondo come demoni, concedendosi occasionali finezze sotto rete e rarissimi errori. A metà del terzo set si accorse che era ora di scendere a cena, peccato. Non aveva affatto appetito: si sarebbe accontentato del solito salmone tagliato sottile come prosciutto, pane bianco imburrato, una birra e, magari, una melina locale.
Aveva scoperto con gioia che nei giardini delle case o nei lungofiume c’erano meli carichi di piccoli frutti coloratissimi. Ne aveva raccolti da terra e li aveva trovati gustosissimi. Assomigliavano alle meline della sua infanzia. Il problema era trovarle al ristorante. La globalizzazione aveva colpito duramente anche la terra dei laghi e delle betulle: era quasi impossibile evitare le solite delicious, ipertrofiche e senza sapore.
Dopo una passeggiata breve nell’aria rinfrescata tornò in camera ormai completamente ristabilito e dimentico del mistero del cassetto. Cominciò a spogliarsi e, uscito dal bagno, si diresse meccanicamente verso il letto con il libro in mano. Gli occhiali. Tornò indietro per ricuperarli dal taschino della giacca dove trovò anche il telefonino che occhieggiava in attesa della ricarica serale. Si apprestò alla procedura standard che seguiva ovunque si trovasse: caricare telefonino, leggere libro, spegnere luce, dormire.
Fu la luce verde del telefonino, lampeggiante al buio sul comodino, che gli riportò alla mente il cassetto. Nel silenzio si mise in ascolto: solo offuscati rumori dalla strada. Un leggero pallore entrava dai bordi delle pesanti tende tirate. Come al solito, niente imposte né bidet. Si girò sull’altro fianco: cosa diavolo avrebbe poi dovuto sentire? Cercò di pensare ad altro.
Mise in fila le incombenze dell’indomani: niente in tutto, salvo il fastidio di raggiungere l’aeroporto e riconsegnare l’auto noleggiata. Non si capiva mai chiaramente dove la si dovesse parcheggiare. Nei paesi scandinavi non c’era mai anima viva nei garage a cui riconsegnare le chiavi: bisognava semplicemente abbandonare coscienziosamente l’auto in un box vuoto nell’area giusta e restituire le chiavi all’ufficio in aeroporto. Ma? Paese che vai…
Al risveglio scese a fare colazione riposato e di buon umore: gli piaceva il pasto del mattino quando era in giro, meglio se servito all’aria aperta, dove poter fumare la pipa senza fretta e senza timore di disturbare qualche vecchia stizzosa. A casa non andava mai oltre un caffè amaro, in piedi, con un paio di biscotti e, se era in vena di orge, qualche cucchiaio di yogurt.
Al ritorno in camera impiegò pochi minuti per richiudere la borsa. Niente valige. Comunque e dovunque, viaggiava solo con bagaglio a mano: una fida borsa floscia di cuoio grasso che teneva sempre pronta con la sobria attrezzatura di base. Detestava quei rumorosi trabiccoli con permalosi manici telescopici e ruote inadeguate che si vedevano in giro: il segreto stava nel viaggiare leggeri, non nella speranza vana di appioppare il peso alle ruote. Solo l’essenziale.
Non c’è bagaglio, con le ruote o senza, che, prima o poi, non reclami di essere sollevato da terra inarcando la schiena. Fu proprio nel momento di volgere lo sguardo intorno per ripescare, un istante prima di uscire, gli eventuali oggetti sfuggiti al controllo durante la chiusura del bagaglio, che l’occhio ritornò al comodino e al cassetto chiuso.
Appoggiò la borsa sul letto e, senza esitare, lo aprì completamente con un gesto rapido e deciso. Dal fondo rotolò in modo sbilenco, fino a rimbalzare sulla parete frontale, un grosso dito medio mozzato, gonfio, completamente livido e con un vistoso brillante.
Appagato, richiuse con cura il cassetto, afferrò la borsa e lasciò definitivamente la stanza. Che inutile pacchianeria, un brillante grosso come una nocciola.

martedì 5 maggio 2020

Lockdown

Bologna deserta durante la pandemia 2020

Nella strada deserta un sospetto insistente
Gli era entrato dall'orecchio nella mente
Alle sue spalle sentiva passi ovattati
Come se non volessero essere ascoltati
Una filippina a distanza rincasava lentamente

lunedì 4 maggio 2020

Il gatto dei miei stivali

Esame in teleconferenza

Non è detto che fare un esame in teleconferenza
Debba essere per forza una mala esperienza
Se il gatto o un bimbo fa la sua apparizione
Proprio nel mezzo di un'ostica interrogazione
Puoi cavartela approfittando della confusione


domenica 3 maggio 2020

Il bollettino

Bollettino quotidiano su coronavirus della protezione civile
  • Hanno detto che se non mantengo il distanziamento sociale un droplet mi può compromettere il lockdown e chi s'è visto s'è visto.
  • Io avevo capito il contrario, che il lockdown è fatto di droplet belli grossi che si sfidano a distanza sociale, ma senza pericolo.
  • Come quando si boccia invece di andare a punto, praticamente.
  • Su per giù, però oggi il divario su base stabile si è differenziato in meglio da ieri, hanno detto.
  • L'hai capito da quel personaggino in piedi che parla con l'alfabeto muto?
  • Si capisce, io ascolto solo quella. Per gli altri ci vorrebbe la traduzione.
  • Perché sono troppo intelligenti. Se parlassero chiaro gli si smaglierbbe la sapienza.
  • Però a forza di dai e dai vedrai che una qualche volta gli scappa detto qualcosa che lo capiamo anche noi.
  • Anche senza ascoltare, come facciamo adesso?
  • Per quello ci vuole più tempo, o almeno dovrebbero chiamare un virologo.
  • Anche per me sono i più belli. Se Panini facesse le figurine ne venderebbe un mucchio, adesso che il campionato è fermo e i bar sono chiusi.
  • Dici di fare un album di tutti i virologhi... Come si dice virologhi o virologi?
  • Secondo me sta meglio col GHI. Ma, secondo te, chi lo decide come farsi chiamare? Loro?
  • No, no il nome di categoria lo decide la Federazione.
  • Ma sono proprio divisi in squadre da 11 come i professionisti?
  • Be' fanno bene. Un bel gioco di squadra è più professionale, poi si sorteggia a chi tocca difendere una teoria e l'altra squadra deve attaccarli così anche noi possiamo fare il tifo per uno o per l'altro.
  • E chi vince alla fine? Non conteranno mica i morti?
  • Per forza. Però, non so se vinca chi ne fa di più o di meno.
  • Bisognerà chiedere alla muta.

Indovinello: Dotati di sedile...

Dotati di sedile e tre pedali
I più diffusi son verticali
Quelli a coda sono imponenti
E riservati a veri talenti
Noti a livelli internazionali

sabato 2 maggio 2020

Gli uccelli

Immagine dal film GLI UCCELLI di Alfred Hitchcock

La radio disse che di sicuro erano molti milioni
Gli uccelli che atterrarono su case e capannoni
Avevano ricoperto ogni angolo remoto della contrada
Lasciando libera misteriosamente soltanto la strada
Per una volta gli ornitologi ci risparmiarono dotte spiegazioni

venerdì 1 maggio 2020

Senza

Colonna di camion militari trasportano bare al cimitero

Questo periodo di senza qualcuno
Non ha risparmiato niente e nessuno
Ha lasciato i nonni senza nipoti
Le scuole piene di banchi vuoti
I morti sepolti come militi ignoti

giovedì 30 aprile 2020

Amiainsaputa

Amianisputa mi son trovato in mezzo ad una manifestazione
L'impressione era quella di una grandissima confusione
Almeno mi sarebbe piaciuto capire se era una protesta
O soltanto la celebrazione di una grande rumorosissima festa
Così nel dubbio non sapevo cosa fare per non sembrare un minchione


mercoledì 29 aprile 2020

Competenza

Se fossi un'aquila saprei volare
Se fossi un pesce saprei nuotare
Se fossi un lupo saprei cacciare
Se fossi un'ape saprei alveare
A me invece tocca studiare e imparare


lunedì 27 aprile 2020

Il santone

Con una fitta selva di sinapsi iperattive
Manteneva il suo cervello sempre sul chivive
Finché un abile esoterico santone
Non lo invischiò nella sua proficua religione
E lo ridusse a un obbediente patetico coglione

domenica 26 aprile 2020

I creatori

La creazione di Adamo - cappella sistina - Michelangelo

Nel fumo della pipa svaniscono i pensieri
I ricordi più dolci e quelli più neri
Quando nel futuro gli uomini di scienza
Faranno un sol corpo dei brandelli di conoscenza
Perdoneranno con affetto la nostra infantile insipienza


sabato 25 aprile 2020

Verso sera

Bologna

Da ragazzo al tramonto o poco prima
Prendevo la moto e andavo in collina
Accendevo la pipa e guardavo da lontano
Il tramonto spegnersi sul formicolio umano
E una dolce malinconia mi prendeva per mano

venerdì 24 aprile 2020

L'oratore

Indeciso a tutto ma buon comunicatore
Parlava al popolo da bravo oratore
Forte nelle premesse e nelle digressioni
Lasciava ad altri intuire le conclusioni
Fornendo agio alle più varie interpretazioni 


giovedì 23 aprile 2020

Mare inclinato

Balle di plastica da riciclare

Dicono che la plastica inquina il mare
Ma siccome da sola non sa camminare
Vuol dire che qualcuno ce l'ha portata
O incautamente o da criminale l'ha buttata
Allora è proprio la plastica ad inquinare?


Il pallone

Sono nato per saltare e rimbalzare
E sopra i prati correre e rotolare
Che colpa ho se il bambino è malato
E nel suo triste lettino è confinato
Almeno col cane lasciatemi giocare


mercoledì 22 aprile 2020

L'eredità

Ritratto di vecchia dama di Agostino Carracci

Anche lui sbadigliò fingendo simpatia
Per sincronizzarsi con la vecchia arpia
Che per inveterata secolare supponenza
Continuava a sottostimare l'intelligenza
Del nipote che la circuiva simulando deferenza

martedì 21 aprile 2020

Ipoglicemia

Come la mortadella il paradosso
E' tutta ciccia e niente osso
Andare a caccia di balene nei canali
A cavallo di liocorni primordiali
Per soddisfare istinti ancestrali


lunedì 20 aprile 2020

Felicità


Fra tutti i conoscenti parenti e amici
Voleva scoprire e imitare i più felici
La sua indagine lo portò alla conclusione
Che il più beato di tutti era il suo micetto
Ma cacciare topi non era un suo diletto

domenica 19 aprile 2020

Sine tempore

Difficile dire se fosse troppo presto o troppo tardi quando la nave spaziale lo scodellò nel vasto atrio d’accoglienza del porto, ma ad aspettarlo non c’era nessuno.
Alla partenza si era infilato in una capsula isotermica per abbandonarsi allo stato letargico, normale durante i lunghi trasferimenti nella galassia, fino a quando il computer di bordo non lo aveva risvegliato in prossimità della sua destinazione.
Il livello d’ormeggio a cui avevano attraccato sembrava vuoto, o meglio non si vedeva nessuno in giro, anche se la voce sintetica onnidirezionale che lo aveva accolto, rivolgendosi a lui personalmente e nella sua lingua e animando una vasta parete con immagini olografiche estremamente realistiche, gli aveva fornito tutte le indicazioni che potevano servire ad un ospite a combustione interna d’ossigeno, .
Assecondando i suggerimenti, si era liberato della scomoda tuta pressurizzata da sbarco per indossarne una molto più confortevole e adeguata alla situazione, che sembrava essere stata preparata per lui o, più semplicemente, era di tipo autocalzante.
Quando, al termine del filmato informativo, la voce aveva cessato di parlare, forse in attesa di sue richieste, anche la parete animata era tornata ad uno stato opalescente, identico al resto della struttura.
La luce sotto la cupola si era stabilizzata a valori di stand-by: un chiarore diffuso, senza ombre e senza variazioni, ad attinicità ottimale per garantire lo sviluppo della flora transgenica che abbelliva l’atrio, il centro delle rotatorie di svincolo dei tunnel a clima controllato e stipava gli orti a sviluppo verticale dei centri di approvvigionamento alimentare, come aveva potuto vedere e ascoltare durante la proiezione olografica.
Anche la temperatura, la pressione, il grado di umidità e la percentuale dei gas che formavano l’atmosfera erano costanti e gli ricordavano vagamente il breve crepuscolo di alcune isole subtropicali del suo pianeta.
Era sicuramente buona per le coltivazioni idroponiche e i microrganismi spazzini che presiedevano all’equilibrio dell’ambiente e forse anche per lui, ma priva di riferimenti ai vecchi parametri storici che lo tenevano sui binari da  quando era nato: ora, giorno-notte, stagioni.
Da quando i periodi di rivoluzione e rotazione erano stati rettificati e sull’isola era stato adottato l’avanzamento lineare uniforme del tempo, espresso in TIC, la vita sull’isola aveva assunto ritmi più semplici e razionali, ammesso che lo stesso concetto di ritmo potesse trovare spazio in una struttura quasi priva di ciclicità.
I sintetici che la governavano e presiedevano al funzionamento del sistema avevano da tempo relegato ai recessi profondi degli archivi storici il primitivo concetto di periodicità che era stato adottato per guidare il comportamento dei primi robot, costruiti ad immagine e somiglianza dei loro creatori.
Da quando i Sint si erano emancipati e si autoprogrammavano, avevano abbandonato la rigidezza delle periodicità fisse, per quanto li riguardava, per affidarsi in toto a più semplici ed efficaci meccanismi di  retroazione, in grado di ricalcolare, istante per istante, la quantità di energie e di TIC che ogni compito richiedeva, tenendo conto dell’attrito globale variabile che incontravano nello svolgerlo.
Bestfit era al corrente della situazione per averla studiata, ne condivideva l’eleganza concettuale  ed era curioso di vederla applicata, benché proprio la ragione della sua presenza lasciasse dubitare della sua perfezione.
Ad indurlo ad accettare un viaggio lunghissimo e non privo d’incognite, non era stata la generosa offerta di denaro, né il legittimo orgoglio professionale per essere stato scelto come consulente dal governo di una delle isole spaziali più avanzate, faro di civiltà pacifica e stabile, ma la curiosità di conoscere un mondo di cui tutti favoleggiavano, benché nessuno lo conoscesse per esperienza diretta.
Era stato invitato, con tutti gli onori, a compiere il viaggio: quello per il quale sarebbe stato disposto a spendere tutti i suoi averi ed anche a rischiare la vita, come Ulisse al cospetto dell’oceano. Ma all’isola non si  attraccava se non invitati e nessuno della comunità scientifica del suo pianeta lo era stato fino ad allora. Nessuno, mai.
Proprio per questo gli appariva molto strano che non ci fosse nessuno ad accoglierlo.
Istintivamente consultò il suo primitivo strumento da polso: una periferica wireless costantemente collegata all’orologio atomico dell’istituto di ricerca sul tempo che dirigeva, per ricavarne un ovvio messaggio di out of range, utile per ricavarne l’ora quanto il frenetico display che mostrava il tempo in TIC od il pallore crepuscolare senza ombre che inondava uniformemente la cupola.
L’atrio non mostrava varchi né aperture, ma quando avvicinò una mano ad una parete per saggiarne la  superficie, la voce riprese: "Quando vuole, dottor Bestfit. Il trasporto l’attende per portarla al suo alloggio dove i nostri maestri del tempo sono ansiosi di conoscerla. Se è pronto per continuare il viaggio, molto breve, vedrà, avanzi nella stessa direzione e si accomodi sul trasporto.
E’ già in attesa e saturo della miscela dei gas che lei respira ora. "Aria fresca", la chiamate, vero? Speriamo che sia di suo gusto. Altrimenti continui a riposare in quest’area di transito, interdetta ai Sint, fin quando non è pronto per proseguire".
Interdetta ai Sint, aveva detto; ecco la ragione dell’assenza di Mastime con il quale aveva preso gli accordi preliminari prima di partire e che si aspettava di trovare al porto al suo arrivo.
Probabilmente era un’entità collettiva modulare, capace di pensare e lavorare in parallelo o per entità disgiunte, in relazione alle circostanze; la stessa che la voce aveva chiamato "maestri del tempo".
Il trasporto non aveva sedili: i Sint non si stancano e non riposano.
Restando in piedi, però, la testa di Bestfit toccava il soffitto, in compenso l’aria era respirabile, con un eccesso di O3 forse, come accade dopo un temporale. La navetta, "il trasporto" l’aveva chiamata la voce, si muoveva nel buio più completo, senza sussulti.
Ovviamente non c’era pilota, ma non sembrava muoversi su di una pista o su binari; se fluttuasse nell’aria aperta o si movesse come un hovercraft dentro un tunnel era impossibile da stabilire.
Le pareti emettevano il solito pallore opalescente, molto attenuato, che sembrava causato da una proprietà del materiale più che dalla volontà d’illuminare l’interno.
Ripeté l’esperienza di avvicinare una mano ad un punto a caso. Ancora una volta la superficie cambiò stato. Apparve una sorta di mappa con punti luminosi identificati da coppie di numeri arabi (le buone vecchie coordinate?) e, in costante aggiornamento, una traccia luminosa  (la posizione del trasporto?), ma nessuna voce si attivò.
Gli sembrò che i segnali luminosi fossero replicati anche su di una frequenza diversa, (ultrasuoni?) che percepiva come fischi quasi impercettibili. Ne sapeva poco più di prima.
Allontanò la mano e lo stato opalescente fu ripristinato. Probabilmente la mappa era attiva e permetteva al viaggiatore di determinare la rotta e la destinazione, arguì.
La cosa lo confortò: non era rinchiuso in un furgone cellulare, ma viaggiava su di una specie di super-taxi programmabile sia dall’esterno che dall’interno, dotato di strumenti di comunicazione che gli avrebbero permesso di agire, una volta conosciuti.
Con una decelerazione dolce e progressiva il trasporto si fermò e apparve un’apertura, completamente invisibile durante il viaggio: un varco verso il buio.
Stava guardandosi attorno, quando l’ambiente circostante s’illuminò e una voce, leggermente diversa, lo accolse: "Venga dottor Bestfit, la cupola è piena di aria fresca. La ringraziamo molto di averci raggiunto nella nostra piccola isola. Siamo i maestri del tempo, o Mastime, se preferisce: un’entità sintetica collettiva.
Si rivolga a noi nella sua lingua, al singolare o al plurale, come preferisce. Le risponderemo sempre con questa voce, se ci sente bene."
"Perfettamente, grazie"
"Abbiamo allestito, per lei solo, un alloggio sterile a gravità terrestre, con servizi e arredi del tipo che lei usa abitualmente. C’è aria fresca e dispensatori di acqua dolce nutritiva; per raggiungerlo cammini attraverso la parete che le sta di fronte.
Beva quando ha fame o sete e chieda più luce o più buio, più caldo più freddo secondo le sue abitudini.
Noi fluttuiamo all’esterno, non c’è aria adatta a lei qui da noi, eccetto che nel trasporto che ha già usato ed è a sua disposizione. Quando è stanco riposi. Noi siamo sempre attivi, inneschi il collegamento per mezzo della sua voce, ci chiami semplicemente, insomma. La lasciamo riposare ora?"
"Grazie, Mastime, ho riposato anche troppo durante il viaggio, mi piacerebbe conoscere meglio la ragione del vostro invito, che ho gradito molto."
"Vorremmo che lei ci chiarisse alcuni aspetti della vita sul suo pianeta che non conosciamo bene e che potrebbero aiutarci a risolvere qualche problema con la piccola colonia di animali, di esseri animati, di organici…come definirli?"
"Persone?"
"Ecco, appunto, che creano qualche problema alle persone che noi ospitiamo qui sulla nostra isola. Non vorremmo si estinguessero completamente, ma il rischio ormai è grande. Si tratta di una piccola comunità di organici a combustione interna che ingeriscono solidi e liquidi ed usano ossigeno come comburente, simili a lei, da questo punto di vista."
"Uomini?"
"Giudicherà lei. L’aspetto è considerevolmente diverso dal suo, ma hanno punti in comune con il modello a cui lei appartiene: sono entità singole non collegabili in parallelo, dotate di organi adatti alla sola riproduzione sessuata, ma a differenza vostra, non praticano la clonazione.
Sono costituiti da un solo blocco completamente organico, composto di organi non sostituibili e a durata limitata, ad usura rapida e bassa efficienza termodinamica.
Hanno bisogno di grandi quantità di combustibile che dissipano rapidamente, sia in forma di calore disperso sia in forma di scorie inutilizzabili.
In assenza di ossigeno, ad esempio, cadono rapidamente in una forma di letargia simile a quella periodica in cui trascorrono un terzo del loro tempo. La cosa curiosa è che non ne escono più, neppure riportandoli in ambiente ossigenato."
"Muoiono, insomma."
"Può darsi che sia questa la definizione corretta di questo cambiamento di stato apparentemente irreversibile, che parrebbe collegabile a cause molteplici, non soltanto all’assenza di ossigeno.
Il nostro problema è che, in assenza di un’analisi certa della causa del malfunzionamento che li conduce alla letargia, non siamo in grado d’innescare la procedura corretta per riattivarli.
Sfortunatamente nei nostri archivi non è presente alcuna scheda descrittiva della struttura costruttiva delle persone, né, tantomeno, quella per la loro manutenzione ordinaria e straordinaria.
Questa colpevole negligenza, che risale ai primordi lontani del tempo ciclico, ben prima della rettifica delle orbite, ci ha indotto a sperare nel suo aiuto esperto per consentirci di uscire dall’imbarazzo ed evitare l’estinzione degli ultimi esemplari di persone, come lei li ha definiti: soprattutto da cuccioli sono così buffi e giocosi, sarebbe un peccato.

Noi supponiamo che le informazioni che ci servirebbero siano conservate in dischi optomagnetici che, a suo tempo, venivano ritenuti affidabili e indistruttibili. In effetti sono inalterati a distanza di parecchi milioni di TIC, ma non esiste più alcun dispositivo in grado di leggerli.
Tutto quello che non è stato convertito negli archivi neuronali è divenuto lettera morta."
"Benché vi possa sembrare incredibile, non credo che trovereste le informazioni che vi servirebbero neppure nelle antiche memorie optomagnetiche."
"Come mai?"
"Perché resuscitare un animale morto, per asfissia o per altre cause, non è mai riuscito a nessuno, se non nelle favole.
Quando il cambiamento di stato di  un organico, come dite voi, si è completato è irreversibile e, tradizionalmente, è chiamato morte. Mi rendo conto che si tratta di un difetto di costruzione che appare incredibile ai vostri occhi, ma è sempre stato così.
Ci sono procedure che possono allontanare nel tempo questo evento, ma vanno applicate prima del cambiamento di stato. Quest’arte da noi prende il nome di medicina."
"Lei conosce quest’arte?"
"No, tuttavia qualche consiglio utile alla loro sopravvivenza, forse, potrei darvelo ugualmente, ma dovrei vederli e parlare loro, prima."
"Li potrà vedere quando e quanto vuole, ma dubito che possa parlare con loro come sta facendo con noi ora."
"Non conoscono la Koinè?"
"No, non parlano un linguaggio comprensibile. Sono molto docili, affettuosi e anche espressivi, a loro modo, ma non crediamo che siano in grado di parlarle.
Probabilmente hanno subito un processo involutivo per sopravvivere a condizioni competitive insostenibili per loro.
Se sono gli eredi dei primi organici che impiantarono e popolarono l’isola, come abbiamo pensato, e furono i padri delle prime serie di Sint da cui tutti noi discendiamo dovevano essere ben diversi, allora."
"Ma da che pianeta provengono?"

"Al tempo della rettifica dell’orbita e del passaggio al sistema neuronale ci fu una vera e propria rivoluzione. Tutti i vecchi sistemi digitali binari fondati sulla cosiddetta intelligenza artificiale furono sostituiti…"
"…distrutti, intende dire?"
"Sì, riciclati senza eccezione, fu instaurato il sistema spazio-temporale lineare fondato sul TIC che misura sia il tempo trascorso che lo spazio coperto dall’isola, mentre procede in direzione di Orione seguendo una rotta lineare a velocità costante.
Nessun dato è rimasto su quanto precedette il reset universale; eccetto una piccola colonia insignificante di organici, estranei al sistema neuronale che ci governa e di cui tutti siamo parte."
"Una lotta per la conquista del potere fra Sint binari e Sint neuronali, sfociata in un cataclisma artificiale che ha cancellato l’intera storia dell’isola, ma ha lasciato in vita un pugno di organici. Dovevano essere importanti."
"Al contrario, sono sopravvissuti perché irrilevanti. Li ha salvati la loro involuzione verso forme primitive sempre più elementari."
"Più probabile, in effetti. La mia natura mi porta a questo genere di errori. Però voi ci tenete molto ugualmente, a quanto pare. Come si spiega?"
"Noi viviamo in un presente immutabile e perfetto, siamo uno e molti allo stesso tempo, e abbiamo una conoscenza completa e un controllo totale del nostro mondo; queste piccole persone sono una fonte perenne di sorprese.
All’interno dell’ambiente che abbiamo creato e manteniamo per loro, li lasciamo completamente liberi di agire e loro vi si muovono come se ne fossero i padroni, ma in realtà sono incapaci di governarlo e di governarsi e questo genera infinite variazioni irrazionali e imprevedibili.
Per noi sarebbero un autentico spasso, sennonché, lasciati a se stessi, stanno compromettendo l’equilibrio dell’ambiente che dovrebbero custodire e mentre si azzuffano fra di loro accelerano il processo di degrado naturale a cui sono soggetti.
Abbandonano definitivamente, nascondendone sotto la superficie i resti inutilizzabili, coloro di cui hanno causato la letargia totale con atti crudeli e svantaggiosi per l’intera loro comunità.
Non sono in grado di concordare una strategia di governo stabile e vantaggiosa per tutti e, pertanto, temiamo che in questo modo stiano avviandosi a scomparire completamente, per questo l’abbiamo chiamata: li aiuti a salvarsi."
"E perché?"

Questo racconto è stato pubblicato nel 2009 nel mio libro cartaceo "Capo e coda"

Crepuscolo zero

Non si era trattato di cannibalismo, in ogni caso.
Neppure quando il sole sparì con un balzo, inghiottito dalla notte ci fu spazio e tempo per pentirsi.
Era stato come un tramonto senza la dolcezza del crepuscolo. Rapidamente la luce venne meno come durante un'eclisse e la stessa atavica sensazione di un freddo innaturale s'insinuò lungo la schiena.
Nessuno si sarebbe aspettato che l'ostilità della Compagnia si manifestasse in quel modo.
I megaschermi dei giornali murali non avevano preannunciato con la solita fanfara l'evento, e una rapida consultazione dei lunari sui videotelefoni aveva confermato anche ai più ottimisti che nessuna eclisse era prevista per quel giorno su Marte.
I sensori crepuscolari si attivarono frettolosamente. Le campane di vetro assunsero rapidamente l'abituale pallore fluorescente dell'illuminazione serale e l'erogazione di ossigeno si ridusse ai livelli medio bassi serali, appena sufficienti per respirare confortevolmente sdraiati sui triclini multimediali, immersi nel tripudio olografico degli spettacoli della sera, prima della drastica riduzione notturna.
Il regime sera stanò dai ripostigli i robot pulitori che con la loro ammaccata e rugginosa solerzia cominciarono ad aspirare, fagocitare e triturare quanto era rimasto in giro per effetto dell'oscurità inattesa. La loro presenza routinaria fu interpretata come un buon segno da molti, anche se non testimoniava altro che la schematica stupidità di quei piccoli, servizievoli sintetici da quattro soldi.
Gli ascensori furono presi d'assalto, senza rispetto per gli abituali turni di uscita. Il sovraccarico cominciò a provocare i primi guasti.
I più fortunati rimasero fermi ai piani con le porte che si aprivano e chiudevano senza senso come sbadigli. I più ligi decisero di attenersi alle procedure d'emergenza incendi, reiterate con illeggibile frequenza da vecchi cartelli sbiaditi e si avventurarono per le scale d'emergenza per scoprire che ospitavano inattaccabili colonie d'insetti mutanti assuefatti a quell'habitat, indisturbato quanto le antiche foreste pluviali, ma più buio e altrettanto ostile all'uomo.
Neanche i robot smaltitori e liquidatori venivano più spediti da tempo in quella giungla verticale che si favoleggiava ospitasse nei sotterranei più profondi grossi carnivori ciechi e albini dai denti a sciabola che si nutrivano a spese dell'inesauribile colonia di ratti.
L'uso dei lanciafiamme e degli estintori apriva un varco breve, ma sufficiente per dimostrare l'inutilità di procedere a quel modo. Inutili anche i tentativi individuali di sfuggire alla sorte comune.
I megaschermi da cui proveniva l'informazione ufficiale, l'unica diffusa se non credibile, tacevano come se nulla fosse accaduto, accreditando due ipotesi altrettanto allarmanti: l'evento era noto e voluto per qualche ragione oscura, ma funzionale al potere oppure era ignoto e indesiderato, ma completamente fuori controllo.
Quale delle due ipotesi fosse preferibile era questione d'inclinazione personale, ma neppure i bookmaker più scatenati avevano fatto in tempo ad organizzare le scommesse sull'argomento.
Chi si sentiva sotto il culo della rana già da prima, aveva buoni motivi per ritenere la sua posizione rafforzata e la catastrofe finale imminente, mentre gli ottimisti inossidabili non si facevano smontare da una banalità come la sparizione del crepuscolo: c'era da scommetterci che anche in un mondo a crepuscolo zero ci sarebbe stato spazio per spassarsela come e più di prima.
Non solo i dietrologi, impavidi alimentatori d'inconfessate ulcere duodenali, ma anche una fascia crescente di yesmen senza macchia e tanta paura sospettavano da tempo che la smentita carenza strutturale del sistema di generazione dell'ossigeno che regolava la vita sotto le campane di vetro avesse determinato la progressiva alterazione della durata del giorno.
Niente di vistoso, fino ad allora. Una lima sorda che sgretolava pochi secondi al giorno, quantità impercettibili che sarebbero sfuggite anche ai detentori abusivi di orologi personali, qualora ve ne fossero rimasti di vivi e avessero osato eccepire sull'esattezza dell'ora ufficiale.
Anche sui tagli alle erogazioni di ossigeno nelle ore notturne serpeggiava un mugugno crescente e sempre più scoperto.
L'evacuazione forzata e improvvisa di alcuni quartieri residenziali periferici a bassa compressione abitativa per presunte perdite delle campane atmosferiche aveva destato molti sospetti e non soltanto fra gli abitanti, costretti ad affollare ulteriormente altri quartieri già saturi da tempo. Incontrollata, ma sempre più insistente, era la voce che dava per certa una mortalità crescente fra i pazienti degli ospedali.
Le campagne periodiche per una natalità programmata e consapevole contrastavano in modo stridente con la somministrazione di spermicidi nell'acqua per trecento giorni all'anno, secondo un calendario ufficiale, ma incontrollabile, che veniva pubblicato l'anno successivo insieme con le statistiche sui nati e sui morti.
La Compagnia divulgava una rassicurante crescita, modesta ma costante, della popolazione, mentre era sotto gli occhi di tutti che Marte si stava spopolando, ma non era questo il peggio.
Chi poteva dire di aver visto con i propri occhi un bambino in carne ed ossa? Un solo vero bambino nato da veri cloni umani? L'esperienza comune si limitava alle trasmissioni propagandistiche ritualmente diffuse dai megaschermi o alla conoscenza diretta e personale di giovani cloni organici d'importazione.
A peggiorare la situazione degli ultimi anni, le aree ossigenate erano sensibilmente diminuite a vantaggio del deserto e quella che stava avvizzendo sotto campane atmosferiche ancora più vecchie, più fatiscenti e sempre più affollate era una popolazione ormai vecchia, inutile negarlo.
Gl'investimenti per un'espansione della colonia erano cessati da un pezzo e anche quelli per la normale manutenzione languivano.
Che i pionieri -i lussuosi cloni umani rettificati impiantati su Marte- fossero largamente superati dal punto di vista economico era di pubblico dominio in tutta la galassia: consumavano troppo ossigeno e richiedevano una temperatura di funzionamento troppo alta, anche nelle lunghe fasi di stand-by di cui avevano bisogno tra un ciclo lavorativo e l'altro. Trentasette gradi anche durante le lunghe ore di sonno: un'autentica follia.
Il tentativo della Compagnia di sostituirli gradualmente con cloni organici ad alto rendimento di altri pianeti era stato un buco nell'acqua. "L'integrazione procedeva con comprensibile lentezza", secondo la terminologia ufficiale. Ammettere gl'insuccessi non era il forte della Compagnia, soprattutto dopo il recente cambio di guardia.
Poco dopo il loro arrivo, i venusiani sparivano. Questa era la verità. Si volatilizzavano.
Qualche rara volta erano stati trovati resti maciullati e quasi irriconoscibili di alcuni di loro. Anche se i periodici rapporti ufficiali non si sbilanciavano oltre le "… persistenti difficoltà di acclimatazione dei nuovi concittadini, dopo le calorose accoglienze delle vecchie comunità", i dirigenti del "Servizio immigrazione" avevano ben più che dei sospetti sulla sparizione dei loro pupilli: i megantropoi se li pappavano come ranocchi.
Va ricordato, a chi non lo sapesse, che quei vecchi costosi terrestri erano dei bestioni da un quintale e mezzo, muscolosi e molto determinati. Un incubo per i nuovi arrivati: dei venusiani da cinquanta centimetri a struttura cartilaginea, capaci di nutrirsi di qualsiasi rifiuto organico, di muoversi senza sosta anche in assenza di ossigeno: degli autentici miracoli hi-tech, ma non certo dei leoni.
Con le loro tre coppie di arti laboriosissimi e una mobilità frenetica, non c'era da meravigliarsi troppo se scatenavano in qualcuno l'istinto di calpestarli come scarafaggi ipertrofici.
La Compagnia, anzi, aveva dato per scontato un ragionevole tasso di "mortalità da primo impatto", mentre invece non aveva preso in considerazione l'ipotesi che se li mangiassero, dopo averli spappolati al suolo con una sola pedata ben assestata, presumibilmente.
Nessuno dei nuovi dirigenti, neppure i più supponenti e tenaci assertori dell'integrazione graduale aveva immaginato gli orgogliosi megantropoi così allegramente cannibali, anche perché fra di loro non praticavano alcuna forma di antropofagia, o altri sport cruenti caratteristici della loro specie nell'ambiente naturale, cioè sulla Terra.
I sociologi dell'emigrazione, chiamati a giustificarsi per non avere previsto il fenomeno, stranamente non cavarono un ragno da un buco. Sostennero che, probabilmente, era il tremulo pallore della loro carne semitrasparente, l'assenza di una struttura ossea, la mancanza di voce che li faceva rassomigliare più ad ostriche e a granchi che a nuovi vicini di casa.
Ma tutti la considerarono una foglia di fico, quella sì trasparente, per nascondere la nudità della loro insipienza.
I dirigenti della Compagnia riconobbero che, in ogni caso, erano un pasto molto migliore delle deprimenti razioni bilanciate, distribuite per loro ordine negli spacci alimentari ufficiali.
Quale che fosse la ragione del comportamento curioso dei padri fondatori, la Compagnia aveva deciso che non valeva la pena d'importare giovani venusiani per integrare con proteine pregiate la dieta fin troppo dispendiosa dei vecchi terrestri. Nulla era trapelato, tuttavia, su quale strategia alternativa la nuova dirigenza intendesse attuare, per sostituirli.
L'estinzione della colonia per morte naturale dei suoi membri non era certo ipotizzabile a breve. Sfortunatamente si trattava di esemplari rettificati per durare a lungo.
Era sembrato un successo considerevole dell'arcaica bioingegneria dell'epoca l'avere innalzato "oltre i tre secoli" l'attesa di sopravvivenza dei cloni destinati a popolare Marte. In un soprassalto di orgoglio creatore, avevano commesso l'errore di tentare la creazione d'individui perfetti: più di tre metri di statura, vista, udito e olfatto enormemente potenziati una memoria da Pico e un cervello da Leonardo e una longevità media che superava il mezzo millennio.
Come se non bastasse avevano completamente trascurato i dispositivi di sicurezza. In quegli eterni giovanottoni da record, grandi grossi più di un grizzly e più longevi di Matusalemme, non avevano infilato neppure un interruttore biologico: un virus letale assopito, ma scatenabile in caso di necessità o almeno qualche tara psicologica su cui far leva attraverso tabù, sensi di colpa, peccati e tutto il resto dell'armamentario tradizionale che i potenti di tutti i tempi avevano adoperato con successo.
Quando la loro tranquilla laboriosità non fu più sufficiente ad appagare le ambizioni produttivistiche della Compagnia, i megantropoi divennero un'autentica grana. Una grana immortale.
A differenza dei loro rudimentali progenitori i pionieri si erano mossi sui nuovi territori con prudente rispetto per il nuovo ambiente, dimostrando inoltre grande solidarietà reciproca di fronte alle difficoltà e insospettabili capacità d'iniziativa. La ripetizione di una loro provvidenziale autodistruzione come quella avvenuta sulla Terra era da escludere.
Il discobolo di  Mirone

Organizzati in piccole comunità federate e pacifiche per più di quattro secoli i coloni avevano mantenuto rapporti di considerevole autonomia e reciproca soddisfazione con la vecchia dirigenza e tutto avrebbe continuato a filare liscio se il nuovo gruppo manageriale non avesse voluto imporre un salto di produttività per dimostrare la propria efficienza.
Che la scomparsa del crepuscolo fosse l'inizio di una nuova tappa nel braccio di ferro con la Compagnia lo sospettavano in molti su Marte, ma nessuno osava confessare che il peggio forse sarebbe sopravvenuto con l'avvento della  notte. Forse l'ultima per la colonia.
Quanto valeva la loro sopravvivenza agli occhi dei giovani dirigenti, dopo lo scorno dei venusiani spariti? Non era più un segreto, almeno per i più informati, che la corrente degli insettisti era uscita rafforzata dall'episodio e nella Dieta ormai prevaleva largamente sulla vecchia guardia degli umanisti.
A grandi linee le loro posizioni erano note: perché mai gli operai di Marte  -dei minatori, in definitiva- avrebbero dovuto essere creati ad immagine e somiglianza dei loro dei? Che senso aveva impiegare e, soprattutto mantenere, lussuosi cloni umani rettificati per svolgere compiti che economici blattiformi giganti sarebbero stati in grado di eseguire perfettamente, sotto la guida di capi squadra sintetici della nuova generazione?
In nome di quali fisime romantiche gli organici avrebbero dovuto essere gerarchicamente superiori ai sintetici, quando il loro costo di produzione o riproduzione, era molto inferiore? Che cosa si poteva pretendere di meglio di quegli ottimi scarafaggioni? Docili, pazienti, non si guastavano mai e quando alla fine schiattavano per il superlavoro e la denutrizione si erano lasciati alle spalle una miriade di loro simili pronti a rimpiazzarli. Il tutto volontariamente e a costo zero. Nessun altro sintetico o tanto meno organico umano si era dimostrato alla loro altezza. Scavare, trascinare, stivare fino alla morte con quelle loro instancabili zampette frenetiche sembrava la loro unica ambizione.
Dopo gli episodi di cannibalismo a danno dei venusiani, i dirigenti "umanisti", ormai soccombenti, si erano ritrovati a malpartito e non avrebbero potuto opporsi all'operazione "Crepuscolo zero" neppure se avessero saputo quanta saggezza e disperazione aveva sostenuto i coloni umani nella loro nobile decisione che, per ironia della sorte, li avrebbe condotti alla fine anziché alla salvezza.
Neppure quando il sole sparì con un balzo, inghiottito dalla notte ci fu spazio e tempo per pentirsi.
I megantropoi erano troppo vecchi e saggi per non sapere che la moneta cattiva caccia la buona, sempre e inesorabilmente. La loro risoluzione di sopprimere i nuovi cugini venuti da Venere era stata inevitabile e unanime, mentre più difficile e sofferto era stato decidere di "non lasciarne traccia alcuna".
Con profondo senso civico li avevano suddivisi in piccole parti e se li erano spartiti e inghiottiti, uno dopo l'altro, come il più amaro farmaco di sopravvivenza per la loro comunità intera, maledicendo ogni boccone di quella repellente polpa mucillaginosa e tremolante.
Ma quando il sole sparì con un balzo, inghiottito dalla notte, seppero che neppure tanto eroico sacrificio era bastato, forse. Il loro sarebbe stato un tramonto definitivo, senza neppure la dolcezza del crepuscolo.

Questo racconto è stato pubblicato nel 2009 nel mio libro cartaceo "Capo e coda"

venerdì 17 aprile 2020

Il Barone di Münchausen


A cavallo e con la sciabola sguainata
Metteva in fuga una intera armata
Caduto dalla luna in un vulcano
Ne usciva intrepido con una rosa in mano
Ricomponendo la sua intera brigata

mercoledì 15 aprile 2020

Bastian Contrario

 La regina delle fate con il principe Artù di Johann Heinrich Füssli - 1788

Bastian contrario avea una sorella
Famosa per esser più buona che bella
Ma lui pur di smentire cotesta diceria
Dicea ai quattroventi che era un'Arpia
Una strega travestita da leggiadra donzella 


martedì 14 aprile 2020

Alla catena


Un cane lupo tenuto alla catena 
Solitario ululava alla luna piena 
Incrinando il ghiaccio sottile 
Che ricopriva l'aja e il cortile 
Con il pugnale della sua pena

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