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09 agosto 2019

Pipae, piparum, pipis (ultima parte)

Pipae, piparum, pipis (ultima parte)


Chiudo questa piccola serie "pipae,piparum, pipis" con la citazione da un mio vecchio post "Le venature della sorte" del dicembre 2004 che potrai leggere per intero cliccando qui seguita da una filastrocca che ritrovi nel post del 5 sttembre 2003 "... una pipa sempre in bocca e guai a chi la tocca"
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Con il passare degli anni, aveva imparato a leggere anche la venatura delle pipe. Di alcune, improvvidamente ricavate da ciocchi disgraziati, aveva facilmente previsto la sgradevole natura o la precoce vocazione al suicidio: si nascondevano in tasche dismesse fino alla sparizione finale o si buttvano dal terrazzo su uno dei pochi sassi ornamentali del giardino, spezzandosi il collo irrimediabilmente o, addirittura, si catapultavano direttamente dalla tasca in un tombino fognario, azzeccando un'improbabile fessura, apparentemente incapace d'inghiottirle.


Nella meravigliosa vena ascendente di una pipa fiammata, conica, di media capienza aveva, invece, scorto un destino felice, una predisposizione contagiosa alla felicità, forse all'immortalità. Era ben raro che non fosse presente fra le quattro o cinque pipe che solitamente popolavano le sue tasche e non se ne sarebbe separato per nessuna ragione. Quando la sua mano, pescando distrattamente in una delle tasche, la estraeva per caricarla e fumarla, era certo che si sarebbe goduto una bella pipata, senza brutti pensieri.
Da vecchio aveva quasi dovuto smettere, per le pressioni di medici e famigliari sobbillati da paranoiche campagne di dissuasione al fumo, ma ogni tanto una buona fumata nella pipa del destino continuava a concedersela, incurante di rimbrotti e lamentele, finché la rottura di un femore non lo costrinse in ospedale.
Secondo il chirurgo, doveva trattarsi di una degenza breve e senza problemi e tale sarebbe stata se un'inflessibile caposala, animata dalle peggiori intenzioni di far bene, non avesse confiscato la sua pipa dal cassetto del tavolino, dove il nipote premuroso che lo assisteva l'aveva deposta, ben consapevole dell'importanza vitale nascosta nelle sue venature.
Qunando, al risveglio precoce dall'anestesia, nel tentativo di ricostruire la mappa della nuova situazione e trovare un segno della sorte che lo attendeva, volse il suo sguardo dalle pareti bianche ed anonime della stanza al tavolino, per leggerne le venature, dovette constatare che non ne aveva. Non era altro che una triste parodia di tavolo, ricoperto da un laminato mortalmente amorfo. Con impazienza, si girò allora per cercare la sua pipa nel cassetto, staccando tubi e fili che lo impastoiavano, per trovare conforto nella sua venatura rassicurante. Quando lo vide asetticamente vuoto, non ebbe bisogno di altri segni; si adagiò sulla schiena e chiuse gli occhi malinconicamente, consapevole che di lui neppure una ceppaia sarebbe rimasta, per raccontare la sua storia ad un bambino curioso.
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Chi non fuma nella pipa non capisce la canzon (a mio nonno)



Una pipa piccolina da fumare la mattina
una pipa molto scura solo in caso di paura
una pipa tutta nera da fumare quando è sera
una pipa fra le dita per guardare la partita
una pipa sempre in bocca e guai a chi la tocca
una pipa da succhiare se c'è vento in riva al mare
una pipa larga e tonda se c'è calma sulla sponda
una pipa con ghiera d'argento in caso di maltempo
una pipa di scorta in tasca se minaccia una burrasca
una pipa corta e stretta per i giri in bicicletta
una pipa perduta? Non bere la cicuta
una bella pipa di schiuma, beato chi la fuma
una pipa figurata: meglio d'una scampagnata
una pipa di radica chiara mezza dolce mezz'amara
una pipa tutta d'osso, buttala nel fosso
una pipa di terra rossa purché sia proprio ben cotta
una pipa qualunque lasciala a chiunque
una pipa da signorina lunga sottile e leggerina
una pipa da vecchio bella grossa e lucidata a specchio
una pipa o due rare belle solo da guardare
una pipa da collezione niente fumo tutto blasone
una pipa regalata ti rallegra la giornata
una pipa sol per me la più buona e bella che c'è
una pipa, poi un'altra e un'altra ancora finché arriva la buonora
una pipa e basta.



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07 agosto 2019

Pipae, piparum, pipis (terza parte)

Pipae, piparum, pipis (terza parte)


L'anno dopo il soggiorno londinese di studio nella British museum library tornai nelle isole britanniche in auto con Emilia allora diciassettenne, figlia di carissimi amici di famiglia da più generazioni, che me l'avevano affidata perché cominciasse i suoi studi d'inglese, ignorato nel suo corso al Liceo classico di Correggio.
Dovevamo raggiungere Edimburgo per seguire un corso estivo per stranieri. In realtà era un corso di scozzese più che d'inglese, come scoprimmo subito, tenuto da docenti dell' Università dalla spiccata pronuncia locale che non nuotavano nell'oro, a giudicare dalle giacche rappezzate e consunte di Harris tweed.
I corsisti erano in buona parte adolescenti di mezza Europa, con una prevalenza di scandinavi. Ricordo una ragazza danese che durante il coffe-break fumava la pipa come me, con mia favorevole sorpresa. Quando le dissi che era la prima ragazza con pipa che avessi mai conosciuto, si sorprese. Sosteneva che in Danimarca le fumatrici di pipa erano tutt'altro che rare, anche nella sua famiglia.

Naturalmente la pipa era molto diffusa anche fra i docenti, a differenza di quanto accadeva fra i professori di liceo o universitari, da noi. In tutta la mia carriera scolastica mi capitò d'imbattermi in un solo docente pipafumante: un supplente di latino e greco al liceo, mentre moltissimi fumavano sigarette.
La vicenda più memorabile e piacevole del corso erano le serate organizzate per noi studenti nel Chaplaincy Center: un luogo di ritrovo universitario che sembrava una piccola chiesa protestante vagamente gotica, di quelle in legno fatte in serie; tutte uguali e disseminate nei villaggi scozzesi. In realtà, almeno per quanto riguardava noi corsisti stranieri, non vi si svolgevano attività religiose, ma s'imparavano i balli scozzesi al suono di pipes and drums, secondo la tradizione.
Per un paio di ore almeno, imparate le figure obbligatorie sotto la guida di una insegnante paziente, eravamo liberi di scatenarci in balli tradizionali scozzesi a due, a tre a quattro coppie. Alle fine ero accaldato come dopo una partita di football, ma mi ero divertito molto di più.
La mia passione era l' eight-some reel, così mi pare si chiamasse un complicato ballo che coinvolgeva in varie figure obbligate quattro ballerine e quattro ballerini.
Quando mi capitava come partner una morettina svizzera del cantone di Coira restavo stupito del suo impeccabile aplomb alla fine delle giravolte scatenate: restava fresca come una rosa.
A volte, alla fine delle danze, si cantava in coro. Ricordo la voce emozionante di una ragazza svedese quando attaccava in assolo "Cumbaya my Lord". Non era Joan Baez, ma, in quell'ambiente faceva venire i brividi.
Ci ospitava nella sua casa la vedova di un ufficiale che oltre agli ospiti paganti, accudiva anche il vecchio padre vedovo. D'inverno occupavano le tre stanze studenti universitari che d'estate, quando tornavano a casa, venivano rimpiazzati da ragazzi stranieri come noi.
Uno studente di veterinaria che aveva finito e stava per laurearsi si trattenne per qualche giorno mentre eravamo già presenti noi "estivi" . Era un ragazzo cordiale che c'invitò alla festa di laurea e noi, naturalmente, fummo felici di partecipare. La cerimonia si svolgeva all'aperto in modo collettivo. Tutti insieme i laureandi, con toga e tocco presi a nolo, partecipavano alla cerimonia che aveva ai nostri occhi un'aria carnevalesca, se confrontata all'austera discussione individuale della tesi presso l'Alma Mater di cui avevo un ricordo freschissimo.
La padrona di casa era una donna gentile, piuttosto austera, mentre un personaggio cordiale era suo padre con il quale era doveroso trattenersi per un po' di conversazione alla fine della cena. Era un fumatore di pipa molto esperto che tirava con rilassata metodicità senza mai lasciare spegnere la sua pipa curva mentre conversava con noi.
Una volta per esporci meglio la sua ammirazione per gli antichi romani, di cui elogiava le abitudini alimentari, estrasse la pipa di bocca un po' troppo allegramente e arpionò la dentiera che volò in mezzo al tavolo già sparecchiato chiudendosi con un rumore secco.
Noi due ragazzi non battemmo ciglio e gli demmo tutto l'agio di raccogliere i denti e continuare il discorso come niente fosse.
Naturalmente durante la passeggiata serale fino ai giardini di Princess Street, commemorammo la scena comica con le dovute risate che avevamo trattenuto con un self-control più British degli stessi britannici che ci sforzavamo di imitare, almeno per quanto riguardava la lingua.
I Princess street gardens sotto l'imponente Edinburgh Castle, si animavano dopo il tramonto specialmente se c'era una banda che suonava su di un palchetto accanto alla grande pista da ballo circolare. Con un sixpence si poteva partecipare al ballo collettivo. Le coppie danzavano balli classici come il waltzer e si muovevano molto compostamente in senso orario senza intralciarsi o urtarsi ruotando come satelliti attorno ad un immaginario pianeta al centro.
La passione per le bande era diffusa a giudicare dal pubblico numeroso che ne ascoltava i concerti, ma di gran lunga le più divertenti erano le marching-band di tipo militare con i suonatori in rigoroso costume scozzese: pipes and drums in kilt che suonavano inni e ballate tradizionali come "Scotland the brave":
"Drums in my heart are drummin" che ancora oggi, a distanza di molti decenni, mi commuovono.
A dispetto dei continui scrosci di pioggia alternati a ventose apparizioni del sole fu un soggiorno piacevole anche per la compagnia molto allegra di Emilia che si divertiva ad ascoltare i miei sogni che cercavo di ricordare per raccontarglieli al mattino durante il breakfast: il solo pasto decente della giornata.

03 agosto 2019

Pipae, piparum, pipis (seconda parte)

Pipae, piparum, pipis (seconda parte)


Due pipe uguali di radica scura rusticata con il cannello di legno lungo ed un corto bocchino le portai a casa da Londra l'anno della mia laurea.
Non erano pipe inglesi di alto lignaggio, ma proporzionate al mio modesto budget e adatte ad un principiante che volesse passare dalle sigarette alla pipa senza bruciarsi la lingua.
Una delle due, infatti era destinata a mio padre che speravo di convincere ad abbandonare le sigarette e a farmi compagnia fumando la pipa insieme durante le lunghe chiacchierate che facevamo in casa o passeggiando per Roma.
Il regalo fu accolto con affettuosa gratitudine ma, dopo alcuni accondiscendenti tentativi, la sua pipa restò un elegante regalino del figlio appoggiata in bella vista sui mobili di casa.
Le avevo comprate da Smith, vicino al British Museum, un autentico tabaccaio di altri tempi di cui non avrei mai sospettato l'esistenza prima di capitarci dentro per caso.
A quel tempo frequentavo la prestigiosa British Museum Library, allora aperta anche a studiosi internazionali, dietro presentazione di credenziali e agli studiosi accreditati erano riservate confortevoli postazioni di cuoio blu dove si potevano lasciare i libri aperti dalla mattina alla sera, anche durante la veloce pausa pranzo o la velocissima pausa-pipa.
Proprio durante una di quelle pause pranzo m'imbattei nel tabaccaio a pochi passi dal museo. Come il nome, anche l'aspetto esteriore del negozio era incolore e non lasciava presagire la miniera di pipe e tabacchi che nascondeva nel vasto interno. A parte le pipe, quello che mi sorprese fu "la macchina del tabacco" su misura.
Un grosso imbuto verticale terminava con una vite alla quale si poteva avvitare una classica scatola tonda vuota da riempire con la miscela di tabacchi desiderata. Il tabaccaio preparava al volo la mistura richiesta prelevando da grossi vasi la percentuale di virginia, burley, kentucky, latakia ecc. la spingeva nella scatola, avvitava il coperchio e ti portavi via il tuo tabacco su misura. Volendo, potevi far registrare le tue preferenze su di un librone che sembrava il codice atlantico e ordinare a Smith cinque, dieci scatole e fartele recapitare a casa per posta. A giudicare dalle dimensione del librone il fantastico Smith ne doveva avere di clienti affezionati.
Per noi disgraziati pipatori italici era un sogno. All'epoca a fatica trovavamo dal tabaccaio gli squallidi trinciati del monopolio e, se ti andava bene, una lussuosa scatola rossa di Prince Albert o di Rivelation.
Nell'immagine la sala della British museum library
Vai alla PRIMA PARTE di Pipae, piparum, pipis

30 settembre 2014

Il risveglio



Il momento del risveglio può essere lungo e piacevole, quando i decenni di vita trascorsi sono parecchi e non ci si deve più alzare in fretta per andare a scuola o al lavoro. Non è solo un limbo fra il sonno e la veglia, ma anche fra il presente e il passato. Piuttosto latitante è, invece, il futuro, comprensibilmente.
Quali siano gli stimoli che durante il risveglio richiamano eventi, circostanze, abitudini del passato è difficile da dire, quanto lo è immaginare la causa dei sogni, sempreché non si creda alle premonizioni che fecero la fortuna di Giuseppe presso il Faraone o alle interpretazioni di Freud e compagni, in tempi moderni.
Personalmente non ho temi ricorrenti che si ripetono ossessivamente, come nel film Marnie di Alfred Hitchcok, ma qualche atmosfera preferita, che si riaffaccia alla memoria durante il risveglio più spesso di altre, sicuramente c'è.
Questa mattina, ad esempio, ripensavo ai viaggi in treno del primo giorno di vacanza, per raggiungere da Roma -la città della scuola- la vecchia grande casa di famiglia a Carpi -la casa delle vacanze-. Là mi attendeva un'accoglienza affettuosa, ma non oppressiva, la bicicletta, il tavolo da ping-pong in cortile e una banda di compagni con cui giocare in strada o nelle vicine campagne.
"Il viaggio verso la libertà" durava cinque ore e mezza o sei e si svolgeva su di un elettrotreno con vagoni a scompartimenti chiusi da Roma a Modena: il cosiddetto direttissimo Roma-Milano e, dopo una sosta a Modena, terminava con un breve percorso di mezz'ora fino a Carpi.

locomotiva

Normalmente, questo ultimo tratto era servito da una "littorina": una modestissima motrice diesel dal colore deprimente e con un anacronistico nomignolo fascista. Qualche volta però, imprevedibilmente, i pochi vagoni con sedili di legno del treno per Carpi-Suzzara-Mantova erano trascinati da un'autentica locomotiva nera a vapore: una meraviglia agli occhi di un bambino come me.
Non la si poteva leccare con profitto e, pertanto, non appagava il gusto, ma accontentava tutti gli altri sensi. Era bellissima da vedere, sbuffava fuoco e fiamme come un drago, faceva un rumore cadenzato e ritmico come un grosso cuore di mamma e sprigionava un elettrizzante profumo di fumo, fuliggine e vapore, mescolati sapientemente come nessun "naso" di Grasse saprebbe inventare.
Credo che la nera vaporiera sia una delle componenti essenziali del piacevole, ricorrente risveglio intitolato "Primo giorno di vacanza"

02 maggio 2014

Tortellini parrocchiali

Il primo Maggio, a distanza di circa sei anni, siamo tornati a Castelvetro e, questa volta, ci siamo fermati a mangiare in piazza dove hanno aperto un caffè-ristorante proprio di fianco alla chiesa del borgo alto che io vedevo quotidianamente a inizio carriera quando ricevetti l'incarico annuale d'insegnamento alle scuole medie di quel gradevole paesino pedemontano modenese. 
Ho già parlato di quella simpatica esperienza in un mio precedente blog e non voglio ripetermi. Se vuoi, puoi leggerlo qua. 
La giornata era bella e i pochi tavoli all’aperto si sono presto riempiti di gitanti che avevano raggiunto l’isola pedonale salendo a piedi in abiti primaverili o mascherati da ciclisti della domenica su costose biciclette da montagna.
Dopopranzo, visitate le toilettes pretenziose del bar “L’eglise” (sic) in stile giovanilistico-barocco, siamo entrati anche nella chiesa pseudo-gotica di fine ottocento, caratterizzata da enormi colonne, del tutto sproporzionate al compito di sorreggere gli archi acuti delle tre navate, di normali proporzioni paesane.
Tuttavia, la cosa più notevole dell’interno non sono le colonne gigantesche, ma il manifesto affisso bene in vista vicino al portone centrale che aiuta il visitatore a calarsi nell’autentica atmosfera del luogo.

Clicca qui per vedere alcune mie foto di Castelvetro e dintorni.



23 settembre 2013

Rosina ed Emilio



Non è detto che sia destino di tutti i giovani diventare vecchi, mentre tutti i vecchi sono stati giovani, prima o poi. Banale verità che i bambini ignorano. Così capita di restare sorpresi nel conoscere aspetti della giovinezza di un "vecchio" conosciuto da bambino, se per riservatezza o altro, non ne ha mai parlato. Proprio questo è accaduto a me visitando sabato scorso la bella mostra nell'uccelliera del castello di Carpi in cui, con delicatezza rispettosa e buon gusto è stato esposto il carteggio di due fidanzati carpigiani all'inizio del secolo scorso.
cartoline
La nipote lo ha scoperto solo ora, a distanza di un secolo, riordinando la soffitta danneggiata dal terremoto, e, sorpresa e commossa dalla qualità del carteggio, lo ha proposto con affettuosa solecitudine alla biblioteca comunale che ne ha curato con sensibilità e perizia l'allestimento.
Credo che chiunque abbia visto la mostra sia rimasto piacevolmente incantato dalla bellezza delle cartoline illustrate, una vera rarità, e dalla affettuosa spontaneità dei testi, ma ancora più coinvolgente è stata per me la visita perché ero accompagnato da E., mia amica cara da tutta la vita e nipote di Rosina, la fidanzata, che io frequentai da bambino quando era già nonna.

14 ottobre 2012

Ottobre



Fino al tramonto inoltrato
continuavo a giocare nel prato
mentre la scuola era ricominciata
e la nebbia autunnale era tornata
in quel mite ottobre soleggiato




23 novembre 2011

Ninnananna

"Dorme la pentola sul focolare
dormono i pesci sul fondo del mare"
è questo l'inizio della ninnananna
che amavo sentire dalla mia mamma
e ancora adesso vorrei riascoltare

focolare


27 febbraio 2011

Il pendolo del nonno

 

Il pendolo è l'orologio più bello del mondo
ha un suono delicato armonioso profondo
non ha un display luminoso lampeggiante
ma un quadrante sobrio ed elegante
Tieni sempre carico il pendolo del nonno


Orologio a pendolo

La foto, scattata da mezzz'ora, ritrae nella sua austera eleganza il pendolo di mio nonno
che io tengo affettuosamente carico da quarant'anni. Spero che i miei figli e nipoti facciano
altrettanto, quando io sarò cenere dispersa nel mare.



28 giugno 2010

Nonsense


lun 28 giugno 2010 Nonsense

C'era un vecchio di Brisighella
che mangiava solo pane e mortadella
né pioggia o sole né tempesta o vento
lo distoglievan dal suo comportamento
quel metodico vecchio di Brisighella

Questo mio Limeric è un tpico prodotto fatto in casa come i tortellini di Natale. Il maestro di questo genere di "nonsense", poco popolare in Italia, è Edward Lear, un inglese dell'800, abile disegnatore e grande viaggiatore, che morì a San Remo nel 1888.
In italiano i suoi limerics sono conosciuti nella traduzione di Carlo Izzo che amava lo spirito di Lear e pubblicò "Il libro delle follie" (Neri Pozza editore, Venezia 1954) e, più tardi, "Il libro dei nonsense" (Einaudi editore, Torino 1970). Entrambi sono impreziositi da illuminanti introduzioni sul nonsense dello stesso Izzo e corredati delle illustazioni che Lear disegnò ad accompagnamento e completamento dei testi che, nelle sue intenzioni, erano destinati ai ragazzi.
Solo il volume del 1970 contiene, accanto alla traduzione illustrata, anche il testo originale in inglese.
Riporto qui sotto un limeric preso dal volume del '54 non perché sia più significativo di altri, ma perché, dopo quarant'anni, ancora mi suona nell'orecchio recitato dalla calda voce comunicativa di Carlo Izzo che, per una ragione che ignoro, lo portava come esempio, calcando sull'aggettivo "romantico" dell'ultino verso: chiave di volta interpretativa del tutto.
nonsense
Chi volesse saperne un po' di più su Edward Lear clicchi qui ; mentre chi volesse leggersi qualche altro limeric di Lear (purtroppo privo delle illustrazioni di corredo) clicchi qui
La ragione che mi ha indotto, dopo decenni di oblio, a ripescare dagli scaffali di casa i due volumi di nonsense, amati e dimenticati, è un "incontro" casuale in rete. Partendo da un articolo sul supplemento culturale della domenica de Il sole 24ore e passando dagli spiritosissimi Green Porno di Isabella Rossellini, mi sono imbattutto in alcuni "Video senza senso" cioè dei nonsense in formato clip video. La trasmigrazione dall'ottocentesca carta&penna al video-clip ha stuzzicato la mia curiosità, così ne ho guardato alcuni e ne propongo qui sotto uno che ho apprezzato particolarmente:

05 gennaio 2009

The education of Henry Adams

lun 05 gennaio 2009 The education of Henry Adams

Ho letto con curiosità che la famiglia Obama si è insediata in questi giorni all'hotel Hay-Adams di Washington D.C. in attesa di trasferirsi fra un paio di settimane nella vicina Casa Bianca. Si tratta di un albergo storico costruito in stile rinascimentale italiano, almeno nelle intenzioni dell'architetto americano che lo progettò, che, caso insolito, prende il nome da due illustri ospiti che lo abitarono: John Hay, segretario privato di Abraham Licoln e suo segretario di Stato e diHenry Brooks Adams storico e scrittore americano, pronipote e nipote del secondo e del sesto presidente degli Stati Uniti.
Henry AdamsDi Hay poco m'importa, mentre Adams mi è particolarmente caro per la sua autobiografia The education of Henry Adams che, ai tempi dell'università, mi piacque al punto da proporla, come argomento della mia tesi di laurea, al compianto professor Carlo Izzo che ne fu piacevolmente sorpreso. In Italia era un libro pressoché sconosciuto nel 1964, così ebbi occasione di trascorrere un mese per studiare quanto si trovava in Europa sullaEducation nella prestigiosa British Museum Library a Londra, a quel tempo aperta a studiosi anche internazionali, dietro presentazione di credenziali e garanzie dell'istituzione di provenienza, nel mio caso l'Istituto di studi anglo-americani dell'Università di Bologna.

British museu library

A parte il cibo, consumato frettolosamente in un vicino Wimpy o in un Golden Egg, una catena di fast-food scomparsa senza rimpianto, fu un mese piacevolissimo trascorso sulle confortevoli postazioni di cuoio blu dove si potevano lasciare i libri aperti dalla mattina alla sera, anche durante la veloce pausa pranzo o la velocissima pausa-pipa.

Completai la rassegna delle pubblicazioni su H. Adams con una supplementare sosta a Roma di un paio di settimane nella silenziosa biblioteca del centro studi americani, durante un'estate caldissima, priva del celebrato ponentino, tanto favoleggiato quanto assente. La sera la passavo allegramente in terrazzo sotto la buganvillea con i miei genitori, allora vivi, pimpanti e affettuosamente contenti della mia presenza nella loro casa a Monte Sacro.

Alla fine dell'estate, su H. Adams ne sapevo più del diavolo e, per fortuna, più lo conoscevo più mi era simpatico e trovai che nella sua autobiografia c'erano chiari indizi della sue simpatie, non dichiarate esplicitamente da lui e sfuggite ai sui biografi e critici, per il buddismo zen che sicuramente doveva aver avvicinato durante i suoi viaggi di giramondo e che io, proprio in quel periodo, stavo esplorando solo librescamente, su sollecitazione di mia madre, allora molto presa dalla pittura giapponese e dalla filosofia che la sosteneva.

Così, rileggendo oggi del temporaneo trasferimento della famiglia di Barack Obama nell'hotel che fu residenza di H.A. fino alla morte per suicidio di sua moglie che si favoleggia vi si aggiri tuttora da fantasma nei freddi giorni invernali, mi è capitato di fare un tuffo in memorie ormai sbiadite da decenni, ma ancora gradite al loro inatteso riaffiorare.

Chissà che in uno di questi giorni freddissimi, a completare il tuffo nel passato, non si materializzi improvvisamente il volume polveroso dell'Education of Henry Adams, volandomi addosso da uno degli scaffali più alti e dimenticati, nel rispetto delle migliori tradizioni dei fantasmi di buona famiglia.

Le tre foto rappresentano l'hotel Hay-Adams, un ritratto di HenryAdams e l'interno della British Museum Library

28 novembre 2008

Il gorgo di Occhiobello

gio 27 novembre 2008 Il gorgo di Occhiobello

Il 15 novembre scorso, in un bel sabato di sole, dopo alcuni giorni di pioggia e di vento, siamo tornati sul Po ferrarese, dopo aver pranzato al "Ponte rosso" di San Giorgio di Piano, una simpatica trattoria bolognese senza fronzoli, dove si mangia bene secondo la tradizione.
Erano trascorsi esattamente cinquantasette anni da quel tragico 15 novembre 1951, quando il Po ruppe gli argini e allagò l'intero Polesine arrivando fino alle porte di Rovigo sulla sponda sinistra e allargandosi nel ferrarese sull'altra sponda.

L'incontrollata estrazione di metano nei precedenti decenni aveva contribuito, con l'abbassamento del suolo e degli argini (ma non del fiume), a moltiplicare gli effetti disastrosi della piena. Al cordoglio nazionale per i morti ed i feriti, nelle prime ore, e alla commovente gara di solidarietà che percorse l'intero paese, seguì, solo più tardi, la consapevolezza dell'entità del disastro: una catastrofe che cambiò per sempre, non solo la vita delle migliaia di sfollati, ma l'intero equilibrio di un territorio vastissimo che non si è mai più ripreso del tutto. La patria delle nebbie si è spopolata per sempre e ha cambiato faccia. Io avevo nove anni allora, ma ricordo bene i bollettini degli inviati della RAI che si susseguivano ora dopo ora, nel difficile compito di descrivere la vastità dell'esondazione. Allora abitavamo a Roma; capannelli di persone si formavano per strada intorno ai pochi luoghi dove una radio accesa trasmetteva ai passanti in strada i bollettini. La televisione non c'era e neppure le radioline a transistor, che si diffusero solo alla fine del decennio, ma l'evento era così drammatico che tutti cercavano di seguirlo minuto per minuto, con gli scarsi mezzi d'informazione disponibili.

Gorgo sul Po

Gorgo di Occhiobello sul Po

Oggi, a più di mezzo secolo di distanza, in una bella giornata di "normale" piena novembrina, i gorghi che si formarono allora non sono altro che piacevoli specchi d'acqua limpida che rendono impraticabili i parchi commemorativi che ricordano l'alluvione del '51. Il gorgo di Occhiobello, vicino a Ferrara, ma sulla sponda veneta, è l'oggetto della presentazione che propongo ai lettori che desiderino guardarla. Clicca qui o sulla mia foto qui sopra per vederla. La musica che accompagna lo scorrere delle immagini è "Suzanne" di Leonard Cohen.

01 novembre 2008

Kandebù?

ven. 31 ottobre 2008  Kandebù?

Randolph ScottA distanza di trentun anni, un mese e cinque giorni, proprio nello stesso angolo del centro di Bologna mi sono ritrovato, per caso, di nuovo davanti ad un corteo di ragazzi che occupava tutta via Castiglione, ma ieri l'atmosfera, festosa e innocua, era completamente diversa. Nel settembre del '77 ricordo bene che, proprio lì, prima di svoltare a sinistra per via Farini per raggiungere il carcere che allora si trovava ad appena duecento metri sulla collina di San Giovanni in Monte, i più "duri", si tiravano sulla faccia i fazzoletti che avevano al collo, lasciando fuori solo gli occhi, come facevano i banditi durante l'assalto al treno nei primi film western con Randolph Scott. 
porci con le aliPochissimi brandivano verso l'alto le famigerate P38, vere e cariche che fossero, o solo innocue imitazioni. Le facce di quelli che le impugnavano, però, erano tutte vere e poco raccomandabili, a colpo d'occhio. Al corteo, enorme, partecipavano ragazzi venuti da tutt'Italia, compresi i temuti portantini del Policlinico di Roma e in aria volteggiavano a bassa quota, con un provocatorio rumore assordante, gli elicotteri della polizia: i porci con le ali, come venivano definiti da alcuni, piegando alla circostanza il titolo di un fortunato libro giovanilistico di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, uscito da poco.

Allora pare che fossero in centomila, ieri, invece, cinquemila, forse, o cinquecento o cinque, secondo le fonti ufficiose, ufficiali o governative. Il serpentone si muoveva a singhiozzo, occupando tutta la sede stradale, con qualche striscione, un po' di bandiere anonime dal rosso al nero, tenuto sveglio da un assordante musica rap e da una voce che incitava alla fiducia e alla consapevolezza dell'importanza dell'evento e della battaglia appena agli inizi: ancora una volta ce n’est qu'un début, dunque. Qualche slogan non particolarmente memorabile, accenni di ballo, assenza di simboli di partito e di fischietti sindacali, atmosfera rilassata. Il numero esatto? Molti, uno più uno meno.

Io mi ci sono mosso in mezzo tranquillamente, cercando di catturare con il telefono un filmatino con uno striscione e lo sfondo dei palazzi medievali e la torre degli Asinelli, ma non ne ho cavato niente di buono, per mia imperizia e modestia dello strumento, non certo per essere stato ostacolato. Ai lati del corteo la gente non pareva né sorpresa né indispettita, guardava come si fa con il Po in novembre, quando è bello pieno, ma ancora lontano dai livelli di guardia; soltanto un'elegante signora ha arricciato il naso con aria seccata, mentre avanzava indisturbata controcorrente verso le sue diverse mete ed il suo destino. Di più non si può pretendere, direi.

Dopo pranzo, tornando dal ristorante a ricuperare la moto, lasciata al di là del placido fiume umano, due ore prima inguadabile, ma ormai svanito, ho attraversato piazza Maggiore dove si attardava uno sparuto gruppo di ragazzi seduti in cerchio sul "crescentone"; alcuni avevano un quadernone per gli appunti, aperto sulle ginocchia. Mi hanno ricordato i bambini in visita al museo, seduti a terra davanti ad un quadro mentre ascoltano la maestra che glielo spiega. Dietro, verso il Pavaglione, un gruppo più numeroso di adulti, in piedi, ascoltava e interloquiva pacatamente con un signore ben vestito dell'argomento del giorno, allargandosi alla politica in generale e all'economia. L'oratore parlava stando in piedi su di un panchetto di plastica non più alto di due spanne; i piccioni becchettavano tutt'intorno, fingendosi disinteressati.

Studenti in piazza

..uno sparuto gruppo di ragazzi seduti in cerchio sul "crescentone" e, dietro, un più numeroso gruppo di adulti in piedi...

17 aprile 2008

Una legna non fa fuoco

gio. 17 aprile 2008 Una legna non fa fuoco

Una legna non fa fuoco
due legne ne fan poco
tre legne focherello
quattro legne fuoco bello

All'ora giusta, Luisa entrava nella stanza, apriva la finestra e annunciava l'ora e il tempo: "Buongiorno. L'è bele set or. A ghe fred. Incò a siga i melvistì. St'atenti: a ghe dal gias, per tera." Sembrava che fosse il tempo ad obbedire alle sue parole. Evocava i giorni, uno dopo l'altro, distribuendo come si conviene le giornate di nebbia, quelle di sole e di pioggia, secondo ritmi e scadenze immutabili, consolidate in millenni di vita contadina e rispecchiate dai proverbi. In cucina, il banchetto mattutino di pane secco e sbriciolato radunava i passeri del circondario sul davanzale di marmo della finestra vicina alla stufa, già accesa da tempo. Il grande tavolo quadrato era apparecchiato a metà, con tovaglie ricamate a punto croce che si usavano solo per la colazione. Fra le due finestre, il pendolo con la lancetta dei minuti soggetta alla legge di gravitazione universale più che al contingente imperio degl'ingranaggi, segnava un'ora approssimativa, poco più precisa dell'ombra del sole, ma adeguata ai ritmi di vita.
La grande tazza di ceramica senza manici, pronta per il latte, bollente sotto lo strato di panna, era sempre la stessa, come il piccolo tagliere con il pane secco tagliato in piccoli cunei irregolari, molto più grandi di quelli destinati ai passeri. Il vasetto di marmellata nera di amarene, brusche e squisitissime, e la caffettiera colma e fumante completavano l'apparecchiatura. Mentre mangiavo la zuppa di caffè e latte, quasi sempre arrivava l'uovo sbattuto con lo zucchero, spumoso e pastoso come panna montata. Le varianti alla "colazione" erano rare e se ne discostavano di poco, con giusta ragione.
A volte un panino francese croccante e leggero, ancora tiepido di forno o un pezzo quadrato di stria con il sale grosso in superficie e qualche briciola di ciccioli secchi o gli avanzi di gnocco fritto, tagliato a rombi, da intingere di punta nel caffelatte o nella cioccolata fino a riempirne la bolla maestosa che ne attestava la perfezione.

gnocco fritto


Solo il giorno di capodanno anche i bambini potevano avere un mezzo bicchierino di Sassolino in cui intingere una fettina di spongata, dura di mandorle e canditi, e coperta da uno strato compatto di zucchero a velo.
"Et magnè a basta? ...alora, va mo là, e fa a mot."



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio. 17 aprile 2008 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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02 aprile 2008

Castelvetro di Modena

mer. 02 aprile 2008 Castelvetro di Modena
Una settimana fa, al ritorno da un blitz a Fiorano per una incombenza pratica, abbiamo deciso di tornare a casa per stradine di collina prive di traffico e ricche di curve e di scorci inattesi.
L'album di foto è una raccolta d'immagini scattate dalla stretta strada che porta dal fondovalle al piccolo santuario della Madonna di Puianello e, nuovamente, giù fino a Castelvetro: un piccolo centro della collina modenese che ha saputo attuare un gradevole restauro conservativo.
Castelvetro - Modena

Io ricordavo Castelvetro di Modena com'era nel '966 quando dovevo raggiungerlo quotidianamente in auto da Bologna, anche dopo l'alluvione del 4 novembre che abbatté i ponti di Spilamberto e Vignola sul Panaro. Tutti la ricordano per i danni molto più clamorosi dell'Arno a Firenze.
Era un paese tranquillo con municipio, chiesa, scuole, caffè, sali&tabacchi e un barbiere con cui giocare a scacchi. Quell'anno, la scuola media non aveva aule a sufficienza per i ragazzini del paese e di un vasto circondario, così a me, giovanissimo supplente annuale, toccò la fortuna di un aula ricavata al pianterreno di palazzo Rangoni, di fronte alla chiesa parrocchiale a cui apparteneva. Sulle pareti solo il ritratto incorniciato del vescovo di Modena e, per riscaldarci, una poderosa stufa a legna Becchi con i regolamentari cassettoni ed un lunghissimo tubo precariamente fissato al soffitto.
La porta di accesso all'aula, aperta direttamente sulla piazza,  era la stessa semplice bussola a vetri smerigliati  di un precedente ambulatorio medico trasferitosi chissà dove. Così, capitava che durante le lezioni si affacciasse qualcuno in cerca del medico. L'espressione sorpresa del paziente mancato era sempre accolta con grandi risate dalle bambine di prima media.
Quando il tempo era buono ed il mio orario favorevole, mi portavo dietro il cane che gironzolava libero per il paese prima di venire ad accoccolarsi fuori della porta vetrata, non senza provocare insistenti richieste delle scolare perché lo facessi entrare.
Per mitigare l'austerità eccessiva dell'ambiente avevo lasciato che le ragazzine vi affiggessero manifesti dei loro idoli del momento e, in cambio della cortesia, loro mi avevano portato un bel poster di Marilyn Monroe che avevano appeso alla parete di fronte alla cattedra. Ci eravamo anche costruiti un planisfero ed una bella carta d'Europa con pastelli colorati.  Il risultato assomigliava abbastanza alle carte ufficiali ed era, comunque, meglio di niente.
L'impresa aveva galvanizzato le scolare e l'aula era diventata uno spazio "loro" in cui passavano volentieri la mattina a studiare, finché una brutto giorno abbiamo trovato le pareti spoglie: il ritratto del vescovo era rimasto nuovamente solo.
I bidelli avevano ricevuto dalla sede centrale di Spilamberto l'ordine telefonico della preside, mai vista né sentita, di staccare e buttare via tutto. Un sopruso bello e buono frutto di ottusità, per non dire altro. Il prete, un simpatico ragazzo, padrone di casa e insegnante di religione, era completamente estraneo alla vicenda e sorpreso dell'accaduto quanto noi. Non sapemmo mai di chi o di che cosa avesse avuto paura la preside assenteista.


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10 marzo 2008

Sughi, sapa e sapore.

dom. 20 luglio 2003 Sughi, sapa e sapore.

Quando veniva la stagione giusta e il sole, la pioggia e il vento leggero di pianura avevano fatto il loro mestiere i grappoli di uva nera finalmente assumevano il colore da cui prendevano il nome. Lungo i filari di olmi, le cui foglie avevano in passato nutrito i bachi da seta, si sporgevano i pergolati simmetrici, belli alti da terra per sopravvivere alle tardive gelate di primavera: temuti soprassalti finali dell'inverno ormai svanito.

Fra le belle foglie fitte della vite, sopravvissute alle potature, pendevano i grappoli di lambrusco salamino, ulivo, lancellotti. dalle dimensioni così diverse da lasciar presagire, fin dal primo sguardo, le diversità di sapore. C'erano grappoli grossi, fitti e pesanti, lunghi una spanna da uomo e grappolini radi che stavano tutti interi nella mano di noi bambini. Erano così invitanti che non si resisteva alla tentazione di mangiarli subito con un sol morso con un moto della testa più vicino a quello di un coccodrillo che a quello di un cucciolo umano.

Niente sgridate, però, e nemmeno un rimprovero fuggevole con gli occhi, anche se la faccia diventava scuretta e appiccicosa: era la stagione in cui le signorine cagionevoli di città venivano mandate in campagna a fare la cura dell'uva.

In queste scorribande al tramonto al seguito di Luisa si riprendeva la bicicletta verso casa solo quando la grande sporta di pavera, destinata ad uno dei corni del manubrio, si era riempita di uva matura e bilanciava l'altra sporta gemella che ospitava, fra un'imbottitura di stracci puliti, le due fiasche spagliate piene di latte tiepido che il contadino aveva preparato per noi.

Arrivati a casa lungo l'argine del canale illuminato dalla luce del crepuscolo bisognava bollire il latte, denso di panna, e pigiare l'uva che non sarebbe finita in tavola per ricavarne un mosto nero, denso e dolcissimo presago di "sughi", "sapa" e "sapore": tre delizie che sarebbero durate tutto l'inverno.



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Si tiene la cola seca... buen tiempo

lun. 21 luglio 2003 Si tiene la cola seca... buen tiempo

Dal primo viaggio in Ispagna, insieme ad alcune brocche di terracotta bianca, porosa e trasudante, per tenere l'acqua fresca, arrivate a destinazione miracolosamente vive, portammo a casa anche una piastrella incastonata in un'elegante cornice riccioluta di ferro battuto nero. La decorazione rappresentava una capretta con una coda sporgente di autentica stoppa soggetta agli eventi ed agli umori atmosferici, purché esposta all'aria e alla pioggia, fuori da una finestra.

Da questa sofisticata attrezzatura, l'insieme prendeva, a buon diritto, il pomposo titolo di "Barometro Intemperie". Il funzionamento dello strumento era spiegato in chiara prosa castigliana in sei righe nella metà inferiore della piastrella, sotto la capretta saltellante e felice di una carota in bocca.

Nella prima riga si spiegava: "Si tiene la cola seca... buen tiempo" fino ad arrivare, con un graduale crescente peggioramento climatico alla sesta, più drammatica: "Si està helada... nieve".

Da allora, con il trascorrere dei decenni, il barometro ha cambiato case e città e sta trascorrendo un'onorata vecchiaia sotto il portico bianco della casa al mare, senza essersi mai sbagliato o avere tradito la sua funzione originaria, benché i tempi siano cambiati in modo così impressionante da risultare incredibili anche a chi li ha vissuti. Niente di più di un elegante manufatto di ferro battuto, pretestuosamente costruito intorno ad uno scherzo ingenuo, si dirà, ed è vero.

La Spagna di allora era un paese bellissimo, ma molto povero, più della stessa Italia che stava faticosamente riemergendo dalla batosta bellica. Io portavo i calzoni corti e condividevo con le valige e le brocche d'acqua fresca lo spazio posteriore di una "topolino", la costosa Fiat 500 C. Era un'utilitaria per pochi, in un paese che si stava motorizzando, con sacrifici, per mezzo di Vespe e Lambrette, se non addirittura dello spartano Mosquito, appoggiato alla ruota della bicicletta.

Le strade di Spagna erano poche, semideserte e piuttosto malconce. I somarelli e i muli erano compagni di strada tutt'altro che infrequenti nell'assolatissimo torpore dell'altopiano e li si poteva anche incontrare, bendati e legati ad una pertica, spingere con estenuante monotonia una noria per l'estrazione dal sottosuolo dell'acqua preziosissima e rara. Era un paese dai contrasti drammatici come il sole e l'ombra dei paesini bianchi dell'Andalusia. La corrida era ancora lo sport nazionale e El Dominghin era el primero, stando al giudizio inappellabile dei camerieri dei lussuosi alberghi dove si poteva confortevolmente soggiornare con poche pesetas.

La sola immutabile costante che ho ritrovato sempre, nei tanti viaggi compiuti successivamente in quel bellissimo e amatissimo paese, è il caldo: "Si tiene la cola seca... buen tiempo"



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'… naio, solfanaio, al sulfaner.'

mar. 22 luglio 2003 '… naio, solfanaio, al sulfaner.'

La vita in città s'identificava con la scuola del mattino ed i pomeriggi malinconici nell'appartamento cupo dei giorni feriali, tagliato a metà dall'ingresso enorme. Era un lungo locale poco illuminato da un finestrone ad arco affacciato sulla scala privata, dove i passi rimbombavano nel vuoto, interrotto solo dalle quattro cassapanche secentesche, scolpite con mostruosi animali mitologici da non guardare mai in faccia prima di raggiungere, di corsa, la camera da letto.

A quel tempo dormivo da solo in una stanza quadrata al primo piano, tappezzata di damasco dorato, ricordo di un diverso uso in epoche precedenti. La finestra si affacciava sulla stretta strada del centro, porticata su di un solo lato e miracolosamente scampata ai bombardamenti che avevano distrutto un vicino teatro, aprendo agli occhi dei passanti prospettive inusitate e vasti varchi pavimentati di macerie fino alla chiesa di S. Giovanni in monte, in cima al colle. Il traffico era rado e irrilevante; nelle orecchie conservo solo il ricordo della trombetta ricurva e della cantilena insinuante dello stracciarolo che passava al mattino con il suo carretto: "… naio, solfanaio, al sulfaner."

Per fortuna, però, veniva il sabato e la fuga nella grande casa di famiglia dei giorni felici di vacanza. La fine angosciosa dalla visita di fine settimana nel grande paese di pianura dove mi aspettava la bici per le sgroppate in aperta campagna, s'identificava nello scampanio lento e sgradevole della campanella che annunciava l'arrivo del treno del ritorno.

Il suono insistente, attutito e diffuso dalla nebbia fittissima, segnava la fine della festa ancor più dell'arrivo della vecchia locomotiva a vapore, nera, che si materializzava allo sguardo solo all'ultimo momento, preceduta dal suono ansimante che le conferiva un carattere quasi animale. Non ricordo nulla del percorso sulle panche di legno della vaporiera fino al capoluogo di provincia e, tantomeno, del successivo tratto, su di un treno elettrico insignificante, fino al capoluogo di regione che m'imprigionava durante i mesi di scuola.
Ricordo invece quando, in pigiama, passavo dalla camera dei miei per augurare la buona notte. Nella penombra diffusa dalla radio Synudine, accesa a basso volume, si sentiva la sigla finale della trasmissione sportiva della domenica: tristissima.

I due bei disegni sono di Emilia



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Boccioli di gelsomino e rose alabastrine

ven. 01 agosto 2003 Boccioli di gelsomino e rose alabastrine

La commovente resistenza delle decine di boccioli di gelsomino che spuntano da una ciotola di ceramica ischitana fra la verzura impalpabile di contorno e a coronamento di alcune rose bianche quasi alabastrine, residuo un recentissimo matrimonio estivo, mi ha riportato ad un'estate lontanissima ormai, quando vissi per un mese in una villa sulla Nomentana aviluppata dai gelsomini.

Non c'erano gelsomini profumati nelle case della mia infanzia nella grande pianura nebbiosa: il clima rigido degli inverni nevosi li avrebbe uccisi, così rimasi particolarmente sorpreso dal profumo festoso che avvolgeva la casa intera, affacciata sul larghissimo viale di platani che da Porta Pia si spinge verso la campagna romana.

Non ricordo quasi nulla delle stanze al pianterreno affacciate sul giardino, se non forse gli accessori pomposi del grande bagno di maiolica finemente screpolata per l'età vetusta. In un angolo del giardino, che circondava il retro della villa, c'era una vasca ovale soffocata dall'edera in cui nuotavano pesci rossi e, forse, ranocchi. L'estate precoce imponeva le finestre aperte anche di notte e lasciava passare il canto dei grilli ed il profumo quasi assordante dei gelsomini bianchi.

Non ricordo quasi nient'altro di quella parentesi romana, se non un bambino un po' petulante che parlava preferibilmente persiano, con il qual giocavo passando dal buco nella siepe che si apriva sul vasto giardino dell'ambasciata afgana. Era il figlio dell'ambasciatore di quel paese remoto: un regno ignoto ai confini del mondo che non aveva alcuna triste notorietà, a quel tempo.



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Le tende gettavano un'ombra rattrappita sulla sabbia dorata

dom. 03 agosto 2003 Le tende gettavano un'ombra rattrappita sulla sabbia dorata

In un giorno feriale all'inizio di luglio andavamo al mare, mia zia I. ed io. Ci accompagnava con la sua spaziosa topolino giardinetta il signor F. che normalmente usava l'auto per il trasposrto di grossi mazzi di paglie di pioppo che servivano alla manifattura di trecce, esportate in tutto il mondo sotto forma di cappelli estivi o di robuste sporte per fare la spesa, leggere, capaci e durevoli antenate delle sportine di plastica. Si partiva la mattina ad un'ora confortevole con una piccola valigia, una in due.

Dopo una ventina di kilometri ombreggiati da pioppi cipressini si raggiungeva la via Emilia, poi sempre dritto, rigorosamente controsole fino al mare, attraversando il centro di tutte le città e di tutti i paesi, come dio comanda. Circonvallazioni, autostrade, svincoli, sensi vietati e altre astruserie non c'erano ancora ed il pigro traffico di allora non ne sentiva alcun bisogno. Le biciclette, numerose, e i carri agricoli condividevano la carreggiata con i mezzi a motore: poche auto e ancor meno camion, soprattutto Dodge e Bedford, residuati di guerra convertiti al trasporto di maiali ed altre virtuose merci di pace.

Il nostro pilota non era certo Nuvolari e la topolino non era una Ferrari, ma per l'ora di pranzo si era sempre tranquillamente pronti a sedersi a tavola, dopo i convenevoli d'obbligo con la matriarca che gestiva l'albergo insieme con le sue quattro figlie, il figlio sinistrato ed il pleonastico "vecchio", assaggiatore di Sangiovese a tempo pieno.

La sala da pranzo era fresca, spaziosa e i tavoli grandi e ben distanziati. La cucina, tradizionale e senza fronzoli, meritava il consenso senza riserve di un pubblico indigeno competente, abituato a mangiare bene a casa propria. I pochi svizzeri e tedeschi, avanguardie dei futuri eserciti di turisti affezionati, si leccavano i baffi ed i fiaschi impagliati avevano il posto d'onore al centro dei loro tavoli. Dalle ampie finestre, sotto la luce abbacinante del meriggio, si vedevano le alte dune popolate di ginestre, unico schermo alla vista del mare che si scorgeva brillare solo attraverso pochi varchi.

Le tende di ruvida tela, ornata con i tradizionali decori ruggine di Romagna, ben distanziate lungo una sola fila, gettavano un'ombra rattrappita sulla sabbia dorata, lambita dal mare verde e trasparente, deserto a quell'ora. Rare erano le paranze all'ancora nell'acqua bassa, con le larghe vele triangolari dipinte di rosso, di giallo e di verde a formare disegni elementari come quelli dei bambini.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) dom. 03 agosto 2003 Invia un commento all'autore
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