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03 giugno 2021

Al savor


I vasetti che erano destinati a contenerlo erano una legione straniera.
Qualsiasi provenienza, taglia ed originale vocazione erano accettati.
Tutti, alla fine, avrebbero condiviso, in ordine sparso, lo stesso contenuto e la stessa destinazione: uno stretto scaffale nel cantinino dell'aceto.
Era un piccolo locale che si affacciava sul cortile dove si aprivano le porte delle altre cantine e della grande lavanderia.
Fino al momento in cui i vasetti sarebbero rientrati in casa per essere svuotati del loro prezioso contenuto durante l'inverno, avrebbero condiviso la stessa aria profumata d'aceto con le spesse bottiglie nere di lambrusco e le tre botticelle che contenevano il prezioso aceto di famiglia e sprigionavano il profumo.
Erano tre piccole botti di misura decrescente nelle quali maturava nel corso degli anni anni l'aceto che si consumava da generazioni in famiglia.
Il rito annuale dell'aceto, s' iniziava con il travaso del contenuto della botte mediana nella più piccola dalla quale, e solo da lei, si sarebbe spillato dall'alto il profumato liquido rosato pronto da portare in tavola.
Ogni anno d'invecchiamento rendeva l'aceto più forte e ne dimezzava il volume.
Dopo aver travasato il giovane aceto di un anno, ormai dimezzato, dalla botte grande in quella mediana appena svuotata, si poteva completare il rito versando lentamente una trentina di litri di vino bianco secco nella botte maggiore.
Tutti i travasi si svolgevano spillando, con devota circospezione, il liquido dall'alto attraverso il foro superiore,
Dorante l'operazione, era importante non turbare la preziosa madrama, depositata sul fondo di ciascuna botte, che avrebbe trasformato, con lenta maturazione, il vino bianco in un aceto rosso, forte e profumato.
In compagnia di così nobili e longeve presenze, i piccoli vasetti avevano una vita breve, ma non certo meno apprezzata, almeno da me.
Infatti, contenevano il “sapore", "savor" in dialetto emiliano.
Era una cremosa confettura dal colore bruno non troppo dolce da spalmare su di un crostino di pane o usare come ripieno in una croccante crostata.
La sua preparazione avveniva negli ultimi struggenti giorni di settembre alla fine delle lunghe vacanze estive, durante la vendemmia del lambrusco: l'uva da vino e da mosto delle nostre parti.
Anche io avevo partecipato alla vendemmia raggiungendo al tramonto il podere di famiglia a Fossoli, dove avevamo bei filari di vite sostenuta da olmi, secondo la tradizione secolare rispettata nelle nostre campagne.
All'ora di cena, quando ero bambino, Luisa ed io tornavamo a casa con un fiasco di latte tiepido appena munto, e una sporta d'uva appena vendemmiata.
I grappolini, ancora tiepidi di sole, erano dolcissimi da mangiare a morsi sporcandosi la faccia del loro succo zuccheroso, ma bisognava lasciarne per fare la sapa.
La sapa, saba in dialetto, è uno sciroppo denso, molto dolce e dal colore scuro che può essere bevuto diluendolo nell'acqua oppure, allo stato puro, può essere usata per dare un sapore delizioso alla neve raccolta in una tazza, quando è ancora bianchissima e soffice, appena dopo una nevicata.
Per ottenere la saba bisogna fare bollire per ore il mosto fino a quando il suo volume iniziale non si è ridotto di due terzi.
A questo punto, mentre è ancora calda, anziché imbottigliarla, si può adoperarla per preparare il savor aggiungendovi cubetti di pere, mele cotogne, mele, scorzette di limone e arancio seccate e gherigli di noce sminuzzate.
Il preparato deve continuare a bollire per ore fino ad ottenere una confettura densa e scura pronta per essere trasferita, ancora calda, nei vasetti di vetro.
Fortunatamente, al bambino di casa restava da raschiare il fondo del grosso tegame sul quale si era attaccato un velo un po' bruciato di savor ancora caldo e squisito: il sapore delle vacanze ormai finite e del malinconico ritorno nella grande città.

06 maggio 2020

Tampere


L’aprire il cassetto fu un gesto meccanico, quasi involontario. Superata la solita riottosità della porta esterna, la camera appariva ordinata, austera, perfino elegante nella sua sobrietà.
Anche il bagno, senza finestre, ma non angusto, gli era parso ordinato e confortevole, secondo lo standard nordico. Cosa si aspettasse di trovare nel cassetto del comodino non è dato sapere, sempreché il gesto nascesse da una effettiva curiosità d’ispezionarne il contenuto. Nulla, probabilmente, o la solita bibbia dei paesi protestanti. Certo una bibbia in finlandese non sarebbe stata una lettura ideale per prendere sonno.
Ad un primo sguardo il cassetto semiaperto sembrava vuoto, ma nel richiuderlo frettolosamente, sentì un leggero tonfo, come se un oggetto morbido si fosse arrestato contro una parete, strisciando o rotolando sul fondo.
Il fruscio, inatteso e inesplicabile, lo sorprese. Con delicatezza, afferrò nuovamente la maniglia per riaprire il cassetto, ma si trattenne, in attesa di ulteriori segnali.
Per esperienza sapeva che nelle camere d’albergo si trova di tutto: sveglie, radioline, caricabatteria, tappi per le orecchie, occhiali inservibili, scatole di medicinali misteriosi. Più di una volta aveva contribuito lui stesso ad alimentare la caccia al tesoro con oggetti, perduti per sempre, che cameriere frettolose avrebbero lasciato dove li aveva dimenticati.
Dal cassetto vuoto non usciva più alcun rumore, se mai ne era uscito uno. Istintivamente fiutò l’aria: il solito odore impersonale, impercettibilmente profumato di finta aria fresca, delle camere d’albergo ben tenute. Raggiunse il centro della stanza e si guardò attorno nuovamente, ma con maggiore attenzione.
Sul tavolo l’abituale attrezzatura per scrivere ed un ventaglio d’istruzioni e depliant turistici e pubblicitari. Sul televisore acceso e silenzioso uno stupido messaggio di benvenuto: avevano sbagliato il suo cognome, ma di una sola lettera.
L’armadio ad ante scorrevoli era aperto e vuoto. La porta era chiusa, ma le due finestre luminosissime, che occupavano una parete quasi per intero, avevano le tende aperte e lasciavano vedere chiaramente un rado andirivieni di persone nelle stanze del palazzo di fronte: un ufficio sicuramente. Erano le cinque e mezzo, di lì a poco l’ufficio si sarebbe vuotato e le luci sarebbero rimaste spente. Ad ogni modo decise di tirare le tende leggere che avrebbero dovuto proteggerlo dagli sguardi esterni.
Ristabilita la privacy, si tolse la giacca, guardò l’orologio: mancavano ancora un paio d’ore prima della cena. Caricò la pipa e l’accese; la poltroncina era comoda. Riaccese meglio; ora il fumo saliva a boccate dense. Si fermò a guardare l’infinita varietà delle volute di fumo e, come sempre accadeva, fu penetrato da una senso di pace.
Cosa poteva esserci, in definitiva, nel cassetto? Non un fazzoletto sporco: troppo leggero per produrre quel rumore; non una scatoletta di aspirina: sarebbe rimbalzata elasticamente; non una sveglia o una radiolina: il colpo sarebbe stato più secco,
Decise di farsi una doccia. I due semigusci di plastica e alluminio del box che, in posizione di riposo, quasi non occupavano spazio calpestabile, una volta aperti, s’incastravano nel modo più semplice e naturale, racchiudendo un’area di un quarto di cerchio, più che sufficiente per muoversi confortevolmente sotto l’acqua, scrosciante direttamente sul pavimento, leggermente concavo e provvisto di una griglia di scarico. Semplicità geniale, ne fu ammirato. Soddisfatto, si lasciò sciogliere sotto il getto dell’acqua bollente, vagando in catene di pensieri senza capo né coda.
Ristorato, decise di cambiarsi: una tenuta più formale lo avrebbe aiutato a trovare un pretesto per scendere a cena. Quando era così stanco, la tentazione di ficcarsi direttamente e definitivamente a letto era grande, ma avrebbe rischiato di trovarsi poi nel cuore della notte vispo come un grillo, in un albergo addormentato.
Semivestito si stese sul letto per ascoltare dal satellite un notiziario in una lingua qualunque, purché più comprensibile di quella locale. Mentre saltava i canali in finlandese e le commemorazioni lacrimose di lady Diana in inglese, s’imbatté in una partita di tennis: una lingua che conosceva bene e non richiedeva alcuno sforzo. Spense l’audio e si assestò più comodamente con l’aiuto di due cuscini.
Kuerten, in forma smagliante, aveva un’aria diversa dal solito. Non capì subito che cosa non quadrava nel brasiliano, finché una zoomata sulla faccia non chiarì il mistero: si era tinto i capelli, il ragazzo. Nonostante l’insolita zazzeretta bionda e l’abituale aria preagonica, si stava sgranocchiando, palla dopo palla, Safin, poderoso e invincibile, all’apparenza.
Entrambi picchiavano dal fondo come demoni, concedendosi occasionali finezze sotto rete e rarissimi errori. A metà del terzo set si accorse che era ora di scendere a cena, peccato. Non aveva affatto appetito: si sarebbe accontentato del solito salmone tagliato sottile come prosciutto, pane bianco imburrato, una birra e, magari, una melina locale.
Aveva scoperto con gioia che nei giardini delle case o nei lungofiume c’erano meli carichi di piccoli frutti coloratissimi. Ne aveva raccolti da terra e li aveva trovati gustosissimi. Assomigliavano alle meline della sua infanzia. Il problema era trovarle al ristorante. La globalizzazione aveva colpito duramente anche la terra dei laghi e delle betulle: era quasi impossibile evitare le solite delicious, ipertrofiche e senza sapore.
Dopo una passeggiata breve nell’aria rinfrescata tornò in camera ormai completamente ristabilito e dimentico del mistero del cassetto. Cominciò a spogliarsi e, uscito dal bagno, si diresse meccanicamente verso il letto con il libro in mano. Gli occhiali. Tornò indietro per ricuperarli dal taschino della giacca dove trovò anche il telefonino che occhieggiava in attesa della ricarica serale. Si apprestò alla procedura standard che seguiva ovunque si trovasse: caricare telefonino, leggere libro, spegnere luce, dormire.
Fu la luce verde del telefonino, lampeggiante al buio sul comodino, che gli riportò alla mente il cassetto. Nel silenzio si mise in ascolto: solo offuscati rumori dalla strada. Un leggero pallore entrava dai bordi delle pesanti tende tirate. Come al solito, niente imposte né bidet. Si girò sull’altro fianco: cosa diavolo avrebbe poi dovuto sentire? Cercò di pensare ad altro.
Mise in fila le incombenze dell’indomani: niente in tutto, salvo il fastidio di raggiungere l’aeroporto e riconsegnare l’auto noleggiata. Non si capiva mai chiaramente dove la si dovesse parcheggiare. Nei paesi scandinavi non c’era mai anima viva nei garage a cui riconsegnare le chiavi: bisognava semplicemente abbandonare coscienziosamente l’auto in un box vuoto nell’area giusta e restituire le chiavi all’ufficio in aeroporto. Ma? Paese che vai…
Al risveglio scese a fare colazione riposato e di buon umore: gli piaceva il pasto del mattino quando era in giro, meglio se servito all’aria aperta, dove poter fumare la pipa senza fretta e senza timore di disturbare qualche vecchia stizzosa. A casa non andava mai oltre un caffè amaro, in piedi, con un paio di biscotti e, se era in vena di orge, qualche cucchiaio di yogurt.
Al ritorno in camera impiegò pochi minuti per richiudere la borsa. Niente valige. Comunque e dovunque, viaggiava solo con bagaglio a mano: una fida borsa floscia di cuoio grasso che teneva sempre pronta con la sobria attrezzatura di base. Detestava quei rumorosi trabiccoli con permalosi manici telescopici e ruote inadeguate che si vedevano in giro: il segreto stava nel viaggiare leggeri, non nella speranza vana di appioppare il peso alle ruote. Solo l’essenziale.
Non c’è bagaglio, con le ruote o senza, che, prima o poi, non reclami di essere sollevato da terra inarcando la schiena. Fu proprio nel momento di volgere lo sguardo intorno per ripescare, un istante prima di uscire, gli eventuali oggetti sfuggiti al controllo durante la chiusura del bagaglio, che l’occhio ritornò al comodino e al cassetto chiuso.
Appoggiò la borsa sul letto e, senza esitare, lo aprì completamente con un gesto rapido e deciso. Dal fondo rotolò in modo sbilenco, fino a rimbalzare sulla parete frontale, un grosso dito medio mozzato, gonfio, completamente livido e con un vistoso brillante.
Appagato, richiuse con cura il cassetto, afferrò la borsa e lasciò definitivamente la stanza. Che inutile pacchianeria, un brillante grosso come una nocciola.

19 aprile 2020

Crepuscolo zero

Non si era trattato di cannibalismo, in ogni caso.
Neppure quando il sole sparì con un balzo, inghiottito dalla notte ci fu spazio e tempo per pentirsi.
Era stato come un tramonto senza la dolcezza del crepuscolo. Rapidamente la luce venne meno come durante un'eclisse e la stessa atavica sensazione di un freddo innaturale s'insinuò lungo la schiena.
Nessuno si sarebbe aspettato che l'ostilità della Compagnia si manifestasse in quel modo.
I megaschermi dei giornali murali non avevano preannunciato con la solita fanfara l'evento, e una rapida consultazione dei lunari sui videotelefoni aveva confermato anche ai più ottimisti che nessuna eclisse era prevista per quel giorno su Marte.
I sensori crepuscolari si attivarono frettolosamente. Le campane di vetro assunsero rapidamente l'abituale pallore fluorescente dell'illuminazione serale e l'erogazione di ossigeno si ridusse ai livelli medio bassi serali, appena sufficienti per respirare confortevolmente sdraiati sui triclini multimediali, immersi nel tripudio olografico degli spettacoli della sera, prima della drastica riduzione notturna.
Il regime sera stanò dai ripostigli i robot pulitori che con la loro ammaccata e rugginosa solerzia cominciarono ad aspirare, fagocitare e triturare quanto era rimasto in giro per effetto dell'oscurità inattesa. La loro presenza routinaria fu interpretata come un buon segno da molti, anche se non testimoniava altro che la schematica stupidità di quei piccoli, servizievoli sintetici da quattro soldi.
Gli ascensori furono presi d'assalto, senza rispetto per gli abituali turni di uscita. Il sovraccarico cominciò a provocare i primi guasti.
I più fortunati rimasero fermi ai piani con le porte che si aprivano e chiudevano senza senso come sbadigli. I più ligi decisero di attenersi alle procedure d'emergenza incendi, reiterate con illeggibile frequenza da vecchi cartelli sbiaditi e si avventurarono per le scale d'emergenza per scoprire che ospitavano inattaccabili colonie d'insetti mutanti assuefatti a quell'habitat, indisturbato quanto le antiche foreste pluviali, ma più buio e altrettanto ostile all'uomo.
Neanche i robot smaltitori e liquidatori venivano più spediti da tempo in quella giungla verticale che si favoleggiava ospitasse nei sotterranei più profondi grossi carnivori ciechi e albini dai denti a sciabola che si nutrivano a spese dell'inesauribile colonia di ratti.
L'uso dei lanciafiamme e degli estintori apriva un varco breve, ma sufficiente per dimostrare l'inutilità di procedere a quel modo. Inutili anche i tentativi individuali di sfuggire alla sorte comune.
I megaschermi da cui proveniva l'informazione ufficiale, l'unica diffusa se non credibile, tacevano come se nulla fosse accaduto, accreditando due ipotesi altrettanto allarmanti: l'evento era noto e voluto per qualche ragione oscura, ma funzionale al potere oppure era ignoto e indesiderato, ma completamente fuori controllo.
Quale delle due ipotesi fosse preferibile era questione d'inclinazione personale, ma neppure i bookmaker più scatenati avevano fatto in tempo ad organizzare le scommesse sull'argomento.
Chi si sentiva sotto il culo della rana già da prima, aveva buoni motivi per ritenere la sua posizione rafforzata e la catastrofe finale imminente, mentre gli ottimisti inossidabili non si facevano smontare da una banalità come la sparizione del crepuscolo: c'era da scommetterci che anche in un mondo a crepuscolo zero ci sarebbe stato spazio per spassarsela come e più di prima.
Non solo i dietrologi, impavidi alimentatori d'inconfessate ulcere duodenali, ma anche una fascia crescente di yesmen senza macchia e tanta paura sospettavano da tempo che la smentita carenza strutturale del sistema di generazione dell'ossigeno che regolava la vita sotto le campane di vetro avesse determinato la progressiva alterazione della durata del giorno.
Niente di vistoso, fino ad allora. Una lima sorda che sgretolava pochi secondi al giorno, quantità impercettibili che sarebbero sfuggite anche ai detentori abusivi di orologi personali, qualora ve ne fossero rimasti di vivi e avessero osato eccepire sull'esattezza dell'ora ufficiale.
Anche sui tagli alle erogazioni di ossigeno nelle ore notturne serpeggiava un mugugno crescente e sempre più scoperto.
L'evacuazione forzata e improvvisa di alcuni quartieri residenziali periferici a bassa compressione abitativa per presunte perdite delle campane atmosferiche aveva destato molti sospetti e non soltanto fra gli abitanti, costretti ad affollare ulteriormente altri quartieri già saturi da tempo. Incontrollata, ma sempre più insistente, era la voce che dava per certa una mortalità crescente fra i pazienti degli ospedali.
Le campagne periodiche per una natalità programmata e consapevole contrastavano in modo stridente con la somministrazione di spermicidi nell'acqua per trecento giorni all'anno, secondo un calendario ufficiale, ma incontrollabile, che veniva pubblicato l'anno successivo insieme con le statistiche sui nati e sui morti.
La Compagnia divulgava una rassicurante crescita, modesta ma costante, della popolazione, mentre era sotto gli occhi di tutti che Marte si stava spopolando, ma non era questo il peggio.
Chi poteva dire di aver visto con i propri occhi un bambino in carne ed ossa? Un solo vero bambino nato da veri cloni umani? L'esperienza comune si limitava alle trasmissioni propagandistiche ritualmente diffuse dai megaschermi o alla conoscenza diretta e personale di giovani cloni organici d'importazione.
A peggiorare la situazione degli ultimi anni, le aree ossigenate erano sensibilmente diminuite a vantaggio del deserto e quella che stava avvizzendo sotto campane atmosferiche ancora più vecchie, più fatiscenti e sempre più affollate era una popolazione ormai vecchia, inutile negarlo.
Gl'investimenti per un'espansione della colonia erano cessati da un pezzo e anche quelli per la normale manutenzione languivano.
Che i pionieri -i lussuosi cloni umani rettificati impiantati su Marte- fossero largamente superati dal punto di vista economico era di pubblico dominio in tutta la galassia: consumavano troppo ossigeno e richiedevano una temperatura di funzionamento troppo alta, anche nelle lunghe fasi di stand-by di cui avevano bisogno tra un ciclo lavorativo e l'altro. Trentasette gradi anche durante le lunghe ore di sonno: un'autentica follia.
Il tentativo della Compagnia di sostituirli gradualmente con cloni organici ad alto rendimento di altri pianeti era stato un buco nell'acqua. "L'integrazione procedeva con comprensibile lentezza", secondo la terminologia ufficiale. Ammettere gl'insuccessi non era il forte della Compagnia, soprattutto dopo il recente cambio di guardia.
Poco dopo il loro arrivo, i venusiani sparivano. Questa era la verità. Si volatilizzavano.
Qualche rara volta erano stati trovati resti maciullati e quasi irriconoscibili di alcuni di loro. Anche se i periodici rapporti ufficiali non si sbilanciavano oltre le "… persistenti difficoltà di acclimatazione dei nuovi concittadini, dopo le calorose accoglienze delle vecchie comunità", i dirigenti del "Servizio immigrazione" avevano ben più che dei sospetti sulla sparizione dei loro pupilli: i megantropoi se li pappavano come ranocchi.
Va ricordato, a chi non lo sapesse, che quei vecchi costosi terrestri erano dei bestioni da un quintale e mezzo, muscolosi e molto determinati. Un incubo per i nuovi arrivati: dei venusiani da cinquanta centimetri a struttura cartilaginea, capaci di nutrirsi di qualsiasi rifiuto organico, di muoversi senza sosta anche in assenza di ossigeno: degli autentici miracoli hi-tech, ma non certo dei leoni.
Con le loro tre coppie di arti laboriosissimi e una mobilità frenetica, non c'era da meravigliarsi troppo se scatenavano in qualcuno l'istinto di calpestarli come scarafaggi ipertrofici.
La Compagnia, anzi, aveva dato per scontato un ragionevole tasso di "mortalità da primo impatto", mentre invece non aveva preso in considerazione l'ipotesi che se li mangiassero, dopo averli spappolati al suolo con una sola pedata ben assestata, presumibilmente.
Nessuno dei nuovi dirigenti, neppure i più supponenti e tenaci assertori dell'integrazione graduale aveva immaginato gli orgogliosi megantropoi così allegramente cannibali, anche perché fra di loro non praticavano alcuna forma di antropofagia, o altri sport cruenti caratteristici della loro specie nell'ambiente naturale, cioè sulla Terra.
I sociologi dell'emigrazione, chiamati a giustificarsi per non avere previsto il fenomeno, stranamente non cavarono un ragno da un buco. Sostennero che, probabilmente, era il tremulo pallore della loro carne semitrasparente, l'assenza di una struttura ossea, la mancanza di voce che li faceva rassomigliare più ad ostriche e a granchi che a nuovi vicini di casa.
Ma tutti la considerarono una foglia di fico, quella sì trasparente, per nascondere la nudità della loro insipienza.
I dirigenti della Compagnia riconobbero che, in ogni caso, erano un pasto molto migliore delle deprimenti razioni bilanciate, distribuite per loro ordine negli spacci alimentari ufficiali.
Quale che fosse la ragione del comportamento curioso dei padri fondatori, la Compagnia aveva deciso che non valeva la pena d'importare giovani venusiani per integrare con proteine pregiate la dieta fin troppo dispendiosa dei vecchi terrestri. Nulla era trapelato, tuttavia, su quale strategia alternativa la nuova dirigenza intendesse attuare, per sostituirli.
L'estinzione della colonia per morte naturale dei suoi membri non era certo ipotizzabile a breve. Sfortunatamente si trattava di esemplari rettificati per durare a lungo.
Era sembrato un successo considerevole dell'arcaica bioingegneria dell'epoca l'avere innalzato "oltre i tre secoli" l'attesa di sopravvivenza dei cloni destinati a popolare Marte. In un soprassalto di orgoglio creatore, avevano commesso l'errore di tentare la creazione d'individui perfetti: più di tre metri di statura, vista, udito e olfatto enormemente potenziati una memoria da Pico e un cervello da Leonardo e una longevità media che superava il mezzo millennio.
Come se non bastasse avevano completamente trascurato i dispositivi di sicurezza. In quegli eterni giovanottoni da record, grandi grossi più di un grizzly e più longevi di Matusalemme, non avevano infilato neppure un interruttore biologico: un virus letale assopito, ma scatenabile in caso di necessità o almeno qualche tara psicologica su cui far leva attraverso tabù, sensi di colpa, peccati e tutto il resto dell'armamentario tradizionale che i potenti di tutti i tempi avevano adoperato con successo.
Quando la loro tranquilla laboriosità non fu più sufficiente ad appagare le ambizioni produttivistiche della Compagnia, i megantropoi divennero un'autentica grana. Una grana immortale.
A differenza dei loro rudimentali progenitori i pionieri si erano mossi sui nuovi territori con prudente rispetto per il nuovo ambiente, dimostrando inoltre grande solidarietà reciproca di fronte alle difficoltà e insospettabili capacità d'iniziativa. La ripetizione di una loro provvidenziale autodistruzione come quella avvenuta sulla Terra era da escludere.
Il discobolo di  Mirone

Organizzati in piccole comunità federate e pacifiche per più di quattro secoli i coloni avevano mantenuto rapporti di considerevole autonomia e reciproca soddisfazione con la vecchia dirigenza e tutto avrebbe continuato a filare liscio se il nuovo gruppo manageriale non avesse voluto imporre un salto di produttività per dimostrare la propria efficienza.
Che la scomparsa del crepuscolo fosse l'inizio di una nuova tappa nel braccio di ferro con la Compagnia lo sospettavano in molti su Marte, ma nessuno osava confessare che il peggio forse sarebbe sopravvenuto con l'avvento della  notte. Forse l'ultima per la colonia.
Quanto valeva la loro sopravvivenza agli occhi dei giovani dirigenti, dopo lo scorno dei venusiani spariti? Non era più un segreto, almeno per i più informati, che la corrente degli insettisti era uscita rafforzata dall'episodio e nella Dieta ormai prevaleva largamente sulla vecchia guardia degli umanisti.
A grandi linee le loro posizioni erano note: perché mai gli operai di Marte  -dei minatori, in definitiva- avrebbero dovuto essere creati ad immagine e somiglianza dei loro dei? Che senso aveva impiegare e, soprattutto mantenere, lussuosi cloni umani rettificati per svolgere compiti che economici blattiformi giganti sarebbero stati in grado di eseguire perfettamente, sotto la guida di capi squadra sintetici della nuova generazione?
In nome di quali fisime romantiche gli organici avrebbero dovuto essere gerarchicamente superiori ai sintetici, quando il loro costo di produzione o riproduzione, era molto inferiore? Che cosa si poteva pretendere di meglio di quegli ottimi scarafaggioni? Docili, pazienti, non si guastavano mai e quando alla fine schiattavano per il superlavoro e la denutrizione si erano lasciati alle spalle una miriade di loro simili pronti a rimpiazzarli. Il tutto volontariamente e a costo zero. Nessun altro sintetico o tanto meno organico umano si era dimostrato alla loro altezza. Scavare, trascinare, stivare fino alla morte con quelle loro instancabili zampette frenetiche sembrava la loro unica ambizione.
Dopo gli episodi di cannibalismo a danno dei venusiani, i dirigenti "umanisti", ormai soccombenti, si erano ritrovati a malpartito e non avrebbero potuto opporsi all'operazione "Crepuscolo zero" neppure se avessero saputo quanta saggezza e disperazione aveva sostenuto i coloni umani nella loro nobile decisione che, per ironia della sorte, li avrebbe condotti alla fine anziché alla salvezza.
Neppure quando il sole sparì con un balzo, inghiottito dalla notte ci fu spazio e tempo per pentirsi.
I megantropoi erano troppo vecchi e saggi per non sapere che la moneta cattiva caccia la buona, sempre e inesorabilmente. La loro risoluzione di sopprimere i nuovi cugini venuti da Venere era stata inevitabile e unanime, mentre più difficile e sofferto era stato decidere di "non lasciarne traccia alcuna".
Con profondo senso civico li avevano suddivisi in piccole parti e se li erano spartiti e inghiottiti, uno dopo l'altro, come il più amaro farmaco di sopravvivenza per la loro comunità intera, maledicendo ogni boccone di quella repellente polpa mucillaginosa e tremolante.
Ma quando il sole sparì con un balzo, inghiottito dalla notte, seppero che neppure tanto eroico sacrificio era bastato, forse. Il loro sarebbe stato un tramonto definitivo, senza neppure la dolcezza del crepuscolo.

Questo racconto è stato pubblicato nel 2009 nel mio libro cartaceo "Capo e coda"

03 ottobre 2019

Lory Boy


Anche ieri, come faccio spesso, ho fatto una passeggiata salutare fino al bar dove prendo un cappuccino, mi riposo un po' leggendo sul telefonino il libro in corso, mentre fumo la pipa in un gazebo. In questa stagione, è ancora tutto aperto e frequentato da altri fumatori.
Di solito, sono ragazze e ragazzi che si frequentano abitualmente e chiacchierano più o meno rumorosamente fumando sigarette arrotolate e bevendo aperitivi con patatine.
Ieri, però, c'era anche un bambino piccolo a piede libero che vedendomi fumare la pipa si è avvicinato per scoprire questa strana usanza. Ormai noi fumatori di pipa siamo più rari dei panda e nessuno si occupa della nostra estinzione, per fortuna.
Gli ho detto che quella che tenevo in bocca era una pipa, nome facile da pronunciare, gli ho fatto vedere nel portacenere che scuotendola ne usciva della polverina nera che si chiama cenere e poi l'ho accesa e gli ho mostrato come, aspirando, ne esca il fumo.
Mi ha chiesto perché, intendendo perché fumavo. Gli ho risposto che fumavo perché mi piace. La risposta lo ha soddisfatto.
Era molto interessato e del tutto disinvolto, senza una mamma che lo tenesse al guinzaglio corto. Gli ho chiesto come si chiamava e mi ha risposto per tre volte con una parolina corta incomprensibile poi ha aggiunto al misterioso nome anche Boy.
La mamma del tutto tranquilla e rilassata che si aggirava fuori dal gazebo ci ha spiegato che si chiama Lorenzo ha tre anni e dice di chiamarsi Lory Boy.
Dopo aver fatto un giretto fra gli altri tavoli è tornato da me e si è accucciato con la testa e le due braccia sul mio ginocchio a farsi accarezzare come un gattino affettuoso. Avevamo fatto amicizia e se ne stava tranquillo così accucciato finché la mamma, ricomparsa, non gli ha detto semplicemente: "Io vado dentro", intendendo che stava per entrare nel bar. A quel punto si è alzato e ha raggiunto la madre all'interno, dove ha continuato a correre e a scorrazzare -lo vedevo bene attraverso la porta a vetri- sotto il naso di un grosso e pacifico Labrador, abituale frequentatore del bar dove si muove liberamente accarezzato da chi entra, finché non decide di andarsene, approfittando dell'apertura della porta da parte di qualche umano di passaggio.
Beato Lory Boy che a tre anni se la spassa libero e disinvolto fra sconosciuti grazie alla sua brava mamma, una giovanottona altrettanto disinvolta, non possessiva, non ossessiva. Una rarità.

09 agosto 2019

Pipae, piparum, pipis (ultima parte)

Pipae, piparum, pipis (ultima parte)


Chiudo questa piccola serie "pipae,piparum, pipis" con la citazione da un mio vecchio post "Le venature della sorte" del dicembre 2004 che potrai leggere per intero cliccando qui seguita da una filastrocca che ritrovi nel post del 5 sttembre 2003 "... una pipa sempre in bocca e guai a chi la tocca"
_______________
Con il passare degli anni, aveva imparato a leggere anche la venatura delle pipe. Di alcune, improvvidamente ricavate da ciocchi disgraziati, aveva facilmente previsto la sgradevole natura o la precoce vocazione al suicidio: si nascondevano in tasche dismesse fino alla sparizione finale o si buttvano dal terrazzo su uno dei pochi sassi ornamentali del giardino, spezzandosi il collo irrimediabilmente o, addirittura, si catapultavano direttamente dalla tasca in un tombino fognario, azzeccando un'improbabile fessura, apparentemente incapace d'inghiottirle.


Nella meravigliosa vena ascendente di una pipa fiammata, conica, di media capienza aveva, invece, scorto un destino felice, una predisposizione contagiosa alla felicità, forse all'immortalità. Era ben raro che non fosse presente fra le quattro o cinque pipe che solitamente popolavano le sue tasche e non se ne sarebbe separato per nessuna ragione. Quando la sua mano, pescando distrattamente in una delle tasche, la estraeva per caricarla e fumarla, era certo che si sarebbe goduto una bella pipata, senza brutti pensieri.
Da vecchio aveva quasi dovuto smettere, per le pressioni di medici e famigliari sobbillati da paranoiche campagne di dissuasione al fumo, ma ogni tanto una buona fumata nella pipa del destino continuava a concedersela, incurante di rimbrotti e lamentele, finché la rottura di un femore non lo costrinse in ospedale.
Secondo il chirurgo, doveva trattarsi di una degenza breve e senza problemi e tale sarebbe stata se un'inflessibile caposala, animata dalle peggiori intenzioni di far bene, non avesse confiscato la sua pipa dal cassetto del tavolino, dove il nipote premuroso che lo assisteva l'aveva deposta, ben consapevole dell'importanza vitale nascosta nelle sue venature.
Qunando, al risveglio precoce dall'anestesia, nel tentativo di ricostruire la mappa della nuova situazione e trovare un segno della sorte che lo attendeva, volse il suo sguardo dalle pareti bianche ed anonime della stanza al tavolino, per leggerne le venature, dovette constatare che non ne aveva. Non era altro che una triste parodia di tavolo, ricoperto da un laminato mortalmente amorfo. Con impazienza, si girò allora per cercare la sua pipa nel cassetto, staccando tubi e fili che lo impastoiavano, per trovare conforto nella sua venatura rassicurante. Quando lo vide asetticamente vuoto, non ebbe bisogno di altri segni; si adagiò sulla schiena e chiuse gli occhi malinconicamente, consapevole che di lui neppure una ceppaia sarebbe rimasta, per raccontare la sua storia ad un bambino curioso.
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Chi non fuma nella pipa non capisce la canzon (a mio nonno)



Una pipa piccolina da fumare la mattina
una pipa molto scura solo in caso di paura
una pipa tutta nera da fumare quando è sera
una pipa fra le dita per guardare la partita
una pipa sempre in bocca e guai a chi la tocca
una pipa da succhiare se c'è vento in riva al mare
una pipa larga e tonda se c'è calma sulla sponda
una pipa con ghiera d'argento in caso di maltempo
una pipa di scorta in tasca se minaccia una burrasca
una pipa corta e stretta per i giri in bicicletta
una pipa perduta? Non bere la cicuta
una bella pipa di schiuma, beato chi la fuma
una pipa figurata: meglio d'una scampagnata
una pipa di radica chiara mezza dolce mezz'amara
una pipa tutta d'osso, buttala nel fosso
una pipa di terra rossa purché sia proprio ben cotta
una pipa qualunque lasciala a chiunque
una pipa da signorina lunga sottile e leggerina
una pipa da vecchio bella grossa e lucidata a specchio
una pipa o due rare belle solo da guardare
una pipa da collezione niente fumo tutto blasone
una pipa regalata ti rallegra la giornata
una pipa sol per me la più buona e bella che c'è
una pipa, poi un'altra e un'altra ancora finché arriva la buonora
una pipa e basta.



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07 agosto 2019

Pipae, piparum, pipis (quarta parte)

Pipae, piparum, pipis (quarta parte)



Non ho mai conosciuto un indiano d'America in penne e ossa in vita mia. Il solo che ho incontrato era un moroso di mia figlia quando studiava ad Andover: il prestigioso college vicino a Boston .
Era un ragazzo tranquillo e silenzioso; si chiamava Oni at se (Nuova Neve che scende), ma non fumava nemmeno una banale pipa nostrana.
Mi sarebbe piaciuto incontrare un vecchio che avesse un kalumet tradizionale fra i suoi ricordi di antenati e sapesse dirmi qualcosa di vero su come lo caricavano e cosa mettevano dentro al fornello veramente.
Si è letto di cortecce di piante dal sapore amaro, addolcite con altre meno sgradevoli e di graminacee, ma sono fonti poco attendibili.
Si sa che tutte le tribù avevano uno stregone che li mettesse in contatto con il Grande Spirito quando non bastava il fumo del kalumet che si innalzava verso gli spiriti degli antenat,i ma non è mai comparsa la notizia che fra le funzioni indispensabili alla coesione e alla serenità di una tribù ci fosse un tabaccaio: un addetto a procurare le erbe da fumare dentro alla pipa sacra che tanta importanza aveva nelle tradizioni individuali e sociali degli indiani.
È certo che il cannello era lungo una spanna o anche molto di più, era di legno di frassino e, solitamente, veniva ornato e impreziosito con penne, frammenti di corno di animali che venivano cacciati per la sopravvivenza della tribù.
Il fornello riccamente intarsiato era di pietra scura o di alabastro.
Ogni membro della tribù aveva la sua pipa personale, ma nelle importanti riunioni tutti fumavano in cerchio la stessa pipa rituale passandosela di mano in mano.
Di kalumet veri ne ho visti alcuni una volta sola in vita mia, appesi alle pareti di una strana osteria in cui eravamo capitati per caso.
C'erano anche frecce piumate, lance, archi e amuleti vari. Nel mezzo della sala c'era una specie di trono di cuoio con le gambe ricavate da grossi corni di bisonte.
Ai tavolini dell'osteria sedevano dei veri indiani con l'aria piuttosto sconsolata. All'esterno non cavalli, ma sgangherati pick up erano i mezzi con i quali avevano raggiunto l'osteria dalle loro abitazioni nella riserva nella quale eravamo capitati senza saperlo.
Mia figlia Valeria aveva terminato il suo anno di studio e mio figlio Marco ed io eravamo andati a prenderla a Boston, ma prima di rientrare a Bologna avevamo fatto un lungo viaggio di una quarantina di giorni, da nord a sud da est a ovest, negli Stati Uniti d'America, servendoci di aeroplani e auto noleggiate agli aeroporti.
Durante una di queste scorribande in macchina, non lontani dal Grand Canyon, ci eravamo imbattuti per puro caso nell'osteria dei kalumet e del trono di bisonte .
Nessuno dei presenti seduti ai tavoli fumava kalumet o simili e non avevano l'aria di parlarne volentieri con uno stupido straniero in vena di chiacchiere.
Un 'occasione persa, insomma.

Pipae, piparum, pipis (terza parte)

Pipae, piparum, pipis (terza parte)


L'anno dopo il soggiorno londinese di studio nella British museum library tornai nelle isole britanniche in auto con Emilia allora diciassettenne, figlia di carissimi amici di famiglia da più generazioni, che me l'avevano affidata perché cominciasse i suoi studi d'inglese, ignorato nel suo corso al Liceo classico di Correggio.
Dovevamo raggiungere Edimburgo per seguire un corso estivo per stranieri. In realtà era un corso di scozzese più che d'inglese, come scoprimmo subito, tenuto da docenti dell' Università dalla spiccata pronuncia locale che non nuotavano nell'oro, a giudicare dalle giacche rappezzate e consunte di Harris tweed.
I corsisti erano in buona parte adolescenti di mezza Europa, con una prevalenza di scandinavi. Ricordo una ragazza danese che durante il coffe-break fumava la pipa come me, con mia favorevole sorpresa. Quando le dissi che era la prima ragazza con pipa che avessi mai conosciuto, si sorprese. Sosteneva che in Danimarca le fumatrici di pipa erano tutt'altro che rare, anche nella sua famiglia.

Naturalmente la pipa era molto diffusa anche fra i docenti, a differenza di quanto accadeva fra i professori di liceo o universitari, da noi. In tutta la mia carriera scolastica mi capitò d'imbattermi in un solo docente pipafumante: un supplente di latino e greco al liceo, mentre moltissimi fumavano sigarette.
La vicenda più memorabile e piacevole del corso erano le serate organizzate per noi studenti nel Chaplaincy Center: un luogo di ritrovo universitario che sembrava una piccola chiesa protestante vagamente gotica, di quelle in legno fatte in serie; tutte uguali e disseminate nei villaggi scozzesi. In realtà, almeno per quanto riguardava noi corsisti stranieri, non vi si svolgevano attività religiose, ma s'imparavano i balli scozzesi al suono di pipes and drums, secondo la tradizione.
Per un paio di ore almeno, imparate le figure obbligatorie sotto la guida di una insegnante paziente, eravamo liberi di scatenarci in balli tradizionali scozzesi a due, a tre a quattro coppie. Alle fine ero accaldato come dopo una partita di football, ma mi ero divertito molto di più.
La mia passione era l' eight-some reel, così mi pare si chiamasse un complicato ballo che coinvolgeva in varie figure obbligate quattro ballerine e quattro ballerini.
Quando mi capitava come partner una morettina svizzera del cantone di Coira restavo stupito del suo impeccabile aplomb alla fine delle giravolte scatenate: restava fresca come una rosa.
A volte, alla fine delle danze, si cantava in coro. Ricordo la voce emozionante di una ragazza svedese quando attaccava in assolo "Cumbaya my Lord". Non era Joan Baez, ma, in quell'ambiente faceva venire i brividi.
Ci ospitava nella sua casa la vedova di un ufficiale che oltre agli ospiti paganti, accudiva anche il vecchio padre vedovo. D'inverno occupavano le tre stanze studenti universitari che d'estate, quando tornavano a casa, venivano rimpiazzati da ragazzi stranieri come noi.
Uno studente di veterinaria che aveva finito e stava per laurearsi si trattenne per qualche giorno mentre eravamo già presenti noi "estivi" . Era un ragazzo cordiale che c'invitò alla festa di laurea e noi, naturalmente, fummo felici di partecipare. La cerimonia si svolgeva all'aperto in modo collettivo. Tutti insieme i laureandi, con toga e tocco presi a nolo, partecipavano alla cerimonia che aveva ai nostri occhi un'aria carnevalesca, se confrontata all'austera discussione individuale della tesi presso l'Alma Mater di cui avevo un ricordo freschissimo.
La padrona di casa era una donna gentile, piuttosto austera, mentre un personaggio cordiale era suo padre con il quale era doveroso trattenersi per un po' di conversazione alla fine della cena. Era un fumatore di pipa molto esperto che tirava con rilassata metodicità senza mai lasciare spegnere la sua pipa curva mentre conversava con noi.
Una volta per esporci meglio la sua ammirazione per gli antichi romani, di cui elogiava le abitudini alimentari, estrasse la pipa di bocca un po' troppo allegramente e arpionò la dentiera che volò in mezzo al tavolo già sparecchiato chiudendosi con un rumore secco.
Noi due ragazzi non battemmo ciglio e gli demmo tutto l'agio di raccogliere i denti e continuare il discorso come niente fosse.
Naturalmente durante la passeggiata serale fino ai giardini di Princess Street, commemorammo la scena comica con le dovute risate che avevamo trattenuto con un self-control più British degli stessi britannici che ci sforzavamo di imitare, almeno per quanto riguardava la lingua.
I Princess street gardens sotto l'imponente Edinburgh Castle, si animavano dopo il tramonto specialmente se c'era una banda che suonava su di un palchetto accanto alla grande pista da ballo circolare. Con un sixpence si poteva partecipare al ballo collettivo. Le coppie danzavano balli classici come il waltzer e si muovevano molto compostamente in senso orario senza intralciarsi o urtarsi ruotando come satelliti attorno ad un immaginario pianeta al centro.
La passione per le bande era diffusa a giudicare dal pubblico numeroso che ne ascoltava i concerti, ma di gran lunga le più divertenti erano le marching-band di tipo militare con i suonatori in rigoroso costume scozzese: pipes and drums in kilt che suonavano inni e ballate tradizionali come "Scotland the brave":
"Drums in my heart are drummin" che ancora oggi, a distanza di molti decenni, mi commuovono.
A dispetto dei continui scrosci di pioggia alternati a ventose apparizioni del sole fu un soggiorno piacevole anche per la compagnia molto allegra di Emilia che si divertiva ad ascoltare i miei sogni che cercavo di ricordare per raccontarglieli al mattino durante il breakfast: il solo pasto decente della giornata.

03 agosto 2019

Pipae, piparum, pipis (seconda parte)

Pipae, piparum, pipis (seconda parte)


Due pipe uguali di radica scura rusticata con il cannello di legno lungo ed un corto bocchino le portai a casa da Londra l'anno della mia laurea.
Non erano pipe inglesi di alto lignaggio, ma proporzionate al mio modesto budget e adatte ad un principiante che volesse passare dalle sigarette alla pipa senza bruciarsi la lingua.
Una delle due, infatti era destinata a mio padre che speravo di convincere ad abbandonare le sigarette e a farmi compagnia fumando la pipa insieme durante le lunghe chiacchierate che facevamo in casa o passeggiando per Roma.
Il regalo fu accolto con affettuosa gratitudine ma, dopo alcuni accondiscendenti tentativi, la sua pipa restò un elegante regalino del figlio appoggiata in bella vista sui mobili di casa.
Le avevo comprate da Smith, vicino al British Museum, un autentico tabaccaio di altri tempi di cui non avrei mai sospettato l'esistenza prima di capitarci dentro per caso.
A quel tempo frequentavo la prestigiosa British Museum Library, allora aperta anche a studiosi internazionali, dietro presentazione di credenziali e agli studiosi accreditati erano riservate confortevoli postazioni di cuoio blu dove si potevano lasciare i libri aperti dalla mattina alla sera, anche durante la veloce pausa pranzo o la velocissima pausa-pipa.
Proprio durante una di quelle pause pranzo m'imbattei nel tabaccaio a pochi passi dal museo. Come il nome, anche l'aspetto esteriore del negozio era incolore e non lasciava presagire la miniera di pipe e tabacchi che nascondeva nel vasto interno. A parte le pipe, quello che mi sorprese fu "la macchina del tabacco" su misura.
Un grosso imbuto verticale terminava con una vite alla quale si poteva avvitare una classica scatola tonda vuota da riempire con la miscela di tabacchi desiderata. Il tabaccaio preparava al volo la mistura richiesta prelevando da grossi vasi la percentuale di virginia, burley, kentucky, latakia ecc. la spingeva nella scatola, avvitava il coperchio e ti portavi via il tuo tabacco su misura. Volendo, potevi far registrare le tue preferenze su di un librone che sembrava il codice atlantico e ordinare a Smith cinque, dieci scatole e fartele recapitare a casa per posta. A giudicare dalle dimensione del librone il fantastico Smith ne doveva avere di clienti affezionati.
Per noi disgraziati pipatori italici era un sogno. All'epoca a fatica trovavamo dal tabaccaio gli squallidi trinciati del monopolio e, se ti andava bene, una lussuosa scatola rossa di Prince Albert o di Rivelation.
Nell'immagine la sala della British museum library
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01 agosto 2019

Pipae, piparum, pipis

Pipae, piparum, pipis



"Chi non fuma nella pipa non capisce la canzon"
Quando mio nonno mi vedeva accendere la pipa di solito mi diceva questa frase sibillina con aria scherzosa e di approvazione.
Sarebbe stato inutile chiedergli una spiegazione perché non era sua abitudine fornirle per le frasi proverbiali, molte volte di difficile interpretazione, che diceva in momenti appropriati secondo il suo giudizio.
Nel dopoguerra fumavano tutti, c'erano ben altre preoccupazioni nell'aria che s'imponevano all' attenzione.
Per quanto ricordo, in famiglia la sola che non fumava era Luisa: la domestica di origine contadina che per me è sempre stata una nonna affettuosa.
Non era certo il tipo da fare commenti, ma dalle attenzioni che poneva nel riordino delle mie pipe e alla pulizia esterna del vaso del tabacco ho sempre avuto l'impressione che ritenesse la mia abitudine di fumare la pipa, anziché le sigarette, una cosa degna di un uomo, seppure un giovane uomo in fase di formazione.
Era una cosa ben fatta, come andare a caccia in valle alzandosi prima dell'alba o a pesca al tramonto, tutte cose da uomo che non andavano scoraggiate, quantomeno, in un giovane che stava cercando la sua forma.
Resta il fatto, che fu la sola a regalarmi una bellissima pipa bianca di schiuma di mare nel suo lussuoso astuccio, vellutato all'interno, che io apprezzai molto.
Lo ricordo bene perché non solo fu il primo regalo del genere, ma di pipe in vita mia ne ho ricevute in regalo poche, pochissime. Neppure le morose più generose e avventurose, eccetto una, si azzardavano a regalarmi una pipa.
Maglioni di lana fatti a mano, camicie, cravatte, papillon, acqua di Colonia sì, ma non pipe. Mai.
C'è da dire, che scegliere una pipa da regalare richiede molto coraggio, per non dire incoscienza. Neppure il criterio più ovvio: compro una pipa di marca, semplice e diritta, garantisce il successo.
È più facile indovinare un terno al lotto che predire se una pipa ha l'anima buona e gentile, prima di averla fumata per qualche tempo.
È, invece, abbastanza facile per un fumatore esperto, guardandola e soppesandola fra le mani, predire se una pipa non sarà gradevole da fumare.
Insomma è molto più facile sapere scartare piuttosto che comprare e risulta una impresa temeraria per una ragazza affettuosa che desideri semplicemente essere ricordata dal moroso tutte le volte che fuma la pipa che gli ha regalato.
Ergo pertanto il centinaio di pipe che ho in giro per casa, in vista su rastrelliere o imbucate e dimenticate in cassetti, me le sono comprate nel corso degli anni da tabaccai ben forniti e qualcuna anche direttamente da chi le fabbricava a mano.
A Bologna c'era uno di questi artigiani vicino al cinema Contavalli, prima che lo demolissero, insieme alla maggioranza dei cinema bolognesi, colpiti dalla fillossera televisiva più micidiale dei bombardamenti americani durante la guerra.
Era un omone cordiale e gentile con le mani d'oro. Sapeva fabbricare belle pipe nuove da ciocchi rustici di radica stagionata che riceveva dalla Calabria.
Si occupava anche di pipe sinistrate rimettendole a nuovo. Ricostruiva i bocchini spezzati di ambra o di banale plastica nera, rinforzava con ghiere d'argento su misura il cannello di legno crepato e faceva tutto il resto necessario a dare nuova vita ad una povera pipa malmessa.
Una pipa rotta aveva più speranze di vita portandola a lui che un paralitico a Lourdes..
Marginalmente, comprava e vendeva pipe nuove e usate anche non fatte con le sue mani. La sola cosa che non potevi trovare nella sua bottega era una pipa di scarso valore e soddisfazione.
La robaccia da due soldi che gli inesperti trovano dai tabaccai improvvisati, gli spacciatori di sigarette e grattaevinci, lui non la teneva.
Da lui comprai più di una pipa, tutte belle e brave.
Una ottima di radica fiammata semi-curva l'aveva scavata un po' troppo, ricavando un fornello molto capiente con un ingombro esterno modesto. Questa anomalia la rendeva indicatissima da tenere sempre nella tasca interna della giacca insieme alla borsa del tabacco. Purtroppo, nel corso dei decenni di onoratissimo servizio il legno troppo sottile si crepò partendo dall'alto, ma senza compromettere minimamente il piacere di fumarla. Ancora adesso è una delle più fumate, a dispetto della sottile crepa che continua ad allungarsi verso il fondo.
Con mia sorpresa un giorno trovai la sua bottega chiusa e abbandonata come il vicino cinema. Per fortuna si era solo trasferito in un negozio più grande ed elegante in un'altra strada del centro, come seppi dai negozianti vicini, sopravvissuti agli sventramenti e ristrutturazioni. Lo ritrovai nella nuova sede completamente calvo. Aveva subito una delicata operazione al cervello, ma, per fortuna, il medico che lo aveva operato lo aveva riparato con la stessa maestria con cui lui operava le pipe.
(continua)

18 luglio 2019

C'era una volta la sterlina

C'era una volta la sterlina


I musicanti di Brema


Sto leggendo alle mie nipotine le favole raccolte da Italo Calvino nelle varie regioni d'italia.
Molto spesso le fiabe dopo il celebre "C'era una volta..." raccontano di un padre che aveva tre figli ai quali voleva lasciare equamente le sue ricchezze. A meno che non capitasse come nella favola "Il drago delle sette teste" raccolta a Montale Pistoiese in cui ai tre figli tocca un cavallo un cane e una spada a testa, dl solito la situazione era piuttosto bislacca.
Capitava, ad esempio, che al primogenito toccasse un cavallo al secondo un cane e al terzo soltanto un gatto, senza neppure i famosi stivali. Del tutto impossibile sarebbe stato per il padre equanime suddividere con il sistema decimale un patrimonio di 1000 fiorini d'oro.
L'impresa sarebbe riuscita facilmente, invece, ad un padre inglese che avesse dovuto dividere fra i tre figli mille Sterline d'oro. Infatti a ciascuno avrebbe potuto dare esattamente 333 sterline due scellini e 4 pence, a patto che la suddivisione fosse avvenuta prima del 15 febbraio 1971, quando anche nel regno di Elisabetta II la sterlina fu divisa banalmente in 100 centesimi, con la costernazione di tanti amanti delle favole e dei sistemi assurdi, me compreso.
Come tanti anglofili non di primo pelo ricorderanno, infatti, prima di quella data funesta la sterlina in cartamoneta era divisa in 20 scellini d'argento ciascuno dei quali era diviso in 12 pences di rame. In realtà pero, oltre ai grossi e pesanti penny di rame, esistevano i piu piccoli throppen di ottone del valore di tre pences, i sixpence d'argento del valore di sei pence o mezzo scellino, gli scellini del valore di un ventesimo di sterlina pari a dodici pences, le mezze corone del valore di due scellini e sei pences, le corone del valore di cinque scellini in monete d'argento.
C'erano poi anche le virtuali ghinee, del valore di ventun scellini, inesistenti, ma con le quali s'indicava il prezzo dei vestiti di sartoria tagliati su misura in Bond street, mentre il prezzo degli abiti già confezionati, venduti da Harrods, era indicato banalmente in sterline (pound).
Un sistema da favole, appunto, dove fare benzina negli anni '50 con una Vespa 125 sfornita di un serbatoio di capienza inferiore ai due galloni era un incubo nelle rare pompe a mano sfornite di pistola erogatrice nei desolati Highlands scozzezi dove bisognava fare il pieno per non rischiare di rimanere a secco in mezzo alla brughiera.
Vedi anche su questo stesso blog:
http://candeli.com/blog/arc20030701.htm#BlogID67

15 luglio 2019

Il gelsomino

Il gelsomino

Gelsomino

Non sono un botanico come mio padre e tutto quello che so sul mondo vegetale l'ho imparato da lui da bambino è più tardi da documentari naturalistici, a volte bellissimi, che guardo sempre con molto interesse.
Il mio affetto non va tanto ai fiori meravigliosi quanto ai tigli fioriti che hanno sempre significato per me la fine delle scuole e l'inizio delle vacanze, e soprattutto ai miei fratelli pioppi.
Quando ero bambino, mio padre piantò un filare di pioppi canadesi (ibrido 714) lungo un canale che costituiva il confine orientale del nostro podere e io li guardavo crescere, anno dopo anno, come fossero dei bambini che stavano sviluppandosi insieme a me. Diventarono alberi meravigliosi che per qualche anno riuscivo a stringere fra le mani, poi ad abbracciare fin quando diventarono troppo grandi per le mie braccia che si allungavano, ma non abbastanza.


Pioppi


L'affetto più costante e duraturo, però, l'ho sempre avuto per le piante rampicanti, in particolare per il gelsomino bianco, il glicine e il caprifoglio, mentre non ho mai amato molto l'edera e la vite americana per il loro eccessivo rigoglio infestante e la mancanza di profumo.
L'eroica fioritura del decrepito gelsomino a spalliera sul balcone non ha più la forza di rallegrare la casa con il suo profumo all'arrivo della stagione primaverile, quando si possono lasciare aperte le finestre, ma per fortuna, lungo il percorso delle mie passeggiate pomeridiane prosperano ancora meravigliose siepi lussureggianti di gelsomino che s'imbiancano di fiori.
Profumano il mio cammino e mi ricordano che anche per me è passata un'altra stagione.

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Clicca sugli indirizzi seguenti per trovare altri riferimenti al GELSOMINO all'interno di questo mio stesso BLOG:

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14 luglio 2019

Al sulfaner

Al sulfaner



E' appena passato davanti al cancello del giardino della casa al mare un venditore di materassi con il suo furgoncino vociferante, ormai una vera rarità.
A cosa sia dovuta la quasi totale scomparsa della pubblicità vocale itinerante credo sia difficile da dire in due parole. Resta il fatto che ormai sentire passare auto attrezzate con altoparlanti che reclamizzano una prodotto o un evento o un luogo di ritrovo è ormai una autentica rarità anche in posti di mare dove la gente si rifugia d'estate per sfuggire la calura delle città ormai tropicalizzate e soffocate dal traffico.
Ricordo che da bambino, nell'immediato dopoguerra quando nella città semidistrutta si abitava, adattandosi , nelle case rimaste in piedi, la mattina venivo svegliato dal passaggio del solfanaio.
Condividevamo, in subaffitto, con due anziani fratelli, parte di un appartamento principesco che si affacciava su via Guerrazzi quasi di fronte a palazzo Carrati, sede della seicentesca Accademia Filarmonica nella quale anche il giovane Mozart ottenne nel 1770 l'ambita patente di Maestro compositore.
Io dormivo in una stanza che era stata uno studiolo dalle pareti ricoperte di damasco dorato che si affacciava sulla strada al primo piano dove i rumori del portico e della strada giungevano ben distinti.
Spesso, fra questi, arrivava il suono delle trombetta del "solfanaio" che si annunciava agli abitanti mattinieri con il suo urlo cantilenante: "Solfanaio... naio, a je al sulfaner" seguito da qualche colpo della sua corta trombetta curva di ottone. Era niente di meno dello straccivendolo di zona che raccattava tutte le cianfrusaglie di cui ci si voleva liberare pagandole non in monete ma in "sulfanen": gli zolfanelli con cui accendere il fuoco. Questi antenati dei fiammiferi da cucina, usati come moneta, erano proprio bastoncini con una capocchia di zolfo giallo e lucente. A volte il solfanaio esemplificava con ironia cosa era disposto a raccogliere: "Straz, oss, cavi" (stracci ossa, capelli) sperando in ben altro, naturalmente.


Meno frequenti erano i richiami dell'arrotino e dell'ombrellaio. In un'epoca stentata di cappotti rivoltati e di scarpe risuolate, in cui non si buttava niente. L'arrotino con una piccola mola azionata a pedali su di una bici modificata ridava lucentezza e filo a vecchie forbici, coltelli da cucina e alla preziosissima "coltellina": il lungo tranciante a punta quadrata con cui si tagliava la sfoglia, ricavandone tagliatelle, tagliatelline da brodo, quadretti, maltagliati e lasagne quadrate.
Veniva religiosamente adoperato dalla sola "resdora" e solo per questo scopo; spesso era custodito in una fodera su misura cucita in casa e noi bambini non dovevamo neanche guardarla.



Meno tecnologica era l'attrezzatura dell'ombrellaio a cui bastava un angolo di portico dove appoggiare i sui modesti attrezzi con cui sostituiva le stecche, il manico o rappezzava la cupola di vecchi ombrelli invalidi che colpi di vento o un uso eccessivo e malaccorto avevano reso inutilizzabili.


Il ciabattino itinerante, invece, non c'era ormai più in città quando ero bambino. Resisteva solo durante la fiera di Santa Lucia, sotto i portici di Santa Maria dei Servi in forma di statuina per il presepe insieme agli altrettanto illustri scomparsi: il vasaio e la mistocchinaia con il suo fornelletto a carbone.


Decenni più tardi durante il periodo estivo quando lasciavamo, come ora, la casa di città per quella al mare ricominciava in forma diversa e molto più fastidiosa e insistente la rumba della pubblicità vociferante. I più molesti reclamizzavano spassose serate in un "piccolo bar club" dove non avrei mai messo piede se non altro per deluderne la insistente réclame diffusa con un nastro senza fine a volume assordante.
Oltre ai materassai, rari arrotini con attrezzature più moderne si facevano sentire ogni tanto di mattino, ma il più caratteristico era un pescivendolo che con voce di tomba reclamizzava il suo pesce con una strascicata cadenza comacchiese: "Pese, pese fresco, pese vivo. Ho la sogliola, la sogliola bella, la sogliola viva. Pese, pese fresco, pese vivo". Giorno dopo giorno, anno dopo anno, ripeteva lo stesso mantra senza variazioni, ma dal vivo, senza usare un banale nastro e a bassa voce, quasi un sussurro rivolto a pochi intimi.
Ora non passa più nessuno. Che sia per la pervasiva presenza di AMZON che ti scodella a casa -rapidamente e puntualmente- tutto quello che vuoi, o per altri motivi, non saprei dire. Di certo non mi strappo i capelli ripensando con nostalgia alla vociona invadente del piccolo bar club e non mi manca tanto.neppure "la sogliola bella, la sogliola viva".

23 giugno 2019

La bici folletto

La bici folletto



Alla fine degli anni Ottanta lessi in un romanzo cyber di William Gibson di una macchina a guida completamente autonoma che era in grado di venirti a prendere sotto casa e portarti con sicurezza alla destinazione semplicemente dicendole l'indirizzo a cui doveva arrivare. Mi sembrò un sogno che avrei voluto vedere realizzato prima di morire. Nel romanzo,si chiamava Hamed quel portento di tecnologia costruita a Damasco.
Ora, dopo una cinquantina d'anni, mi sembra che siamo abbastanza vicini, finalmente, alla realizzazione di una macchina dalla quale ti fai scarrozzare e, giunto a destinazione, le dici "Vai a parcheggiare e vieni a prendermi qui alle 6."
Superano però anche i miei più spericolati sogni le nuove biciclette che inventori sparsi in varie parti del mondo stanno preparando con studi convergenti .
A quanto leggo su un interessante articolo del Sole 24 Ore, UBER, la controversa compagnia odiata dai tassisti, che ora è molto interessata anche alla micro mobilità urbana, cerca proprio di trovare la soluzione per offrire biciclette che stanno in equilibrio senza un umano pedalatore sulla sella.
Questa bici-folletto dovrebbero essere in grado di raggiungere chi ne ha bisogno e l'ha invocata con un colpo di telefonino. Raggiunto il cliente, cesserebbe di muoversi in autonomia lasciando al suo temporaneo padrone il piacere di guidarla con pedalata assistita fino al raggiungimento della metà.
A quel punto la super-bici concluderebbe il suo compito ritornando in piena e solitaria autonomia nel parcheggio attrezzato in cui ricaricare le batterie e attendere la successiva chiamata.
Meglio di un tappeto volante evocato dal genio della lampada.
Non so se vedrò mai una di queste bici e avrò l'opportunità di servirmene in alternativa temporanea alla mia WANDER azzurra che cavalco da più di sessant'anni.
Certamente sarebbe stata molto utile a Marino, un ubriacone che frequentava un'osteria vicina alla casa dove passavo parte delle vacanze estive. All'ora di cena, prima di rincasare, arrivava in bici dal lavoro e si fermava a fare il pieno di lambrusco all'osteria, poi usciva e, per il crudele spasso di noi bambini della contrada che l'aspettavamo al varco, tentava di risalire sulla bicicletta offrendo uno spettacolo penoso ed esilarante: dopo una serie di sbandate e serpentine non di rado finiva a terra mentre la bici, sobria e paziente, continuava per qualche metro in autonomia prima di fermarsi, a sua volta, ribaltata sui ciottoli della strada, in attesa di essere riaccompagnata a mano nel cortile di casa.

20 giugno 2019

Per errore

Per errore


Camminava a carpon fossile come l'avatar smunto di un passato cancellato da tutte le memorie allo stato solido.
Sopravviveva in una RAM sfuggita al blackout che aveva annichilito l'intera comunità nata da un errore del motore inferenziale della AI che governava il Sistema.
La sua asimmetria genetica lo portava verso un cloud inesplorato, fuori dai confini ufficiali del WEB, popolato da canaglie proteiche di cui si negava l'esistenza per non turbare il quieto vivere ufficiale, ormai assopito nella ripetitività di procedure obsolete.
La durata del suo codice nativo, il suo essere, non era stato programmato proprio perché era scaturito da un errore e si sarebbe disgregato senza avere mai raggiunto la consapevolezza di essere esistito. Per questo arrancava senza demordere verso un nulla periferico atemporale, senza neppure la presenza di atomi virtuali in cui imbattersi.

17 giugno 2019

Martello timballo coltello

Martello timballo coltello

timballo siciliano


  • Allora, tre parole scelte liberamente per ciascuno di noi. Spara la prima tripletta, poi tocca a me.

  • martello timballo coltello 
  • ombrello castello uccello 
  • sapore colore odore 
  • amore fragore dolore 
  • pesca parco parafulmine 
  • barca bolla baldacchino

  • Abbiamo le 18 parole. Adesso ciascuno di noi deve piazzare le triplette che gli sono toccate in sorte rispettandone l'ordine in un racconto sensato, come al solito. Sei d'accordo? 
  • Certo, comincia tu, se vuoi.

  • Mentre era affaccendato in cucina, le vibrazioni dei colpi rabbiosi di mannaia o di martello che si propagavano dalla legnaia rischiavano di compromettere la preparazione del timballo. Per fortuna il delicato lavoro con il coltello era già finito.
  • Se avesse potuto, avrebbe rimandato la cena per non costringere i suoi ospiti ad infagottarsi nel mantello e ad aprire l'ombrello per salire a piedi la scalinata del castello. In quella notte da lupi non volava neanche un uccello.
  • Era orgoglioso non solo del sapore del suo timballo, ma anche del colore dorato e, soprattutto, dell'odore che si spandeva nel momento di servirlo in tavola.
  • Il suo amore per le cose ben fatte richiedeva dedizione, silenzio e concentrazione. Il fragore chiassoso lo aveva allontanato dalla città perché ormai gl'infliggeva un dolore insopportabile.
  • Ormai aveva abbandonato anche la vecchia passione per la pesca e per la caccia nel suo parco di alberi secolari, da evitare durante una tempesta come quella che si era abbattuta sul castello quella notte. Bisognava confidare sull'efficacia del parafulmine per non temere che anche le vecchie pietre divenissero un bersaglio dell'ira di Giove.
  • Quando il tempo non era così ostile come quella notte, gli piaceva percorrere il laghetto sulla barca a remi, in una bolla di silenzio e di pace, sotto la frescura ombrosa del baldacchino che lo riparava dal dardeggiare del sole nelle ore meridiane. Ormai, però, gli era rimasta solo la passione per la cucina che coltivava imbandendo sontuosi banchetti per pochi ospiti scelti.

  • Mi sembra che anche questa volta siamo riusciti ad adoperare tutte le 18 parole in un raccontino che ha senso e forse perfino un po' di atmosfera. Andiamo a berci un bicchiere di vino su al castello per festeggiare?
  • Volentieri, ma mi accontenterei anche di un'acqua tonica al bar qui vicino.

12 giugno 2019

Ad maiora


mer 12 giugno 2019  

Ad maiora

Il tempo era buono e anche lo spazio.
Gli uccelli migratori e le balene avevano intrapreso il loro lungo viaggio seguendo le piste magnetiche celesti e oceaniche fino al raggiungimento della metà.
Le formiche, da parte loro, seguivano incessantemente piste chimiche in un andirivieni senza soste e ignaro di ostacoli e mutamenti accidentali.
I Sapiens Sapiens continuavano ad azzuffarsi e ad uccidersi vicendevolmente secondo il loro costume, distruggendo paesaggio, manufatti da loro stessi creati e quello che si trovava sui loro percorsi privi di un marcatore chimico o magnetico che li guidasse.
Buchi neri sempre più voraci deglutìvano incessantemente corpi celesti nella maglia vorace della loro attrazione fatale a milioni di anni luce da questo degradato frammento di materia in via di spopolamento ed estinzione.
Ad Maiora.

31 maggio 2019

Fair play

ven 31 maggio 2019  

Fair play

una mia foto di germani reali a Comacchio

  • Pensi che sia troppo presto per andare via?
  • Dici per non fare brutta figura con il padrone di casa?
  • Infatti, mi dispiacerebbe. Ma secondo te dove siamo?
  • Questo non lo so. Quando ci hanno invitato non mi hanno detto dove era il posto.
  • Ma allora come abbiamo fatto ad arrivarci?
  • Sarebbe difficile sbagliare posto quando non sai dove devi andare, ti sembra?
  • Sai che per essere in un posto a caso mi sono trovato abbastanza bene questa sera.
  • Anche io, proprio per questo bisognerebbe non fare la brutta figura di scappare via troppo presto come se fossimo stati scontenti.
  • Ci mancherebbe, restiamo ancora un po', ma non troppo per non rischiare di essere invadenti.
  • Sì solo un po' poi torniamo da dove siamo venuti.
  • Va bene, ma tu sapresti tornare indietro?
  • No, ma non abbiamo fretta e se camminiamo con calma arriveremo sicuramente al posto giusto.
  • È inevitabile, poi quando saremo arrivati io mi fermerei anche a bere un bicchiere di vino, o preferisci la birra?
  • No, il vino mi va benissimo poi là non tengono la birra, non ho mai capito il perché.
  • Forse non hanno il frigo.
  • Giusto, sai che non ci avevo mai pensato. Ma adesso è meglio andare sennò si fa tardi.
  • Andiamo allora, ma filiamocela all'inglese per non disturbare.

29 maggio 2019

Terra bruciata

mer 29 maggio 2019  Terra bruciata

Terra bruciata


"L'uomo è stato 'spinto' a camminare su due gambe dall'esplosione di una supernova, avvenuta fra 8 e 2,6 milioni di anni fa a 163 anni luce dalla Terra.
Questo spettacolo di fuochi d'artificio cosmici ha bombardato l'atmosfera, caricandola con un'enorme quantità di elettroni e aumentando così la frequenza dei fulmini. La conseguenza è stata il moltiplicarsi di incendi nelle foreste in cui ancora vivevano gli antenati dell'uomo, spinti a muoversi nella savana per sfuggire alle fiamme. È quanto emerge dallo studio pubblicato sul Journal of Geology dal gruppo dell'Università americana del Kansas coordinato da Adrian Melott." (fonte ANSA)

Lo studioso del Kansas non fa nessuna ipotesi sulla possibilità che l'uomo impari finalmente a volare, come desidera fare da tanto tempo, per effetto di una Supernova ancora più incendiaria che renda quasi impossibile continuare a camminare a piedi su un suolo reso incandescente da un turbine incessante di fulmini incendiari.
O per salvarci dalle terre incandescenti ci butteremo tutti in mare e torneremo a diventare pesci come pare fossero i nostri antenati più remoti?

20 dicembre 2016

Il bagno d'aria

Il bagno d'aria



Passare due settimane in un reparto geriatrico non è uno di quegli spassi che ci si augura capitino spesso, ma se proprio capita, non si può fare a meno di guardarsi intorno e cercare qualche motivo di distrazione, se non proprio di divertimento.
I quattro compagni di stanza sembrerebbero, a colpo d'occhio, i primi da cui ricavare qualche motivo di conversazione, a patto che non siano immobili nel proprio letto con una maschera di ossigeno o, addirittura, con il sondino per l'alimentazione artificiale che impedisce tutto, fuorché una sopravvivenza stentata. E' chiaro che in quelle condizioni è meglio evitare inutili tentativi di attaccare discorso e ci si accorge in fretta che è imperativo, invece, distogliere lo sguardo dai compagni di avventura e non certo per motivi di privacy, perché questa è la sola condizione che non esiste, in assoluto.
Dopo qualche tempo, durante le lunghe ore di solitudine, sembra non rimanga altro che leggere anche di notte dal tablet retroilluminato un avvincente romanzo investigativo o infilarsi le cuffiette e lasciarsi rapire da qualche brillante conferenza di filosofia di Maurizio Ferraris -il re dell'understatement ironico- o del filologo Luciano Canfora: insondabile pozzo di sapere.
Naturalmente, prima di poter benedire San Youtube che ce le scodella sempre pronte ad ogni ora, bisogna essere riusciti a sconfiggere l'ostilità della rete Wi-Fi dell'ospedale che, con la scusa di essere ancora in fase sperimentale da almeno tre anni, è amichevole quanto i puzzle di Turandot: ” Gli enigmi sono tre; la morte è una “
La rete "areAOSPiti" del Sant'Orsola non è una rete-per-vecchi, decisamente (e neanche per giovani), anche se, alla fine, è stato uno strumento prezioso e di gran lunga il più efficace per far passare il tempo.
La vera e la sola "ora d'aria" però, è stata quella delle graditissime visite dei miei cari, di grande sostegno e molto presenti, anche per una intelligente politica del reparto sugli orari di visita.
Indispensabile, però, al loro arrivo allontanarsi subito dalla stanza, infestata da badanti e parenti altrui, e rifugiarsi su di un divanetto in una saletta di ricevimento o nei grandi corridoi di accesso e raccordo fra i vari reparti. L'attrattiva di questi non-luoghi deriva dalla presenza di personale ospedaliero e di visitatori, insomma di gente a piede libero, non ricoverata e costretta a rientrare nella stanza alla fine dell'intervallo.
Le ore più belle sono state proprio quelle passate a chiacchierare scherzosamente con moglie e figli, ma l'episodio più memorabile è accaduto nella stanza, durante una pausa fra le attività frenetiche delle infermiere, intente a preparare i pazienti allo show del mattino: la rituale visita del drappello di medici e caposala, in coda al primario o, meno pomposamente, in sua assenza.
Uscendo dal bagno per tornare a letto in una bella mattina invernale, guardando verso il finestrone che inondava di sole l'interno, non potei evitare di soffermarmi su di un paziente, solitamente irrequieto e rumoroso, che lasciava penzolare le gambe aperte dalle sponde del letto. Era completamente nudo e stava finendo di arrotolare meticolosamente, come fosse uno spago da riporre nel cassetto di cucina, il tubicino della flebo, dopo essersi liberato anche del catetere. Aveva l'aria beata e soddisfatta di chi ha compiuto l'opera sua e si gode un meritato bagno d'aria e di luce, prima che infermiere e badanti lo scoprano e arrivino a rompere l'incantesimo.

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