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12 febbraio 2017

Alma Mater


  • Hai letto che un'illustre rappresentanza del Gotha universitario si è lamentata pubblicamente che gli studenti non sanno scrivere in italiano?
  • Giustamente! Perdono la speranza di poterlo imparare, almeno da adulti, dai loro studenti nel costruttivo dialogo educativo che coltivano assiduamente.
  • Non ci avevo pensato. Mi veniva in mente, invece, quel famoso dialogo fra due universitari che si incontrano ad un elegante cocktail fra di loro, te lo ricordi?
  • No, com'era?
  • Il primo dice al suo illustre collega accademico:"Ho letto il tuo ultimo libro, non male. Chi te l'ha scritto?"; e il famoso barone gli risponde: "Questo l'ho scritto io, ma a te chi l'ha letto?".
  • Spiritosi, però!
  • Naturalmente, il dialogo è inventato da un ghostwriter che ci campa sull' ignoranza dei propri datori di lavoro: baroni e baroncini.
  • Mi fai ricordare che al liceo io avevo sempre otto in greco perché sapevo l'inglese.
  • Spiegami un po' il concetto che mi risulta piuttosto ghiaioso da digerire al volo.
  • Il mio professore di greco, che stava arrampicandosi nella carriera universitaria, aveva bisogno di pubblicazioni e non trovava niente di più comodo che saccheggiare riviste in inglese ma, purtroppo, non sapeva questa lingua e quindi affidava a me il compito di portargli gli articoli in traduzione.
  • Ma poi, almeno le pubblicazioni destinate a rimpinzare il suo carnet universitario se le scriveva da solo in buon italiano, immagino.
  • Ma vuoi scherzare, a quello pensava una mia compagna di scuola, un tipo ingambissima, piccolina con dei begli occhi azzurri, che gli ha costruito la carriera e, per non perdere la mano, s'è inventata anche quella di suo marito, che poi è diventato professore universitario, a sua volta.
  • E lei?
  • Ha insegnato tutta la vita al liceo e allevato due bambine molto sveglie che erano compagne di scuola dei miei figli.
  • Allora, non ha mai raggiunto il suo livello di incompetenza secondo il Peter Principle...
  • ... e meno male, ti sembra?

26 marzo 2014

Pegno di laurea



Oggi pomeriggio, uscendo dalla biblioteca nell’affollata piazza del Nettuno ho fatto solo pochi passi prima di essere fermato da una bella ragazzina con la regolamentare corona d’alloro delle neolaureate la quale, con un sorriso timido mi ha chiesto se ero disposto ad ascoltarla brevemente. Al mio assenso ha portato alla giusta altezza per leggerlo un fogliettino che era, in sintesi, una sua breve presentazione. Alla fine della lettura mi ha chiesto se ero disposto ad attraversare la strada sotto la sua guida. Mi sono venute subito in mente le storielle sui boy-scout che, per fare la buona azione quotidiana, costringevano riluttanti “vecchiette” ad attraversare la strada, contro la loro volontà.
Al mio “Volentieri, andiamo” mi ha preso sottobraccio e guidato verso un punto trafficato di via Rizzoli, ma prima che ci avventurassimo perigliosamente nel dribbling fra le auto in corsa, siamo stati raggiunte dalle risate e dalle urla allegre del codazzo dei suoi amici che verificavano la puntuale e completa esecuzione del pegno. “Ma cosa fai? Sulle strisce, va ad attraversare sulle strisce. Ma che scout sei?”

laureata

Nel raggiungere docilmente la zebra pedonale, seguiti dal codazzo dei suoi amici, mi son fatto raccontare l’argomento della sua tesi di laurea. Ho finto di conoscere l’argomento per non deluderla; riguardava una banda Nonsochi responsabile di un eccidio Nonsodove. Mentre le dicevo “Ma certo” mi rammentavo del titolo della tesi in istoria della protagonista dello spassosissimo film di Alain Resnais “Parole, parole”. La giovane laureata in istoria, interpretata da Agnès Jaoui, ironizza amaramente sulla sua tesi che riguardava “I cavalieri contadini del lago Baladour”, o simili, che nessuno aveva mai sentito nominare.
Col favore degli dei, del semaforo verde ed il sostegno del codazzo abbiamo attraversato felicemente via Ugo Bassi ed io sono stato libero di tornare indietro facendo il giro largo, per non essere scortese.
Nel rincasare mi tornava in mente quando una bella mattina di  primavera avevo attraversato il centro di Bologna sostenendo una dipinto di tre metri per due, per dare una mano a due ragazzi e una ragazza che avevano troppa roba da trasportare con sole sei mani.  Li avevo accompagnati dall’angolo di Garganelli fino all’Accademia in via Belle arti dove erano diretti per esporre il dipinto, evidentemente. Alla fine del percorso avevo finalmente guardato il quadro trasportato sotto i portici di mezza città. Era un olio in bianco e nero con dei fantasmini spaziali di altri mondi: bello!


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