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19 gennaio 2023

LA CACCIARELLA

 



Quando in Maremma cacciavo i cinghiali
Quegli irsuti e rari selvatici maiali
La cacciarella che impegnava cacciatori cani e canai
È diventata solo un obsoleto ricordo oramai
Mentre i cinghiali passeggiano per i viali

31 ottobre 2022

La lepre

 



Per recuperare la lepre ferita
Si tuffт nel mais con aria ardita
Ignorando che altri cacciatori
Ingannati dai nuovi rumori
Lo scambiavano per una preda ambita

26 marzo 2014

Gli ungulati si riprendono i boschi



Gli ungulati, non i cingolati, si stanno riprendendo i nostri boschi, stando ad un paginone di La Repubblica di ieri. Meno male, potremmo dire, meglio cervi, camosci, daini e cinghiali che i carri armati. Non c’è dubbio. Perché poi abbiano messo insieme nello stesso mazzo cervi e cinghiali, timidissimi gli uni, sfrontati e aggressivi gli altri, con il pretesto di unghiotti robusti ai piedi, è un mistero.
Resta il fatto che i boschi stanno ritornando a popolarsi di quegli animali che li hanno sempre abitati insieme con i pochi uomini che condividevano le terre emerse con loro.
C’è da preoccuparsi? Non direi; come al solito, basta non esagerare. Per decenni abbiamo sentito le litanie sullo spopolamento: la foca monaca, la foca monaca! Adesso rischiamo di esagerare in senso opposto. Finché noi abbiamo le doppiette e i cinghiali no, se esagerano e diventano troppo aggressivi e numerosi una sfoltitina gliela possiamo sempre dare… senza esagerare, naturalmente. La lezione dovremmo averla imparata. Non è più il tempo in cui i cacciatori di bisonti, alla fine di una giornata,  lasciavano sulla prateria agli avvoltoi e agli altri animali spazzini centinaia e centinaia di bufali, riducendo in pochi anni la popolazione di bovini selvatici da tre milioni a poche centinaia.
Da ragazzo, prima di appendere al chiodo la doppietta, partecipai a qualche “cacciarella” nella maremma senese. Oggi si chiamerebbero “operazioni di contenimento della specie”, ma anche allora si trattava di abbattere soltanto alcuni cinghiali vecchi, risparmiando i giovani esemplari.


Erano belle spedizioni, bene organizzate, che coinvolgevano decine fra cacciatori e battitori e almeno un centinaio di cagnolini coraggiosissimi: i veri protagonisti della battuta. L’arrivo di un cinghiale incalzato dai segugini si avvertiva dal rumore che l’animale produceva strisciando di corsa con veemenza contro i cespugli del fitto sottobosco maremmano. L’animale lo si vedeva soltanto all’ultimo e, in un attimo, bisognava decidere se sparargli o risparmiarlo alzando il fucile orizzontalmente sopra la testa. Questo segnale significava: “lasciatelo passare; nessuno spari”, ma non sempre veniva rispettato. Uno scemo fra tanti c’è sempre, ma qui la scemo diventa anche pericoloso e non solo per il giovane cinghiale. Gli altri cacciatori disposti in fila sono pericolosamente vicini e rischiano di diventare il bersaglio involontario.
Se tutto va bene e non ci sono vittime o feriti fra cani –i più esposti- cacciatori e canai, rimangano a terra soltanto alcuni vecchi cinghiali dal muso inequivocabilmente canuto. Com’è noto uomini e maiali (e i loro cugini selvatici) si assomigliano moltissimo e, invecchiando, incanutiscono.


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