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31 maggio 2019

Fair play

ven 31 maggio 2019  

Fair play

una mia foto di germani reali a Comacchio

  • Pensi che sia troppo presto per andare via?
  • Dici per non fare brutta figura con il padrone di casa?
  • Infatti, mi dispiacerebbe. Ma secondo te dove siamo?
  • Questo non lo so. Quando ci hanno invitato non mi hanno detto dove era il posto.
  • Ma allora come abbiamo fatto ad arrivarci?
  • Sarebbe difficile sbagliare posto quando non sai dove devi andare, ti sembra?
  • Sai che per essere in un posto a caso mi sono trovato abbastanza bene questa sera.
  • Anche io, proprio per questo bisognerebbe non fare la brutta figura di scappare via troppo presto come se fossimo stati scontenti.
  • Ci mancherebbe, restiamo ancora un po', ma non troppo per non rischiare di essere invadenti.
  • Sì solo un po' poi torniamo da dove siamo venuti.
  • Va bene, ma tu sapresti tornare indietro?
  • No, ma non abbiamo fretta e se camminiamo con calma arriveremo sicuramente al posto giusto.
  • È inevitabile, poi quando saremo arrivati io mi fermerei anche a bere un bicchiere di vino, o preferisci la birra?
  • No, il vino mi va benissimo poi là non tengono la birra, non ho mai capito il perché.
  • Forse non hanno il frigo.
  • Giusto, sai che non ci avevo mai pensato. Ma adesso è meglio andare sennò si fa tardi.
  • Andiamo allora, ma filiamocela all'inglese per non disturbare.

14 gennaio 2017

Viaggio in Spagna nel 1954

VIAGGIO IN ISPAGNA NEL 1954

Questo post non è che l'introduzione ad un lungo manoscritto di mia madre che ricorda un Viaggio in Spagna nel 1954 che si può leggere così come l'ho trovato e trascritto (integralmente, senza alcuna modifica) in formato elettronico. Per leggerlo clicca qui o più sopra su "Viaggio...".
Riordinando una libreria dedicata a libri, scritti, disegni che erano stati nella casa dei miei a Roma, fra le altre cose dimenticate o mai viste e lette si è fatto notare un bloc-notes a quadretti, occupato quasi per intero dagli appunti su di un viaggio in auto che mio padre, mia madre ed io bambino facemmo in Ispagna nell'agosto del 1954.
All'epoca la Spagna era ancora soggetta alla dittatura franchista, mia madre era una trentenne colta e con tendenze artistiche, appassionata di letteratura spagnola.
Le note devono essere state manoscritte poco dopo il ritorno a Roma alla fine del viaggio e, facendo due conti a memoria, riguardano solo 4 o 5 giorni di un viaggio molto più lungo attraverso Italia, Francia e Spagna, iniziato e terminato a Roma.
Nelle note si parla, infatti, solo del tratto San Sebastiano-Madrid e si finisce con un'istantanea della Plaza de Toros della capitale, mentre attendevamo l'inizio della prima corrida della nostra vita. Del resto del viaggio, fino all'Andalucia e del ritorno lungo la costa del mediterraneo spagnolo e francese, nulla.
Le ultime pagine del notes, scritte a Bologna a distanza di 4 anni nel 1958, riguardano la corrida: uno dei temi più amati da mia madre, ripreso anche in numerosissimi disegni, uno dei quali riproduco qui sopra.

21 dicembre 2016

Pipe giganti



Oggi, finalmente, dopo un mesto periodo di tovaglie a quadretti, nella trattoria che frequentiamo a pranzo a metà settimana sono tornate le tovaglie chiare.
Da quando le vecchie tovaglie bianche plasticate erano state sostituite, non mi ero più azzardato a disegnarci sopra le solite pipe con le quali riempio, da tutta una vita, gli spazi bianchi dei fogli A4 che infestano le attività in cui mi sono trovato coinvolto.
Oggi, ottenuto il permesso pieno e cordiale dal padrone e quello più difficile della moglie che teme un danno dell'inchiostro alle sottotovaglie, ho potuto finalmente liberare la mia vis pictorica lungamente repressa, disegnando tre grandi pipe nel centro del tavolo.
Non so fare altro, ma quelle sono perfette.
Una pipa curva disegnata con un sol tratto è la mia sfragis: il sigillo che uso in coda ai messaggi di posta elettronica e ovunque possa liberarmi dall'obbligo burocratico di una firma ufficiale anagrafica.
Raramente, però, capita l'occasione di potermi scatenare nelle dimensioni e la presenza di un tavolo ancora sparecchiato è più unica che rara.
I muri delle case altrui io li rispetto e non mi sognerei mai di andare in giro a sbombolettare pipe sulle case della città, come fanno i writer più sgangherati.
Nel constatare che non ho perso la mano, a dispetto della lunga astinenza, mi è tornato in mente l'aneddoto del calligrafo coreano, raccontato in un libro di quel paese, di cui non ricordo quasi niente altro.
Nel mio ricordo, un giovane viene ammesso alla bottega di un celebre maestro pittore e calligrafo che, impietosamente, gli impone periodicamente un esame: deve riprodurre alla perfezione un carattere pittografico, soltanto allora sarà libero di lasciare la bottega-scuola. L'allievo s'impegna con tutte le sue notevoli capacità nell'impresa di accontentare il maestro, diventa, a sua volta un celebre pittore, ma, anno dopo anno, al ripetersi dell'esame, non riesce mai ad ottenere l'approvazione del suo padrone e continua a rimanere a bottega per trent'anni, finchè il decrepito maestro, finalmente, riconosce che il carattere è perfetto. Libero dall'incubo, il non più giovane allievo, si libera del maestro nel modo più definitivo: lo ammazza.
Italo Calvino, nelle "Lezioni americane" cita un aneddoto cinese abbastanza simile. In conclusione di quella sulla rapidità scrive:"Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c'era l'abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d'un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d'una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio,il più perfetto granchio che si fosse mai visto."
Le mie pipe sulla tovaglia non saranno pari al granchio di Chuang-Tzu, anche se ho impiegato ben più di dieci anni a perfezionarle, ma chissà cosa sarei stato capace di fare, se avessi avuto un re come committente.
Ho scattato la foto del dignitario coreano durante la mostra "Ancient portraits from Korea"
tenutasi a Bologna nelle sale del museo medioevale nell'Aprile 2009.

All you can eat






"... e tint in meint, che Noster Sgnor l'è smuntè da caval per tirer sù una brisa" (... e ricordati che Nostro Signore smontò da cavallo per raccogliere una briciola di pane"). Questo monito della mia tata quando ero piccolo mi è rimasto in mente per tutta la vita e ha condizionato il mio comportamento a tavola: mai riempire il piatto con più cibo di quanto non sia in grado di mangiare. In altre parole: "Non lasciare nulla nel piatto o nel bicchiere. Mai".
L'ammonimento, mi torna in mente spesso quando al ristorante vedo lasciare bicchieri mezzi pieni di birra o cocacola e metà del cibo ordinato e non solo da giovanissimi, nati in un'epoca di falsa opulenza.
Lo spreco mi sorprende e m'infastidisce ancora di più, quando lo noto in adulti che dovrebbero sapersi regolare. Forse per questo, mi ha incuriosito quando in un ristorante giapponese, aperto da poco vicino a casa, ho notato sul fondo del menu una riga in grassetto che ammoniva a non lasciare piatti mezzi pieni, pena il loro conteggio a prezzo pieno nel conto finale.
Come sarebbe?
Il mistero si chiarisce studiando il resto del menu. Si tratta di uno di quei posti ALL YOU CAN EAT (mangia fino a crepare), pensati per appetiti giovanilistici e per ingordi di tutte l'età che ad un prezzo fisso modesto offrono una grande varietà di portate, ordinabili senza limiti... ma guai a chi lascia una briciola.
Che si sia trovato un modo nuovo per educare i ragazzi a non buttare via niente?
Non lo so.
Le poche volte che ci sono andato ho notato ragazzi e ragazze che non smettevano mai di mangiare sfilze di cincischietti di riso bollito e pesce crudo con nomi e forme esotiche, serviti ben allineati come soldatini giapponesi in eleganti piatti da portata, o mini-tavolini di legno o addirittura barchette, anch'esse di legno.
A queste ultime non ho saputo resistere. La volta successiva mi sono fatto portare una barca anche io. Sfortunatamente, conteneva un numero irragionevole di bocconcini di riso e pesce dalle forme varie, ma dal sapore e dalla consistenza troppo simili, per i miei gusti.
A stento sono riuscito a svuotarla senza patire la doppia onta di contravvenire ai principi etici marcati a fuoco nell'anima dalla mia tata e alla regola dell'occhiuto avvoltoio giappo, pronto a punire la mia ingordigia con un conto salato.
Giuro che non lo farò più. Se proprio vorrò vedere di nuovo una bella barchetta sul tavolo, provvederò prima ad invitare una di quelle esili giovanottine senza fondo che popolano i tavoli vicini.
A quanto ho visto, sono insaziabili come un secchio bucato.


25 maggio 2012

Nonni stagionali

Nonni stagionali
Oggi pomeriggio, tornando a casa dalla biblioteca a piedi, come al solito, mi è saltato addosso il caldo. Sporadiche ed inconcludenti avvisaglie dell’estate c’erano già state, ma era troppo presto perché fossero credibili. Oggi, invece, alla fine di maggio la faccenda sembra diversa. Per fortuna, mi tocca dire, pensando ai miei conterranei più sfortunati che ancora dormono in macchina o nelle tende, sloggiati di casa da questo maledetto terremoto che non finisce ancora.
Per me che ho la fortuna di vivere alla periferia del sisma non è che cambi molto, per ora, ma la stagione di bici, braghe corte, maglietta e nipotini in casa al mare si avvicina.
In questi ultimi anni, da quando è iniziata anche la mia stagione finale, sono diventato un nonno stagionale. Come gli africani, che arrivano qui per raccogliere la frutta quando viene il caldo, anche io cambio paese e occupazione. Dalla grande casa vuota di città dove ormai viviamo solo noi due vecchi gatti, ci si trasferisce nella casa al mare dove arrivano i nipotini da badare. Quest’anno saranno le due bimbe che vivono a Parigi durante l’anno scolastico.
Anche per loro  l’arrivo dell’estate è una rivoluzione: passare dall’appartamento al quinto piano nel Marais alla villetta con giardino e piscina, a pochi passi dal mare Adriatico – il più domestico e bonaccione dei mari – è un salto fantastico. Non da meno è il passare dalla gestione dei genitori a quella dei nonni, liberi dai quotidiani obblighi e ritmi scolastici. Una vita senza sveglia, insomma, che mi ricorda come vivevo io la fine della scuola da bambino.

Occhiobello

Anche per loro spero che il passaggio sia vissuto con la stessa gioia e impazienza che avevo io, quando prendevo il primo treno utile dopo la campanella della lectio brevis che annunciava la fine dell’anno scolastico. Allora il viaggio da Roma. dove abitavo, a Carpi, base di partenza delle lunghe vacanze estive di campagna, mare e montagna, durava quasi sei ore che volavano, in attesa di vedere finalmente, dopo le lunghe gallerie buie nella pancia dell’Appennino, la placida pianura senza orizzonte che consideravo casa mia.
Il passaggio dall’elettrotreno - il “direttissimo” che proseguiva per Milano - alla locomotiva a vapore che, sbuffando ritmicamente sul quarto binario, attendeva i quattro gatti che proseguivano per Carpi-Suzzara-Mantova era sempre un’emozione, stemperata dall’annuncio “Per Caarpisussaramantova si cambia” pronunciato con quella modenese lentezza strascicata, inevitabilmente comica, per un bambino che aveva ancora nell’orecchio il romanesco dei compagni di scuola.
Anche dal punto di vista linguistico, il tuffo nel nostro mare in compagnia dei nonni italiani, deve essere notevole per le due bimbe francesine, bilingue la maggiore e ancora infante la piccola. Chissà se, da adulte, ricorderanno con affetto le estati italiane con i nonni, come io ricordo le mie con la zia. Purtroppo temo di arrivare fuori tempo massimo per saperlo.

24 maggio 2012

A tambur battente

“A tambur battente”. Proprio così gli avevano detto. Era la prima volta che la sua solerzia di galoppino veniva spronata con quella frase, invece che dallo scontato “… e sbrigati!” o da più arzigogolate allusioni derisorie alla sua calma imperturbabile. Il primo risultato fu di bloccarlo completamente in un’analisi senza scampo della frase nello spogliatoio in fondo al capannone, suo abituale rifugio quando l’aria in giro era troppo elettrica.
Esattamente cosa voleva dire “A tambur battente”? Di corsa, al ritmo dei tamburi come i bersaglieri? Lui della fanfara dei bersaglieri ricordava solo le trombe, ma non si sentì di escludere anche tamburi battenti, nelle retrovie.
Quindi il padrone, che poi era suo zio, gli aveva voluto dire “di corsa”, né più né meno, ma donde sbucava quella novità militaresca?
L’imputata più probabile era la televisione. Altro che scerscè la fam come dicevano i francesi; un telefilm in costume all’ora di cena doveva essere il responsabile. Per forza, in fabbrica c’erano solo normali analfabetoni che non avrebbero potuto pronunciare una frase del genere neanche sotto tortura, e le abitudini nottambule della zio non si spingevano oltre le nove, salvo partite della nazionale; quindi niente dibattiti e film impegnativi.


Un romanzo in carta e ossa era ancora più improbabile: lo zio era astemio in fatto di letture e non si lasciava corrompere neanche durante la messa di Natale, quando tanti virtuosi come lui facevano finta di leggere il messale, per una volta.
La tentazione di andare a cercare un radiocorriere, per scoprire il titolo dello sceneggiato della sera prima e accertarne la colpevolezza era grande, ma sull’istinto prevalse il buon senso: rovistando con calma nel ciarpame del ripostiglio trovò due bacchette di fortuna, uno scatolone su cui battere e un canestrino da mettere in testa: un bersagliere senza cappello era improponibile. Alle penne di gallo dovette rinunciare, ma così bardato entrò trionfalmente fra i bancali dove gli operai, giustamente, interruppero le loro prosaiche attività per tributagli tutta l’attenzione dovuta.
Più a tambur battente di così non si poteva pretendere da un fattorino.

22 maggio 2012

Aveva un diavolo per capello

Aveva un diavolo per capello anche se era completamente calvo. Le due cose sembravano in netta contraddizione, ma non era così. La sua era una condizione psicologica, uno stato d'animo e non dipendeva dalla stato del suo cuoio capelluto. Resta il fatto che, quando entrò nel bar per prendere un cappuccino, darsi una calmata e telefonare a casa per chiedere che qualcuno lo venisse a prendere perché era rimasto a piedi, calvizie o no, era molto alterato.
Aveva lasciato la sua auto regolarmente in doppia fila per procurarsi un giornale all'edicola e si era trattenuto un paio di minuti a chiacchierare con una giornalaia particolarmente cordiale e chiacchierona - una bella ragazza, tra l'altro - e questo era stato sufficiente perché la sua auto sparisse.
Le chiavi le aveva in tasca ed era sicuro di avere chiuso lo sportello, anche se non era ben certo di avere schiacciato il bottoncino giusto per la chiusura elettrica della portiera. Come avevano fatto a farla sparire in un così breve lasso di tempo gli sembrava un mistero. C'erano solo due possibilità: o un ladro, svelto come un gatto, era già pronto a fiondarsi dentro la sua macchina appena se ne era allontanato, oppure un maledetto carro attrezzi della polizia urbana aveva agganciato la sua Alfa con una prontezza funambolica, già in agguato dietro l'angolo, in attesa del solito furbacchione che parcheggiava a casaccio per andare dal giornalaio. Al barista che lo guardava con aria interrogativa, vedendolo furente senza apparente motivo, diede una laconica spiegazione: "Mi hanno fottuto la macchina" e gli raccontò come misteriosamente fosse potuta sparire la sua macchina in un attimo, mentre era sceso a comprare il giornale.
"Tutto normale, allora. Tranquillo riavrà la sua auto intatta: centotré euro e la piccola grana di doversela sconfiscare dal garage in via Tiburzi 27 dove l'avranno già sganciata e parcheggiata. E' qui vicino, può andarci a piedi."
"Sconfiscare?"
"Riscattare, se le piace di più. Si tratta di un rapimento d'auto, ma perfettamente legale e la sconsiglio di protestare dicendo che in quella posizione e per due minuti non ha danneggiato niente e nessuno. Lo sanno, ma la legge è dalla loro parte."
carro attrezzi

"Come fa ad esserne sicuro?"
"L' edicola era di un mio amico, sessanta ben portati, ma anche un po' stufo di gelarsi i piedi d'inverno e fare la sauna d'estate dentro al suo guscio. Quando quelli dell'ARPIA, quelli dei carri attrezzi, gli hanno offerto una buon'uscita favolosa è andato dal notaio di corsa a firmare la cessione della sua attività. Non so se sia poi contento della nuova vita: non si vede più da queste parti, sarà andato a stare in un bel posto vistamare, magari."
"Insomma si sarebbero comprati l'edicola come esca per pescare con il gancio del carro attrezzi?"
"Esatto. L'hanno ingrandita, abbellita, ben fornita, come avrà notato, e si sono comprati anche il garage qui vicino così fanno meno strada loro e anche "il pollo", senza offesa."
"E a lei come vanno gli affari?"
"Ho perso un amico e acquistato ogni tanto un cliente di passaggio che non tornerà mai più, come lei. Purtroppo all'ARPIA non interessa il mio bar, per ora, ma chissà che un giorno non trovino la maniera di farci i soldi e allora, vistamare anche per me."

19 febbraio 2011

Lana caprina

 
Per occuparsi esclusivamente di questioni di lana caprina, aveva dovuto sudarsi due lauree in casa e un master all’estero. Definirlo un avvocato mancato era sicuramente riduttivo, ma definirlo in altro modo più pertinente era ancora più difficile.
Fin da ragazzo si era sempre disinteressato alle questioni che accendevano dibattiti o addirittura risse fra i suoi coetanei, mentre s’intrometteva volentieri, seppure in modo molto pacato e sommesso, quando incautamente i suoi amici sfioravano questioni marginali. Era pre-galileano, oltretutto, al punto da perdere improvvisamente interesse ad un argomento, quando gli altri cercavano di risolvere i dubbi per via sperimentale o, quanto meno, cercavano di addurre prove inconfutabili e tangibili.
Era il tipo, insomma, che avrebbe voluto intrattenersi in modo esclusivamente teorico su problemi astratti, possibilmente irrilevanti, agli occhi dei più
Per esempio: gli abitanti dell’emisfero boreale, se destrimani, peleranno le mele girando attorno al frutto nella direzione opposta ai destrimani dell’emisfero australe?
Gli orsi, durante il letargo sognano, o il sonno letargico li porta ad una inconsapevolezza maggiore di quella raggiunta durante il normale, breve sonno notturno estivo.
L’idea di chiedere direttamente ad un orso, non lo sfiorava neppure, ma non per le oggettive difficoltà di porre domande e ricevere chiare risposte. In ogni caso, avrebbe preferito elaborare una tesi fondata su ipotesi e deduzioni concatenate in un groviglio di enunciazioni e contro-deduzioni che nessuno avrebbe potuto seguire per più di qualche minuto, anche se ne avesse avuta la pazienza.
Con la sicura competenza in inglese, arabo e cinese, oltre che nella lingua madre, non era riuscito a trovare uno sbocco professionale adeguato e soltanto abbassando, un gradino alla volta, le sue pretese, aveva finalmente trovato un impiego stabile. Serviva le minestre calde, in piedi dietro al bancone di un confortevole self-service, battuto da turisti di ogni parte del mondo, accontentandosi di chiedere in più lingue e con molto garbo: “Gradisce il formaggio, signore?”.
Le ragioni teoriche che inducevano la numerosa ed eterogenea massa di clienti a propendere per il sì o per il no si erano rivelate così imprevedibili e complesse che continuavano, da anni, ad impegnarlo appassionatamente nell’elaborazione di una teoria esplicativa e, probabilmente, avrebbe potuto almanaccare per il resto della vita senza rischiare di trovare una banale risposta definitiva.
Habeat corpus.

12 febbraio 2011

Mai visti prima

 

Mandria di bufali

Per esser vero, è vero. Almeno così dicono, ma crederci proprio del tutto è un'altra storia.
Li hanno visti passare a due a due, ma era già buio e i lampioni non erano ancora accesi. Non proprio a coppie, dicono, ma a gruppetti piccoli, insomma, e dalle nostre parti tanti così non se ne erano mai visti, a sentire i vecchi.
Le tracce del passaggio erano confuse, pare, molto ambigue soprattutto, ma ormai di cacciatori capaci di distinguere esattamente le orme ce ne sono pochi, diciamo pure nessuno.
Hanno detto che, di sicuro, non erano cani grossi e pesanti... e neanche elefanti, avrebbero potuto aggiungere. Insomma dai nostri segugi non si è cavato un bel niente e anche dai falchi, quelli che dicono di averli visti con i loro occhi, non si è saputo molto di più.
Tutti concordano nel dire che erano molti, ma anche questo cosa significa? Quanto è molti? Dieci, cento, mille, migliaia? I più non si sbilanciano con un numero, salvo quelli che le sparano grosse per farsi ascoltare.
Il primo che ha azzardato "una ventina" è stato subito superato da un altro che aveva sempre taciuto e solo allora s'è fatto uscire il fiato per dire: "No, no, di più, molti di più". Da quel momento è partita l'asta... 50... 100... anche di più...
Insomma, se ti dovessi dire che, dopo tutto quel baccano, si è raggiunta una conclusione almeno sul numero, anche molto approssimativa, non mi azzarderei a farlo.
Ma poi, perché delle bestie mai viste prima avrebbero dovuto passare proprio qui da noi, quasi in mezzo al paese e poi sparire nel nulla in un fiat, come dei fantasmi?
Migrazione, ha detto qualcuno, ma ti convince? Le migrazioni, ci hanno sempre insegnato, che si ripetono periodicamente, magari anche in modo quasi indecifrabile, come le anguille che nessuno hai mai capito perché dal golfo del Messico ci mettano una vita per tornare a farsi infilzare dai fiocinini a Comacchio, come dire nel buco del culo del mondo.
E se non è una migrazione regolamentare, cosa è? Una fuga? Ma da cosa o da chi scappano? Un nemico nuovo, anche lui spuntato da chissà dove, che li ha costretti a scappare per mettersi al sicuro? Ma lasciamo pure andare il donde vengono e il dove vanno, ma siamo proprio sicuri che ci fossero? Ma?




21 gennaio 2011

L'anello


 

Lo aveva promesso e, al dunque, aveva mantenuto la promessa. Non aveva lasciato nessuna disposizione testamentaria, neanche a voce. Bastava la legge, aveva tagliato corto una volta che l'avevano interpellata sull'argomento. Ma le andava proprio bene quello che disponeva la legge? in tutto e per tutto? Certo, aveva risposto senza esitazione, ribadaendo ancora una volta implicitamente che lei era una donna d'ordine e anche di chiesa, beninteso.

Quando, con un'insistenza fuori luogo, le avevano fatto notare che la legge era generica e non contemplava, ad esempio, a chi dovesse toccare il diamante che aveva al dito, aveva risposto: "Credete? Allora quello me lo porto dietro: prima di andarmene me lo ingoio."
La battuta aveva suscitato una risata e dell'argomento testamento non si era più parlato: tutti sapevano che sarebbe stato inutile, visto il carattere cocciuto e imperioso che l'aveva sempre distinta dalle sue sorelle e dal fratello minore, che, tutti, avevano intrapreso il viaggio finale prima di lei, a dispetto della loro più giovane età.
Approssimandosi ai novant'anni, aveva perduto autonomia di movimento, gran parte della vista e di tutto il resto che rende piacevole vivere, ma non era certo cambiata di carattere. A tratti sembrava si rifugiasse solo nei ricordi del passato, ma in realtà non aveva mai smesso di esercitare la sua attività preferita: comandare a bacchetta discendenti e dipendenti, facendo dell'irragionevolezza delle sue pretese, imposte a tutti, il solo vero motivo di una sopravvivenza ad oltranza, altrettanto irragionevole.

Non era mai stata un'aquila e della sua bellezza giovanile, fatalmente, non era rimasta più traccia e quando, un mattino qualsiasi, nell'accingersi ad alzarla dal letto per trasbordarla sulla sedia a rotelle che l'accoglieva durante il giorno, constatarono che aveva smesso di respirare, accolsero l'evento come il compimento della sua ultima volontà: era morta nel suo letto, nella sua casa, trasformata anzitempo e ormai da decenni, nel suo mausoleo.
diamante

Come e dove dovesse essere sepolta lo aveva disposto lei stessa da lungo tempo: nella tomba doppia accanto al marito che l'aveva preceduta di un trentennio. La messa nella chiesa parrocchiale ed il successivo trasbordo al camposanto sul carro funebre, seguito dalle auto degli intimi, erano altrettanto scontati. Avvertiti i pochi parenti e amici di famiglia, le figlie si accinsero a vestirla secondo la tradizione, per lasciare a mani estranee e professionali solo le ultime incombenze.

Fu a quel punto che si accorsero della mancanza dell'anello. Nessun estraneo era entrato e le ricerche fra le lenzuola o sotto il letto non avevano dato alcun risultato: l'aveva ingoiato. Se si fosse trattato di un'altra persona, nessuno avrebbe potuto pensarlo, ma le figlie, che la conoscevano meglio di chiunque altro vivente, non ebbero dubbi: aveva mantento la minaccia. Anche in punto di morte era riuscita ad imporre la sua volontà, ma, possibile che continuasse a riuscirci anche da morta? 

Sospesero la vestizione e andarono in cucina a farsi un caffé. Cosa fare? La sola conclusione a cui arrivarono, concordemente e subito, fu di non dagliela vinta. Basta! Bisognava ricuperare l'anello, ma come? Il medico aveva già certificato il decesso: morte per arresto cardiaco, come dire, morta di morte, quindi una richiesta di autopsia era assolutamente improponibile. Allora?

Bastarono due caffè in piedi in cucina per trovare la soluzione: contro ogni sua volontà, bisognava cremarla dando istruzioni ai necrofori di ricuperare, insieme alle ceneri, anche l'anello: i diamanti non bruciano!

20 novembre 2010

Soli come cani

Non avevano alcuna voce in capitolo. Era come se parlassero un’altra lingua. Tirare a indovinare li aveva lasciati a bocca asciutta. Non avevano più frecce al loro arco, benché fossero cacciatori nati e sputati. Sul far della sera sapevano di non potere contare troppo vista la loro umile origine. Non avevano sufficiente larghezza di vedute per i tempi che corrono. Si lasciavano andare come se ogni istante fosse l’ultimo della loro vita. Avevano fatto del minimalismo una bandiera ed erano strutturalmente inadeguati per fronteggiare un mondo in continua evoluzione che non lascia più spazio ai deboli. Guardavano al futuro, ma non ne scorgevano l’orizzonte. Neppure la tecnica del mordi e fuggi, praticata  con insistenza e con un vero talento naturale, aveva dato i frutti sperati.  Cacciati perfino dalle chiese si erano ridotti a vivere in un canile. Che razza di animali! Erano soli come cani. Di tanto in tanto abbaiavano con toccante naturalezza, questo sì.



Foto scattata a Cortona il 26 maggio 2001




15 gennaio 2009

Falce Martello Cilindro Mantello

gio 15 gennaio 2009 Falce Martello Cilindro Mantello

  • Falce e martello
  • Cilindro e mantello
  • Forchetta e coltello
  • Tavolozza e pennello
  • Tocca a te o a me?
  • A me, credo.
  • Comincia tu, allora.
  • A guerra finita, sui casolari di campagna le prime a sparire furono le scritte propagandistiche a caratteri cubitali, imposte dal regime. L'aratro traccia il solco, la spada lo difende fu una di quelle cancellate con due o tre mani di calce più in fretta e con la maggiore soddisfazione dai contadini che ne avevano subita l'oltraggiosa presenza sulle loro case, senza averne mai capito il senso: quando mai i solchi, avevano richiesto una difesa armata, una volta tracciati? e con la spada, poi. Qualche bella schioppettata nel sedere, con la doppietta caricata a sale, ai furbacchioni che vendemmiavano di notte nelle vigne altrui, quella sì, era ben spesa.
    Ma poiché il vizio di pitturare i muri con le scritte è duro da perdere, non tardarono ad apparire i "W LA PACE", spesso accompagnati, a rafforzare il messaggio, da "AA LA GUERRA" con incertissime W rovesciate, assenti perfino dagli alfabeti più cirillici del mondo. I raffaelli notturni, che frettolosamente abbellivano i casolari ad altezza d'uomo, non solo non erano dei virtuosi del pennello, ma avevano più dimestichezza con la zappa che con l'ortografia, le GURRA sbavate e con un'orizzontalità incerta erano più la norma che l'eccezione. Fatale il discredito e la derisione che gli strafalcioni procuravano agli autori, seppure anonimi, da parte di lettori di opposte convinzioni politiche.
    Con un colpo di genio, nelle cellule di partito furono approntati degli stampini di cartone o di latta traforata da appoggiare al muro e da riempire con pochi veloci e infallibili colpi di pennello. Il risultato del blitz pittorico parlava un linguaggio inequivoco: quello iconico. Così, rapidamente, i casolari si fregiarono di sempre più numerosi simboli 'falce e martello', dal significato inequivocabile agli occhi degli analfabeti e degli stessi professoroni, che non ebbero più materia per il loro dileggio e smisero di ridere nello stesso momento in cui cominciarono a preoccuparsi della loro sorte. Tocca a te, ora.

falce Martello.jpg

  • E non era una preoccupazione infondata. Correva voce di depositi di munizioni e di armi bene oliate, distribuite strategicamente sul territorio in grotte e scantinati, ben nascoste, ma pronte a sbocciare come viole di primavera sui cigli dei fossi e ad imbracciarle sarebbero state braccia e spalle temperate da decenni di soprusi e angherie, subite e sopportate in attesa del momento buono, quello del trionfo della giustizia proletaria, la rivoluzione, insomma, come in URS, che in italiano vuol poi dire Russia. Andare in giro in 'cilindro e mantello', magari ostentando un elegante bastone di ebano con un pomo d'argento raffigurante una testa di levriere, era passato di moda, meglio lasciarlo nell'atrio a fare compagnia ad ombrelli, bombette e pagliette per tutte le stagioni.. Continua tu.
  • Una tenuta sobria appariva più appropriata e consona ai tempi, anche a chi non portava il cappotto rivoltato e i calzoni rattoppati con pudichi rammendi 'invisibili'; nelle città le macerie erano alte come colline e le poche case rimaste in piedi erano stipate di sfollati costretti a condividere lo stesso alloggio: spesso una sola camera per famiglia, una cucina in comune e il gabinetto fuori, nel ballatoio o sulle scale. Apparecchiare la tavola tutti i giorni con forchetta e coltello e, in mezzo, un piatto non vuoto non era un'impresa da poco per molte famiglie che cercavano di mascherare una dignitosa povertà, ripetendo puntualmente il rito del pasto, anche se polenta e saracca o brodini di verdura comparivano in tavola troppo spesso e il pollo arrosto con patate al forno e pane bianco era un lusso da concedersi solo alla festa, e non sempre. A te, ora, concludere.
  • Abituate allo spreco, le generazione allevate a merendine e a scartare il prezioso grasso bianco del prosciutto crudo, stentano a credere che al tempo dei loro nonni fosse questa la realtà diffusa in un paese prostrato da guerre e miseria e ingiustizie secolari, quando con quattro spennellate furtive si dipingevano falce e martello sui muri di campagna, sperando in un cambiamento rivoluzionario della vita che portasse in tavola fra forchetta e coltello un piatto fumante di pasta, per tutti e tutti i giorni.
    Per loro, tavolozza e pennello sono gli strumenti di artisti raffinati che esprimono il loro talento su tele pregiate in loft luminosi, in attesa di raccogliere il successo nelle gallerie d'arte, fino a raggiungere la consacrazione televisiva, denaro a fiumi e la licenza di pavoneggiarsi in pubblico con cilindro e mantello come dandy d'altri tempi.
  • Bravo! Sei riuscito ad infilare tutte le quattro coppie nel paragrafo conclusivo. D'ora in avanti dobbiamo farlo sempre, secondo te?
  • Io direi che continuassimo a fare come sempre.
  • Come ci pare, vuoi dire?
  • Appunto.

Se il gioco ti è piaciuto, vedi anche " Cargo cardo sardo tardo"



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio 15 gennaio 2009 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

17 dicembre 2008

Troppo tardi

mer 17 dicembre 2008 Troppo tardi

Era troppo tardi per partire, ma restare sembrava ancora peggio e tertium non datur. O no?
Si trattava
di trovare il modo per salvare la pelle, con una bella pensata, all'altezza della situazione. Non è che fosse proprio certo che l'ordine di eliminarlo fosse già stato emesso, né tanto meno che fosse stato stabilito quando, come e chi dovesse eseguirlo, ma gli era bastato sapere che lo avevano inserito nella lista dei sospetti per capire che era ora di cambiare aria in fretta, o meglio ancora, subito. Dove andare, però? e soprattutto, come fare ad abbandonare la casa senza essere visti e seguiti. Senza "partire", insomma".

Come inizio di un racconto poliziesco non gli sembrò molto originale, ma. al momento, non sapeva dove andare a parere e la sua esperienza lo portava a non sopravvalutare l'importanza del PRIMO incipit. Importante era solo l'ultimo incipit, quello definitivo, da piazzare all'inizio a racconto finito, quando, finalmente avrebbe saputo come si erano svolti i fatti e, soprattutto, come era andata a finire la storia. Per il momento, era importante cominciare a scrivere, poi, con un po' di fortuna, si sarebbero fatti vivi i personaggi e anche l'ambientazione avrebbe cominciato ad apparire con un blow up progressivo, come accadeva alle veccchie stampe in bianco e nero immerse nella bacinella di sviluppo

Riguardo ai personaggi aveva una teoria ben radicata; bisognava lasciarli respirare, che si muovessero a loro piacimento, insomma, si sentissero liberi e dessero fondo alle loro risorse, se ne avevano. Solo quando rischiassero di scappare fuori dalla storia li riprendeva con una tiratina di briglie, altrimenti, trottassero pure a loro talento. Questo ragazzo (era un ragazzo?), che sembrava così mal messo, avrebbe dovuto muoversi in fretta, se era proprio vero che gli stavano con il fiato sul collo per ammazzarlo. Lui li conosceva i suoi aguzzini, o almeno credeva di sapere chi fossero, mentre lo scrittore ne era completamente all'oscuro: se la sbrigasse da solo, dunque, e se non era in grado di cavarsela neppure nelle prime righe, morisse pure, come tanti altri personaggi nati morti. Per saperlo, bastava aspettare.

Non disponendo di gallerie sotterranee, come nei vecchi castelli e neppure di una più modesta uscita posteriore, meno in vista del portone d'ingresso, illuminato platealmente, non gli restava che il travestimento, qualcosa di credibile, però, non la solita barba finta, cappello calato sul muso e occhiali scuri.
Optò per la platealità: tacchi vertiginosi, gonna lunga e stretta con spacco inguinale al centro, calze a rete, boa di struzzo viola, trucco da professionista dell'adescamento stradale, parrucca rosso fiamma e borsetta roteabile. Nell'atrio, quasi si scontrò con un cassiere di banca e prode coinquilino che non lo riconobbe affatto e lo guardò con l'aria costernata di chi vedeva la schiuma del malcostume dilagante lambire, ormai, la sua benpensante magione.
Rinfrancato da quel primo test superato a pieni voti, si buttò con baldanza esagerata sul marciapiedi, ancheggiando sui tacchi madornali fino al parcheggio semi-buio, dove lo aspettava l'utilitaria anonima con la quale buttarsi nel traffico demenziale verso una meta da definire, ma lontana di lì, quando cinque colpi ben assestati al corpo e un sesto finale alla testa, chiarirono i suoi dubbi: la sentenza definitiva era stata emessa. Quando doveva essere eseguita? ora. Dove? lì. Chi la doveva eseguire? due tangheri che sapevano sparare.

Prima di morire, raro privilegio, fece in tempo ad ascoltare la sua orazione funebre: "L'ho ammazzato volentieri 'sto pervertito. Lo sapevi tu che era anche un finocchione?"
"No; ma c'è poco da meravigliarsi: non c'è più religione al giorno d'oggi"

14 dicembre 2008

Uno Stetson a tre punte

dom 14 dicembre 2008 Uno Stetson a tre punte

Cappelli '800

tricornotricornoUna bella mattina si svegliò sicuro che per stare proprio bene al mondo avrebbe dovuto trovare il suo cappello a tre punte: un bel cappello a tre punte. Siccome però non era una bestia selvatica, decise di parlarne prima con gli amici. Andò in piazza, prese un caffè e si guardò d'attorno: pochi cappelli in giro: qualche vecchio con un feltro unto, qualche ragazzino con il berrettino a visiera e, soprattutto, molte teste mezze pelate o normalmente capellute e spettinate. Su una bici da corsa, passò anche un ragazzo (da dietro sembrava più una ragazza) travestito da ciclista, con tanto di caschetto a striscie di cuoio imbottite, tipo coppi-bartali. Decise che non faceva per lui.

Il primo a cui parlò della sua idea, gli ricordò come non avesse mai portato un cappello in vita sua, da quando si era potuto togliere l'odioso pignattino di tela che gli avevano imposto le maestre giardiniere per andare in ispiaggia durante le vacanze al mare in "colonia". Pioggia, neve o tempesta, tutti l'avevano sempre visto a testa scoperta.
Un altro gli chiese se per caso non gli fosse rimasto a frullare in quel testone vuoto un qualche film in costume, magari con moschettieri rampanti su cavalli coraggiosi e belle dame da salvare. Il più silenzioso, si lasciò strappare di bocca: "Un tricorno? ma non fare il Pitagora fuori stagione!" che lasciò tutti di stucco.
Dopo mezz'ora di cretinate, divaganti sui sette mari e i quattro continenti (o erano solo tre anche loro?), dopo l'evocazione partecipata di negre favolose mezze nude, sterminate con i bambini in braccio da flemmatici soldati inglesi vestiti di pesante panno blu, comandati da generali in tricorno piumato e di Napoleone, che in barba alla sua mania di conquistare il mondo intero, si era accontentato di un cappello a due punte soltanto, come una gondola rovesciata, la situazione emerse in tutta la sua drammatica chiarezza: occorreva uno sforzo solidale per trovargli 'sto maledetto cappello: tutti per uno, uni per tutto, come Dartagnan.

cappellaioQui veniva il difficile, però. L'ultimo capellaio del paese aveva chiuso bottega da anni e, poveretto, anche la sua ultima saracinesca l'aveva tirata giù da un pezzo. Della vedova non c'era da fidarsi troppo, nel ramo cappelli: donna di chiesa, niente da ridire, imabittibile rimbeccatrice di santamariamaterdei al rosario, ma in bottega non valeva niente, neanche ai bei tempi e neppure in cucina o a letto, stando alla sentenza dei bene informati.
Da Pirelli-Sport, più che qualche cappello di tela mimetizzata da pescatore non si poteva pretendere e l'armaiolo teneva solo cappelli tirolesi con lo scopino infilato nel nastro: un solo modello, una sola misura, un solo cappello, prendere o lasciare. Di cercarlo da un costumista teatrale non venne in mente a nessuno, perché il teatro non aveva mai messo radici in paese e i patiti dell'opera, nelle grandi occasioni, dovevano affrontare un viaggio fino a Milano o, almeno, fino a Parma per potersi sfogare come dio comanda. Loro però, i cantanti li vedevano già incartati nei loro costumi e pronti a cantare sul palcoscenico; chi li avesse prima vestiti in parrucca e borsa era un mistero che non avevano mai sondato: a ognuno il suo mestiere.

Strologando, strologando alla fine venne fuori che c'era una sola strada maestra da seguire: bisognava lasciare a casa la macchina e prendere il treno come si faceva una volta nelle grandi occasioni, che, in altre parole, voleva dire andare a Modena con la littorina, sull'unica linea che passava per il paese, quella che nella direzione sbagliata andava anche a Mantova, da non nominare neanche.

cappelliTutti c'erano già andati molte volte, chi più chi meno e, anche se erano più pratici del foro boario che delle botteghe vicino al duomo, decisero che era venuta l'occasione per tornarci, senza aspettare la fiera del bestiame. Bisognava partire dopo mangiato: un sabato dopo pranzo si poteva tentare l'avventura; bisognava essere almeno in tre, più il muto che aveva fatto la prima commerciale e qualcosa doveva pur sapere, se solo si fosse deciso a parlare.

Le mogli non furono contente, ma chi era il padrone di casa? se avevano deciso di andare, era così e basta e il sabato successivo le avrebbero portate anche loro, ma in macchina, stavolta, e sarebbero andati anche a caffè a mangiare il gelato, seduti in piazza, e poi al cine.

Sul treno fecero il piano di battaglia: appena smontati, bisognava chiedere al capostazione, quello con la paletta, il fischietto ed il berretto rosso dove si compravano i cappelli e i berretti seri come il suo, insomma dove si trovava il cappellaio più importante, con la migliore reputazione, dal quale farsi consigliare per un acquisto, senza badare a spese.

cappelleria

Tom MixSi chiamava Barbetti, ma era più conosciuto come Borsalino, lui e la sua famiglia erano cappellai fin dai tempi del duca o anche prima. Trovarlo? Facilissimo, era dov'era sempre stato: sotto il portico del Collegio, a meno di duecento passi dal duomo: domandassero a chi volevano, lo conoscevano tutti: teneva di tutto, anche i cappelli da vescovo, con licenza parlando, per trovare di meglio bisognava andare a Roma dal cappellaio del papa in persona, e poi chissà se era meglio davvero?
Trovarlo fu facile, come aveva garantito il capostazione; dall'insegna di ferro e dalla vetrina di vecchio noce scolpito si capiva subito che tutto quello che avevano sentito era vero fino all'ultima virgola: altro che fino dai tempi del duca, quella bottega lì doveva avere almeno cent'anni.

Entrarono tutti tre come un sol uomo, lasciando il muto fuori a fumare il toscanello, tanto non gli avrebbero cavato una parola di bocca. Dentro c'erano cappelli appoggiati in fila su scaffali chiusi da vetri, come vasi di uno speziale e altri in giro di tutte le fogge, calzati su teste di manichino, come fossero parrucche. Rimasero a bocca aperta davanti a tanta grazia di dio, finché non arivvò la frase fatidica, che li commosse come se si fossero trovati protagonisti di uno sceneggiato televisivo: "In cosa posso servirli?". Valeva la pena di fare il viaggio e tutto il resto solo per quel momento.
Imbarazzati, spiegarono che erano venuti proprio per comprare un cappello, sì uno solo, ma erano venuti in tre perché si trattava di un tricorno, non il solito cappello da contadino, ma si affidavano completamente alla sua esperienza, insomma facesse lui per il meglio e cosi fu.

Quando il muto li vide finalmente uscire trionfanti, come se avessero vinto un terno al lotto, ruppe il silenzio per una delle sue frasi storiche: "Ma cosa fai, coglione, con il cappello bianco di Tom Mix in testa: sembri un fungo appena spuntato. Bravo! Per rompere un digiuno durato cinquant'anni, volevi, a tutti i costi, un tricorno da milord inglese e ti sei fatto rifilare un avanzo di magazzino da vaccaro americano. Bravo! proprio bravo e ci scommetto che l'avrai anche pagato un occhio della testa."

cappello di Tom Mix


17 aprile 2008

Una legna non fa fuoco

gio. 17 aprile 2008 Una legna non fa fuoco

Una legna non fa fuoco
due legne ne fan poco
tre legne focherello
quattro legne fuoco bello

All'ora giusta, Luisa entrava nella stanza, apriva la finestra e annunciava l'ora e il tempo: "Buongiorno. L'è bele set or. A ghe fred. Incò a siga i melvistì. St'atenti: a ghe dal gias, per tera." Sembrava che fosse il tempo ad obbedire alle sue parole. Evocava i giorni, uno dopo l'altro, distribuendo come si conviene le giornate di nebbia, quelle di sole e di pioggia, secondo ritmi e scadenze immutabili, consolidate in millenni di vita contadina e rispecchiate dai proverbi. In cucina, il banchetto mattutino di pane secco e sbriciolato radunava i passeri del circondario sul davanzale di marmo della finestra vicina alla stufa, già accesa da tempo. Il grande tavolo quadrato era apparecchiato a metà, con tovaglie ricamate a punto croce che si usavano solo per la colazione. Fra le due finestre, il pendolo con la lancetta dei minuti soggetta alla legge di gravitazione universale più che al contingente imperio degl'ingranaggi, segnava un'ora approssimativa, poco più precisa dell'ombra del sole, ma adeguata ai ritmi di vita.
La grande tazza di ceramica senza manici, pronta per il latte, bollente sotto lo strato di panna, era sempre la stessa, come il piccolo tagliere con il pane secco tagliato in piccoli cunei irregolari, molto più grandi di quelli destinati ai passeri. Il vasetto di marmellata nera di amarene, brusche e squisitissime, e la caffettiera colma e fumante completavano l'apparecchiatura. Mentre mangiavo la zuppa di caffè e latte, quasi sempre arrivava l'uovo sbattuto con lo zucchero, spumoso e pastoso come panna montata. Le varianti alla "colazione" erano rare e se ne discostavano di poco, con giusta ragione.
A volte un panino francese croccante e leggero, ancora tiepido di forno o un pezzo quadrato di stria con il sale grosso in superficie e qualche briciola di ciccioli secchi o gli avanzi di gnocco fritto, tagliato a rombi, da intingere di punta nel caffelatte o nella cioccolata fino a riempirne la bolla maestosa che ne attestava la perfezione.

gnocco fritto


Solo il giorno di capodanno anche i bambini potevano avere un mezzo bicchierino di Sassolino in cui intingere una fettina di spongata, dura di mandorle e canditi, e coperta da uno strato compatto di zucchero a velo.
"Et magnè a basta? ...alora, va mo là, e fa a mot."



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13 aprile 2008

Pausa pranzo

dom. 13 aprile 2008 Pausa pranzo

  • bicchieriScrivere una lettera che preannunci l'intervista
  • Chiarire bene che lo scopo è fare un'indagine
  • Un intervistatore solo. L'altro, eventuale, assiste in rigoroso silenzio
  • Cominciare l'intervista a registratore spento e assicurare
    l'anonimato prima di accenderlo
  • 45-75 min. NO MORE

La pizza, bella al momento dell'atterraggio sul tavolo, era stata deludente; sopraffatta dal gusto di un prosciutto anemico e mal disposto restava a ingombrare metà del piatto. Sboconcellata, fredda, quasi repellente. Ci sarebbe voluto un ragazzo in gita scolastica per arrivarci in fondo.
Dietro la grande vetrina di plexiglass con le fiamminghe di melanzane, pomidoro gratin e asparagi fuori stagione galleggia la nuova barista fra bottiglie e bicchieri appesi a testa in giù come sulle navi. Si muove come una sirena a mezzobusto, asciugando e lucidando con un tovagliolo verde i bicchieri. Quello del nocino, sul tavolo, è ormai vuoto. E' quasi efebica, ma femminile nelle movenze. Sorride fra sé. A cosa pensa? E' giovanissima, pallida, con i capelli troppo neri. L'ombelico, a tratti scoperto dalla maglietta bianca, sottile e scollata, distrae lo sguardo dai piccoli seni aggressivi. Il flou dei vetri di plastica che la separano dalla sala non giova ai suoi lineamenti giovanili. Quasi sommersa dal brusio degli avventori, una radio lontana parla fra rumori spaziali o da flipper. L'ascolta solo lei, forse.
Al tavolo di fronte, bancari in uniforme grigia si attardano in pettegolezzi di lavoro sovrastati da pennacchi vegetali dai colori improbabili a lambire il soffitto e da altrettanto improbabili trofei di pesca fra anticaglie da rigattiere che ostentano una polvere secolare. "La quattrostagioni? Buon appetito." Il cameriere sardo in camicia bianca, magro oltre ogni moda, fruscia fra i tavoli al rimorchio di una cravatta nera di lutti dimenticati.
I due fratelli gestori rimpallano con alterna disinvoltura la loro euforica pinguedine napoletana fra gli angusti passaggi. Una fontanella a fungo perpetua la sua cascata sghemba sui pesciolini rossi, indifferenti al tesoro di monetine portafortuna sul fondo della vasca.
La pipa tira bene. Fuori dai vetri una mandria di motorini allineati al freddo attende il ritorno del padrone. Sintomi e cascami del Natale incombente assediano ogni angolo risparmiato dal traffico. Baracche invereconde sotto ogni arco di portico di fronte alle vetrine più eleganti scoraggiano qualsiasi velleità di passeggiata. "Post prandium, lento pede...", ma non è proprio il caso. E' troppo presto per rincasare e sfuggire al calpestio incessante dei compratori di doni e al ruggito rauco degli autobus.
Non resta che riparare di nuovo al secondo piano nell'ufficio vuoto e quasi buio dove veglia il computer in attesa. Un colpetto sul mouse e lo schermo si rianima dalla pausa-pranzo: "Defrag completato".



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11 marzo 2008

Le fragili ali dei gatti di piombo

ven. 16 maggio 2003 Le fragili ali dei gatti di piombo

Disse che gli avrebbe tarpato le ali, al momento buono.
Testuale.
Difficile dire se m'incuriosisse di più sapere il "come" o il "quando", perché l'indicazione temporale "al momento buono" sarebbe sembrata vaga anche ad un messicano durante la siesta.
Ma, anche accettato il fatto che il momento buono si sarebbe rivelato miracolisticamente con strabiliante e inoppugnabile evidenza a tutti noi donne e uomini privi di fede, restava da capire come avrebbe fatto.
Anche se non si sarebbe trattato, presumibilmente, di un incontro di box, va precisato che la tarpatrice apparteneva ai pesi allodola, mentre il tarpando andava collocato fra i pesi rinoceronte e quelli ippopotamo.
Volendo descriverlo con benevolenza, era un maestoso gatto di piombo guercio, sopravvissuto a mille battaglie, che non aveva mai sentito il bisogno di sollevare la sua flaccida mole di un millimetro dal fango fertile sul quale aveva saputo muoversi con straordinaria abilità: ordinario, preside di facoltà, fondatore di università, benchè semianalfabeta. Questo, in estrema sintesi, il suo cursus honorum.
Sul piano politico, aveva dimostrato una prontezza nello sfruttare a suo vantaggio anche le brezze instabili più impalpabili e ballerine da surclassare qualsiasi scafo da regata.
In più, non aveva alcun pudore nell'esibire se stesso per quello che era: un arrivista ignorante in buona salute.
Donde avrebbe cominciato, al momento buono, a becchettarne le ali di piombo l'impavida tarpatrice?



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) ven. 16 maggio 2003 Invia un commento all'autore
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Uno zombie nascostro dentro la firewall


Da quando il tarlo che la sua macchina fosse stata violata aveva cominciato a perseguitarlo, gli sembrava quasi di sentire i byte frusciarne fuori dal computer come il filo d'acqua da un rubinetto, ma, naturalmente, non riusciva ad individuarne l'origine.
Era certo di aver chiuso tutte le porte eccetto le pochissime per i servizi indispensabili, aveva innalzato una firewall più alta e poderosa delle mura serviane, ma se ci fossero rimaste backdoors nascoste, aperte a sua insaputa da qualche giocherellone o malandrino non avrebbe potuto giurarlo.

Il file di log non lo aveva aiutato minimamente a risalire ad attività inattese sulla sua macchina. Niente di più del solito stupido, prolisso resoconto delle attività normali. S'illuminò di un sorriso involontario pensando che si trattava di un "palo" di fiducia: cieco e sordo come quello famoso "dell'ortica" di una gloriosa canzone di Jannacci.
Se erano entrati sul suo sistema lo avevano fatto con garbo, pulendosi per bene le scarpe prima di accedere e senza fracassare la cristalleria, mentre si muovevano all'interno del file system per predisporre una via di uscita pulita e silenziosa.

Da che buco erano passati? Quasi ogni giorno sulla posta gli arrivavano dalla Red Hat avvisi su di una nuova possibile vulnerabilità del sistema che avrebbe permesso a superesperti di aprire una breccia nelle mura, rivelandone una debolezza, invisibile fino a quel momento.
Ma chi erano, poi, questi grandi maghi che passavano il loro tempo a battere con le nocche e ad auscultare ogni millimetro delle poderose mura, alla ricerca di un eco sospetta che permettesse d'infliggere un vulnus immedicabile al sistema immunitario?
E cosa cercavano i malandrini, al postutto? Era ben consapevole di non avere lasciato in giro sui suoi dischi nulla che potesse, seppur minimamente, interessare o giovare a chicchessia.
Tutti i dati sensibili erano protetti da PGP e quelli più importanti spostati ogni sera su CD, prima di chiudere bottega e andare a casa (lui diceva a palazzo Braschi) a mangiare una mezza melina ed un bicchiere di latte.
L'ipotesi più probabile era che volessero prendere il controllo della sua macchina per scopi estranei al contenuto dei dischi. Trasformarla in uno zombie, prono a qualsiasi ordine gli giungesse dal padrone remoto. Uno dei mille e mille piccoli server insignificanti da radunare in una cieca inarrestabile schiera da scagliare con ottusa aggressività contro un gigante poderoso e protervo, nella sua pretesa inattaccabilità, per umiliarlo in un degradante denial of service, cioè in un collasso totale.

Nonostante il fastidio, quasi un prurito, provocatogli dal sospetto che il suo server non fosse nulla di più di uno dei tanti schiavi pronti a scagliarsi contro un gigante, come allodole sulla finta civetta di specchi, non potava reprimere una involontaria ammirazione per questi moderni luddisti.
Cosa li spingeva a cimentarsi ai vertici della difficoltà, senza poterne ricavare né profitto, né notorietà? per ferire temporaneamente un sistema gigante: niente di più raffinato di comune ipertrofico server commerciale. Non una munitissima postazione dei servizi segreti od il caveau vigilatissimo di una banca, ma un comune Yahoo!
Il gusto del sapiente colpo di fionda nel mezzo della fronte di Golia?
Il raffinato piacere differito del seminatore di datteri? perché non c'era alcun dubbio che un colpo del genere richiedeva, oltreché abilità, una grande pazienza durante la lunga fase preparatoria.
Il sapore amaro della clandestinità, senza alcuna speranza di uscirne se non per entrare in galera?

Stretto nella morsa fra il dispetto e l'inconfessata ammirazione stava dibattendo fra sé e sé quale risoluzione intraprendere per uscire dal dubbio, quando un provvidenziale crash del disco rigido lo costrinse a reinstallare il sistema da zero, ricuperando solo i dati dal nastro di backup .
Stava crogiolandosi fra rassicuranti luoghi comuni: piazza pulita, finalmente; muoia Sansone… ; non tutto il male vien per nuocere; estirpare il male alla radice ed altre scemenze simili, quando il tarlo riprese la sua opera.
… e se il cavallo di Troia si fosse annidato, al sicuro da guasti, proprio fra i dati gelosamente replicati, anziché nelle sospette aree del sistema operativo, per riconquistare silenziosamente da lì l'intera macchina?
Geniale!

Nell'immagine, Corte Isolani a Bologna, liberamente reinterpretata ai frattali



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) lun. 02 giugno 2003 Invia un commento all'autore
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10 marzo 2008

Si tiene la cola seca... buen tiempo

lun. 21 luglio 2003 Si tiene la cola seca... buen tiempo

Dal primo viaggio in Ispagna, insieme ad alcune brocche di terracotta bianca, porosa e trasudante, per tenere l'acqua fresca, arrivate a destinazione miracolosamente vive, portammo a casa anche una piastrella incastonata in un'elegante cornice riccioluta di ferro battuto nero. La decorazione rappresentava una capretta con una coda sporgente di autentica stoppa soggetta agli eventi ed agli umori atmosferici, purché esposta all'aria e alla pioggia, fuori da una finestra.

Da questa sofisticata attrezzatura, l'insieme prendeva, a buon diritto, il pomposo titolo di "Barometro Intemperie". Il funzionamento dello strumento era spiegato in chiara prosa castigliana in sei righe nella metà inferiore della piastrella, sotto la capretta saltellante e felice di una carota in bocca.

Nella prima riga si spiegava: "Si tiene la cola seca... buen tiempo" fino ad arrivare, con un graduale crescente peggioramento climatico alla sesta, più drammatica: "Si està helada... nieve".

Da allora, con il trascorrere dei decenni, il barometro ha cambiato case e città e sta trascorrendo un'onorata vecchiaia sotto il portico bianco della casa al mare, senza essersi mai sbagliato o avere tradito la sua funzione originaria, benché i tempi siano cambiati in modo così impressionante da risultare incredibili anche a chi li ha vissuti. Niente di più di un elegante manufatto di ferro battuto, pretestuosamente costruito intorno ad uno scherzo ingenuo, si dirà, ed è vero.

La Spagna di allora era un paese bellissimo, ma molto povero, più della stessa Italia che stava faticosamente riemergendo dalla batosta bellica. Io portavo i calzoni corti e condividevo con le valige e le brocche d'acqua fresca lo spazio posteriore di una "topolino", la costosa Fiat 500 C. Era un'utilitaria per pochi, in un paese che si stava motorizzando, con sacrifici, per mezzo di Vespe e Lambrette, se non addirittura dello spartano Mosquito, appoggiato alla ruota della bicicletta.

Le strade di Spagna erano poche, semideserte e piuttosto malconce. I somarelli e i muli erano compagni di strada tutt'altro che infrequenti nell'assolatissimo torpore dell'altopiano e li si poteva anche incontrare, bendati e legati ad una pertica, spingere con estenuante monotonia una noria per l'estrazione dal sottosuolo dell'acqua preziosissima e rara. Era un paese dai contrasti drammatici come il sole e l'ombra dei paesini bianchi dell'Andalusia. La corrida era ancora lo sport nazionale e El Dominghin era el primero, stando al giudizio inappellabile dei camerieri dei lussuosi alberghi dove si poteva confortevolmente soggiornare con poche pesetas.

La sola immutabile costante che ho ritrovato sempre, nei tanti viaggi compiuti successivamente in quel bellissimo e amatissimo paese, è il caldo: "Si tiene la cola seca... buen tiempo"



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) lun. 21 luglio 2003 Invia un commento all'autore
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09 marzo 2008

Foglie scompaginate di una Sibilla stanca

lun. 18 agosto 2003 Foglie scompaginate di una Sibilla stanca

Capitava di rado che i rumori della strada filtrati dalle vecchie imposte con le gelosie e dagl'infissi di legno mi raggiungessero e mi svegliassero mentre dormivo nel grande letto di rovere chiaro dall'alta testiera scolpita.

A volte era l'invito cantilenante del venditore di frutta che spingeva a mano un carro lungo e stretto su due sole ruote. E' un ricordo molto lontano e sbiadito, mentre ricordo molto bene quando Luisa entrava dalla porta, chiusa durante la notte, per annunciarmi che era ora di alzarsi. Lo diceva una sola volta, a bassa voce, poi andava ad aprire entrambe le finestre della grande stanza e m'informava, in dialetto, sul tempo: "C'è il sole, ma è freddo; oggi piangono i malvestiti”. Trovavano posto in questi bollettini sintetici, secoli di cultura contadina tramandata immutata da chi dal tempo aveva tutto da guadagnare o da temere e gli attribuiva il peso centrale che meritava.

"Fervarot curt, curt.." a volte erano solo frammenti di espressioni che venivano pronunciate per intero solo in rare occasioni ed assumevano finalmente un senso compiuto, altrimenti erano foglie scompaginate di una Sibilla stanca di oracoli troppo espliciti.

Di questi bollettini tenevo conto nel vestirmi per uscire, ma erano, soprattutto, un aiuto ad interpretare, nel modo tradizionale più consolidato, tempo e stagioni; un invito a partecipare, almeno emotivamente, ad un mondo povero, parsimonioso e attento che si sosteneva e si fondava sull'agricoltura, praticata con strumenti e ritmi millenari che sarebbero spariti definitivamente nel giro di pochi, pochissimi anni.

Prima di uscire mi aspettava una colazione quasi sempre immutata: il caffè profumato nella piccola napoletana; la profonda tazza senza manici piena di latte ricoperto di panna per la zuppa di pane secco, tagliato in pezzi sul tagliere scavato e destinato anche ad una nuvola di passeri che affollavano rumorosamente il davanzale, vicino alla stufa a legna della grande cucina.

Una variante invernale, ambitissima, era costituita dalle losanghe ancora gonfie di gnocco fritto avanzate dalla sera prima, da tuffare con arte e circospezione nel latte caldo perché le riempisse e riscaldasse a nuova vita.

Complementi lussuosi erano i barattoli delle più varie origini e misure, pieni di marmellata brusca di amarene preparata all'inizio dell'estate e di quella nera di prugne preparata alla fine. Solo durante la stagione dell'uva poteva esserci una magnifica tazzina di sughi da gustare prima con gli occhi che con la bocca e, durante l'inverno, il sapore da spalmare sul pane o assaggiare puro a cucchiaiatine caute e consapevoli della sua natura preziosa .



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) lun. 18 agosto 2003 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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