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14 febbraio 2010

Murales a Comacchio

dom 14 febbraio 2010 Murales a Comacchio

In un sabato di sole, finalmente, ci siamo ritrovati a mangiare al mare nel ristorante abituale, potremmo dire "di famiglia", con il nipotino Alessandro e i suoi genitori. Lungo il percorso di andata, ci hanno condotto nella periferia di Comacchio, in un quartiere di vecchie case popolari dove si trova un lungo murale dipinto sul retro di piccole baracche in muratura, prospicienti un giardinetto spelacchiato. Me ne avevano già parlato, ma non l'avevo ancora visto e mi è sembrato notevole. Naturalmente, l'ho fotografato e inviato a Flickr.
Cliccando QUI o sulla foto sotto potrai vederlo per intero come slide-show.

Murale a Comacchio

Inevitabile, con il sole alto e in asenza di vento, la rituale passeggiata sulla riva del mare, insolitamente azzurro; un bell'azzurro cartolina che si confondeva all'orizzonte con il cielo terso, senza neppure la nuvoletta obbligatoria. La foce del canale era popolata da una colonia particolarmente nutrita di gabbiani, fermi a dondolarsi in chiacchiere e pettegolezzi dopo il pranzo.

gabbiani


In uno dei pochi caffè aperti, il gestore, da solo nel locale vuoto come una bocca affamata, stava facendosi compagnia con la chitarra, senza cantare. Alla nostra richiesta titubante di caffé (era il barista o un gitano di passaggio?) ha concluso il pezzo in corso con un poderoso slego flamenco per venire a servirci il caffè, rinunciando a colpi di tacco, e schiocchi di mano che gli devono essere rimasti in pectore. Sul soffito giravano le pale come in una bodega messicana... per spingere verso terra il caldo soffiato da una stufona appesa al cielo, mi ha spiegato il gitano, dissipando la mia perplessità.

ponte San PietroAl ritorno, siamo ripassati da Comacchio per cavarci lo sfizio di percorrere per la prima volta il nuovo ponte San Pietro che, finalmente, ripristina il collegamento diretto fra la cittadina e le sue valli meridionali, interrotto dal 1999 quando quello vecchio subì un danno e non fu mai più ripristinato.

In una decina di anni ci si poteva aspettare che i pensosi amministratori di Comacchio, ora sotto inchiesta o agli arresti per sospette disinvolture gestionali, tirassero fuori dal cappello, come minimo, un calatrava mignon, invece niente di più di un manufatto massiccio in calcestruzzo e metallo, sollevabile al centro verso l'alto per lasciare passare le imbarcazioni, un bruttone pronta-cassa, dall'aspetto simile a quelli che il genio pontieri monta nella pausa pranzo, tanto per tenersi in esercizio. Sarebbe impietoso qualsiasi confronto con il ponte di legno sul Reno che i legionari di Giulio Cesare completarono in un paio di settimane per avvertire i Germani che, loro, sull'altra sponda del fiume ci andavano e tornavano a loro piacimento.

Ad ogni modo, varcato il ponte, abbiamo ripercorso con piacere, dopo tanti anni, li lungo rettilineo scalcagnato fra le piatte campagne, sottratte alle acque quando la bonifica realizzò la famosa promessa del politico di turno: "... e questi laghi, saranno prosciutti".



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) dom 14 febbraio 2010 Invia un commento all'autore

05 maggio 2009

Quinto mese

mar 05 maggio 2009 Quinto mese

Il 25 aprile scorso è stata una bella giornata; un bel sabato di sole in questo mese piovoso, così ci siamo trovati al mare per festeggiare il compimento del quinto mese del nipotino Alessandro che, per l'occasione, sperimentava allegramente i suoi primi borbottii e vocalizzi.

Come ogni sabato, al Lido degli Estensi, nella contea di Comacchio si teneva il mercatino settimanale di frutta, verdura, chincaglieria varia, scarpe, borse, vestiti e cineserie elettroniche e no. Qui sotto trovi un filmatino in formato flash ricavato dalle foto scattate al volo, mentre gli ambulanti smobilitavano rapidamente, con l'abituale efficienza rilassata, per andare a pranzo all'ora canonica, come tutti.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar 05 maggio 2009 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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03 dicembre 2008

Villa Sorra

mer 03 dicembre 2008 Villa Sorra

Villa Sorra MO

Villa Sorra

Questa è la sintetica illustrazione ufficiale di Villa Sorra, nella campagna modenese, quale appare sul cartello che ne illustra le caratteristiche e la storia. Il parco, ora oggetto di cure e restauri è visitabile piacevolmente in una bella giornata, quando passeggiare sull'erba fuori città è uno spasso.Per vedere una collezione di foto scattate in un fresco pomeriggio novembrino, clicca qui.

28 novembre 2008

Il gorgo di Occhiobello

gio 27 novembre 2008 Il gorgo di Occhiobello

Il 15 novembre scorso, in un bel sabato di sole, dopo alcuni giorni di pioggia e di vento, siamo tornati sul Po ferrarese, dopo aver pranzato al "Ponte rosso" di San Giorgio di Piano, una simpatica trattoria bolognese senza fronzoli, dove si mangia bene secondo la tradizione.
Erano trascorsi esattamente cinquantasette anni da quel tragico 15 novembre 1951, quando il Po ruppe gli argini e allagò l'intero Polesine arrivando fino alle porte di Rovigo sulla sponda sinistra e allargandosi nel ferrarese sull'altra sponda.

L'incontrollata estrazione di metano nei precedenti decenni aveva contribuito, con l'abbassamento del suolo e degli argini (ma non del fiume), a moltiplicare gli effetti disastrosi della piena. Al cordoglio nazionale per i morti ed i feriti, nelle prime ore, e alla commovente gara di solidarietà che percorse l'intero paese, seguì, solo più tardi, la consapevolezza dell'entità del disastro: una catastrofe che cambiò per sempre, non solo la vita delle migliaia di sfollati, ma l'intero equilibrio di un territorio vastissimo che non si è mai più ripreso del tutto. La patria delle nebbie si è spopolata per sempre e ha cambiato faccia. Io avevo nove anni allora, ma ricordo bene i bollettini degli inviati della RAI che si susseguivano ora dopo ora, nel difficile compito di descrivere la vastità dell'esondazione. Allora abitavamo a Roma; capannelli di persone si formavano per strada intorno ai pochi luoghi dove una radio accesa trasmetteva ai passanti in strada i bollettini. La televisione non c'era e neppure le radioline a transistor, che si diffusero solo alla fine del decennio, ma l'evento era così drammatico che tutti cercavano di seguirlo minuto per minuto, con gli scarsi mezzi d'informazione disponibili.

Gorgo sul Po

Gorgo di Occhiobello sul Po

Oggi, a più di mezzo secolo di distanza, in una bella giornata di "normale" piena novembrina, i gorghi che si formarono allora non sono altro che piacevoli specchi d'acqua limpida che rendono impraticabili i parchi commemorativi che ricordano l'alluvione del '51. Il gorgo di Occhiobello, vicino a Ferrara, ma sulla sponda veneta, è l'oggetto della presentazione che propongo ai lettori che desiderino guardarla. Clicca qui o sulla mia foto qui sopra per vederla. La musica che accompagna lo scorrere delle immagini è "Suzanne" di Leonard Cohen.

07 aprile 2008

Santarcangelo di Romagna

mar. 08 aprile 2008 Santarcangelo di Romagna

Come scriveva Cesare Clementini, storico riminese del 1600: “E’ situato S. Arcangelo distante da Rimino sette miglia, sopra un vago e dilettevole colle di quelli che confinano coll’Appennino e d’ogni intorno scuopre città, ville, castella, monti, campagne, mare e fiumi…” ed è così ancora oggi, anche se la presenza di auto parcheggiate nelle strette vie del borgo antico adagiato sul colle Giove è piuttosto spoetizzante e diventa una vera maledizione per il fotografo in cerca di scorci caratteristici.

Santarcangelo di Romagna

Sabato scorso ci siamo tornati a distanza di alcuni anni dal'ultima visita e il simpatico ricordo che ne conservavamo è stato confermato pienamente. In una bella giornata fresca fuori stagione ci siamo ritrovati a camminare piacevolmente quasi da soli per le stradine del borgo che, per fortuna, non è stato sanmarinizzato dal turismo di massa, ma è abitato normalmente da persone che hanno l'aria di viverci bene e dimostrano cura per i fiori e per la pulizia delle strade selciate.

Deludente è il castello, aperto alla visita di pochissime stanze ammobiliate un solo fine settimana al mese. A quanto ci hanno detto è proprietà di un ramo napoletano dei principi Colonna che vive a Posillipo e poco si cura del castello, dopo avere ottenuto fondi europei per restaurarlo. Peccato.

Cordiale, invece, l'accoglienza alla pro loco dove ci hanno fornito indicazioni utili e una buona piantina del borgo antico. La parte moderna, ai piedi del colle non è né meglio né peggio di altre cittadine della zona a parte la simpatica fioritura d'insegne, di lapidi e mattonelle con scritte e disegni spiritosi sulla vita del paese, non la solita malinconica lapide in versi ai caduti di tutte le guerre oppure il bollettino della vittoria del generale Armando Diaz, per intenderci.

Nell'album di foto scattate durante la passeggiata ce ne sono alcune fra le più divertenti, per vedere l'album clicca qui o sulla foto.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar. 08 aprile 2008 Invia un commento all'autore
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02 aprile 2008

Castelvetro di Modena

mer. 02 aprile 2008 Castelvetro di Modena
Una settimana fa, al ritorno da un blitz a Fiorano per una incombenza pratica, abbiamo deciso di tornare a casa per stradine di collina prive di traffico e ricche di curve e di scorci inattesi.
L'album di foto è una raccolta d'immagini scattate dalla stretta strada che porta dal fondovalle al piccolo santuario della Madonna di Puianello e, nuovamente, giù fino a Castelvetro: un piccolo centro della collina modenese che ha saputo attuare un gradevole restauro conservativo.
Castelvetro - Modena

Io ricordavo Castelvetro di Modena com'era nel '966 quando dovevo raggiungerlo quotidianamente in auto da Bologna, anche dopo l'alluvione del 4 novembre che abbatté i ponti di Spilamberto e Vignola sul Panaro. Tutti la ricordano per i danni molto più clamorosi dell'Arno a Firenze.
Era un paese tranquillo con municipio, chiesa, scuole, caffè, sali&tabacchi e un barbiere con cui giocare a scacchi. Quell'anno, la scuola media non aveva aule a sufficienza per i ragazzini del paese e di un vasto circondario, così a me, giovanissimo supplente annuale, toccò la fortuna di un aula ricavata al pianterreno di palazzo Rangoni, di fronte alla chiesa parrocchiale a cui apparteneva. Sulle pareti solo il ritratto incorniciato del vescovo di Modena e, per riscaldarci, una poderosa stufa a legna Becchi con i regolamentari cassettoni ed un lunghissimo tubo precariamente fissato al soffitto.
La porta di accesso all'aula, aperta direttamente sulla piazza,  era la stessa semplice bussola a vetri smerigliati  di un precedente ambulatorio medico trasferitosi chissà dove. Così, capitava che durante le lezioni si affacciasse qualcuno in cerca del medico. L'espressione sorpresa del paziente mancato era sempre accolta con grandi risate dalle bambine di prima media.
Quando il tempo era buono ed il mio orario favorevole, mi portavo dietro il cane che gironzolava libero per il paese prima di venire ad accoccolarsi fuori della porta vetrata, non senza provocare insistenti richieste delle scolare perché lo facessi entrare.
Per mitigare l'austerità eccessiva dell'ambiente avevo lasciato che le ragazzine vi affiggessero manifesti dei loro idoli del momento e, in cambio della cortesia, loro mi avevano portato un bel poster di Marilyn Monroe che avevano appeso alla parete di fronte alla cattedra. Ci eravamo anche costruiti un planisfero ed una bella carta d'Europa con pastelli colorati.  Il risultato assomigliava abbastanza alle carte ufficiali ed era, comunque, meglio di niente.
L'impresa aveva galvanizzato le scolare e l'aula era diventata uno spazio "loro" in cui passavano volentieri la mattina a studiare, finché una brutto giorno abbiamo trovato le pareti spoglie: il ritratto del vescovo era rimasto nuovamente solo.
I bidelli avevano ricevuto dalla sede centrale di Spilamberto l'ordine telefonico della preside, mai vista né sentita, di staccare e buttare via tutto. Un sopruso bello e buono frutto di ottusità, per non dire altro. Il prete, un simpatico ragazzo, padrone di casa e insegnante di religione, era completamente estraneo alla vicenda e sorpreso dell'accaduto quanto noi. Non sapemmo mai di chi o di che cosa avesse avuto paura la preside assenteista.


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27 marzo 2008

Giretto a Brisighella

gio. 27 marzo 2008 Giretto a Brisighella

Brisighella - via degli asini

La via degli asini

Nel primo pomeriggio dello scorso otto febbraio siamo tornati a Brisighella, un centro termale ad una dozzina di chilometri da Faenza nella valle del Lamone in provincia di Ravenna.
La collina faentina è una delle nostre mete ricorrenti per la dolcezza del paesaggio ricco di frutteti e vigneti. e Brisighella è uno dei centri più caratteristici con le tre colline selenitiche sormontate dalla Torre dell'orologio, dal castello dei Veneziani e dalla Chiesa di Monticino.
Celebre è la via degli asini, un tempo percorsa da carri carichi di minerale gessoso delle vicine cave, ora chiuse e trasformate in parco. La via, ora è inglobata nelle case e illuminata da aperture ad arco, come appare nella foto. Con i suoi 7500 abitanti ha l'aria di un paese tranquillo dove è piacevole passeggiare, magari salendo per un sentiero con scale ripide fino alla torre dell'orologio per ridiscendere in paese passando sotto al castello dei Veneziani, ora in restauro. La giornata era fresca e luminosa e scattare qualche foto è stato inevitabile.

Cliccando qui o sulla foto potrai vederne una selezione raccolta in forma di album



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09 marzo 2008

Maremosso

mer. 03 settembre 2003 Maremosso

... dopo la poderosa libecciata di fine agosto il mar ligure era veramente agitato sotto uno splendido sole. Meglio guardarlo da rispettosa distanza:



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Dopo una sobria grigliata di carne (una in due) in un'osteria scelta caso

ven. 17 ottobre 2003 Dopo una sobria grigliata di carne (una in due) in un'osteria scelta caso

Mentre scrivo su di una piccola finestra di Note Tab, continuo a vedere sul brillante schermo LCD la foto di un borghetto vicno al monte delle formiche sull'Appenino bolognese. L'ho scelta come sfondo già da un paio di mesi e penso resistrà ancora.

Si tratta di quattro case e di una torre sulla cima di una collinetta inserita in un paesaggio inequivocabilmente invernale di prati e di alberi spogli. L'ho scattata il 16 marzo scorso, al limitare della primavera astronomica, ma la vegetazione, ignara di calendari gregoriani, manteneva ancora prudenzialmente l'abito invernale, come del resto noi cristiani in gita fuoriporta per una sgranchitina su strade di crinale e sentieri poco battuti, dopo una sobria grigliata di carne (una in due) in un'osteria scelta caso. Quando si avvicina l'una ci si ferma al primo posto che ispiri e sia aperto. Di sabato a pranzo si mangia tranquilli con poca gente e senza rumore o affanno.

La foto scattata da una collina vicina, sovrastante di poco il borghetto, trae la sua piacevolezza dalla difformità armoniosa delle povere case dall'intonaco sbiadito, dalla loro posizione dettata dalla pendenza del declivio e dal commovente scatto d'orgoglio di una torre, del tutto incongrua rispetto alla disarmante umiltà dell'insieme.
Un sabato o l'altro ci tornerò in una stagione diversa, magari con la magia della neve.



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07 marzo 2008

Nudo, si tuffa nell'Adriatico in pieno inverno

sab. 15 novembre 2003 Nudo, si tuffa nell'Adriatico in pieno inverno

Da bambini imparavmo a memoria la tiritera "Trebbia Taro-Secchia&Panaro" per non dimenticare gli affluenti di destra del Po.
E il Reno? Si tuffa solitario nell'Adriatico con una propria autonoma foce. Una sottile ragnatela di strade minori e minime costeggia i suoi alti argini o s'intreccia con il suo corso, sprofondato nello stretto alveo verticale.
Senza essere famoso quanto il confratello germanico, citato da Cesare e da Tacito, ha un suo posto fra gli affetti e, talora, le paure della popolazione agricola che vive sulle sue sponde.

In questa stagione, dispone di una quantità d'acqua dignitosa, ancorché pacificamente melmosa; se fosse il Tevere, ci toccherebbe definirlo biondo, con ineluttabile retorica, ma per fortuna è solo un umile fiume di campagna, anche se lambisce Bologna.

La piacevolezza di seguirne passivamente e lentamente il corso in questa stagione, agganciati dalla tortuosità ipnotica delle stradine deserte in testa d'argine, sta nella dolcezza dei colori caldi dell'insieme, a partire dalle foglie dei pioppi cipressini, degli olmi, dei platani e delle rare querce, per continuare con la scura terra arata, i curatissimi frutteti ed i rossi vigneti. Non ci sono stonature cromatiche, insomma, ma una tavolozza pacata, stemperata dalla nebbia , che rasserena lo spirito.

Nella foto il Reno autunnale nella "bassa" ferrarese



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No man land fra la terra dei laghi e la Lapponia

mar. 03 febbraio 2004 No man land fra la terra dei laghi e la Lapponia

La strada era diritta e, all'apparenza. senza fine. Il terreno collinoso con morbidi dossi e insenature verticali profonde ne lasciava intravedere il tracciato con discontinuità, fino all'orizzonte. Quando fermammo l'auto nella piazzola, avevamo già percorso molti chilometri nelle stesse condizioni, senza incontrare nessuno.

Procedevamo verso nord ovest, a giudicare dalla posizione del sole, ormai piuttosto basso di fronte a noi. La foresta di conifere, che la strada tagliava con una linea retta, appariva silenziosa, ma non cupa e minacciosa come ci era sembrata la Schwartzwald, prima che i fumi corrosivi della Ruhr la deturpassero.

Avevamo già abbandonato la regione dei laghi, ma eravamo ancora molto distanti dalla Lapponia; stavamo attraversando una terra di nessuno che appariva uguale a se stessa, senza alcuna connotazione che la rendesse degna di un nome memorabile e distintivo.

L'aria limpida e i colori, stemperati da una luce priva della drammatica violenza meridionale, creatrice di ombre profonde, scavate nel riverbero abbacinante di tutto il resto, contribuivano al mantenimento di un'atmosfera serena, a dispetto della selvatichezza del paesaggio: una immensa foresta di conifere, senza fine.

Mentre notavamo il silenzio e la innaturale assenza di tracce umane, di animali terrestri o di uccelli, a parte la strada vuota e ben tenuta, un coniglio selvatico si affacciò sul ciglio e, senza particolare circospezione o fretta, l'attraversò, fino a scomparire di nuovo, silenziosamente, nel bosco.

C'era qualcuno, allora.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar. 03 febbraio 2004 Invia un commento all'autore
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04 marzo 2008

La valle del Sillaro

lun. 07 marzo 2005 La valle del Sillaro

Sabato scorso, dopo le abbondanti nevicate, abbiamo risalito la valle del Sillaro: un piccolo fiume appenninico in provincia di Bologna che molti considerano come il confine fra l'Emilia e la Romagna storica.
La valle parte dalla periferia occidentale di Castel San Pietro, noto per le sue terme, e culmina nel paese di Sassoleone a quota 500 metri s.l.m. E' una vallata abbastanza ampia, percorsa da una strada tortuosa che corre a fianco del fiume, meta di appassionati di ciclismo che, in solitario o in piccoli drappelli travestiti di tutto punto da ciclisti, la risalgono mettendo alla prova gambe e fiato sulle salite che si alternano al bassopiano. Ci attendevamo una insolita copertura nevosa e così fu. Colline e calanchi erano bianchi ovunque e gli alberi lungo il fiume e intorno ai borghetti sulle cime dei colli risaltavano, anneriti dal contrasto luminoso, sullo sfondo dando vita ad un paesaggio in bianco e nero.

La padrona del ristorante di Sassoleone, un ambiente familiare annesso al caffè del paese, dove si mangia bene e si beve un buon Sangiovese prodotto in casa, ci confermava che le nevicate di quest'anno sono state più abbondanti e tardive del solito. Ci siamo arrivati all'una e mezza: tardi per le abitudini locali che collocano l'ora del pranzo verso mezzogiorno. Così eravamo completamente soli nella sala del ristorante dove i bambini di casa avevano abbandonato i loro pastelli, album e quaderni su di un tavolo e la sala vicina del caffè era, invece, affollata di paesani impegnati nella briscola o in vena, semplicemente, di chiacchiere.

Sulle pareti del ristorante i soliti brutti dipinti di qualche pittore locale e le foto di viaggio dei padroni: una giovane coppia con due figli in età scolare che preferisce i siti archeologici del Messico alla spiaggia di Gabicce. Anche dai paesini di montagna, un tempo isolati per tutto l'inverno, ci si muove, dunque, e con buon gusto, come testimonia un ritratto di famiglia nel suggestivo spiazzo per la pelota di Chicén Itzà. La cosa ci ha fatto molto piacere e ci ha rallegrato almeno quanto le simpatiche tovaglie stampate con i classici motivi della tradizione romagnola di Gambettola e Sant'Arcangelo sulle quali abbiamo mangiato bene e in assoluta tranquillità.

Le foto che accludo a queste chiacchiere sono montate ad album e ritraggono alcuni scorci della valle del Sillaro dopo le recenti nevicate.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) lun. 07 marzo 2005 Invia un commento all'autore
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03 marzo 2008

Correggio

sab. 17 dicembre 2005 Correggio

scultura a CorreggioOgni tanto ci capita di passare per Correggio. Qualche volta ci fermiamo anche a pranzo, come sempre, a caso. Una volta, durante la bella stagione, ci ha divertito molto la conversazione fra quattro donne sedute ad un tavolo accanto al nostro nella veranda all'aperto: in dialetto e ad alta voce, teneva banco una delle quattro che raccontava come avesse trasformato casa sua in una specie di ristorante per figli e nipoti, molto indaffarati, ai quali, a pagamento, preparava da mangiare ad orari diversi con un'attività quasi professionale. Le quattro pensionate, non certo baby, esprimevano un'energia e un'allegria straordinarie, quasi contagiosa.

Da piccolo durante lo scorcio di vacanze estive che trascorascorrevo a Carpi, Correggio era una meta di sgroppatine in bici, con il pretesto di andare a prendere un gelato. In un gruppetto di amici, facevamo i 18 kilometri assolutamente pianeggianti, ma assurdamente tortuosi, lungo una stradina con pochissimo traffico, quasi una ciclabile in aperta campagna. Oggi tutto il paesaggio è stravolto e quasi irriconoscilbile: il progresso che avanza.

Il corso centrale di Correggio, però, conserva ancora la vecchia pavimentazione con ciotoli di fiume interrotta dalle piste di pietra liscia: una benedizione per i ciclisti, tuttora numerosi. Alcuni interni delle vecchie case sono state restaurate con buon gusto, ricuperando al pubblico passaggio aree cortilive, corridoi e logge, un tempo private. In uno di questi cortiletti di passaggio si trova l'inquietante scultura in legno di cui riproduco la sommità, qui accanto.

La perla della cittadina, un po' più esterna, resta il Palazzo dei Principi, sede della corte dei Da Correggio all'inizio del '500, restaurato con cura dopo un lungo abbandono ed il terremoto che ha colpito duramente l'intera zona nel1996 e nel 2000.

Vale una visita rilassata, sia il bel cortile quadriporticato con un bel leone funerario romano del primo secolo DC, sia il museo al primo piano dove si conservano alcuni arazzi preziosi, acquisiti all'epoca dello splendore della corte dei Da Correggio, e una rara madonna (con il bambino?) mutilata, in teracotta policroma.

Se si ha la fortuna, come è accaduto a noi, unici visitatori di un sabato pomeriggio, di conversare con il giovane custode, cortese, competente e discreto, si gusta ancora di più il materiale esposto. Purtroppo mancano le numerose opere del Correggio che dovevano ornare il palazzo durante il Rinascimento e che ora arricchisco i musei di mezzo mondo.

Alcune foto (correggio.pdf) a corredo di quanto ho scritto



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) sab. 17 dicembre 2005 Invia un commento all'autore
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29 febbraio 2008

Frutteti faentini in fiore

lun. 03 aprile 2006 Frutteti faentini in fiore

colline faentine

Dopo questo lunghissimo inverno, ancora una volta i frutteti sono in fiore
nelle dolci colline faentine di Sarna, fra Faenza, Modigliana e Brisighella

peschi fioriti



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Gita al faro di Goro

sab. 27 ottobre 2007 Gita al faro di Goro

In un bel sabato di ottobre siamo andati a fare un giretto nel delta da Gorino fino al mare, lungo il Po di Goro e le valli circostanti popolate da germani, fischioni, alzavole, aironi cinerini e centinaia e centinaia di gabbiani. La motonave Pricipessa ci ha portato confortevolmente a spasso sul fiume e sui canali che solcano le terre umide più grandi e più belle d'Europa, con buona pace della tanto reclamizzata Camargue. Il segreto di tanta bellezza va cercato, forse, nella mancata pubblicità che ha salvato le vicine valli di Comacchio ed il delta da orde di turisti frettolosi.

Il faro si trova sull'"Isola dell'amore", una lingua di terra selvatica, lunga diversi chilometri e stretta poche centinaia di metri, all'estremità del Po di Goro. La bianca torre che sostiene la lanterna è circondata sul lato occidentale da una bassa costruzione nello stile semplice di tutta "la bassa". Al primo piano c'è un ristorante alla buona, aperto tutta estate, dove si mangia ottimo pesce fresco, cucinato nel modo tradizionale e servito come si deve, senza i disgustosi orpelli che a volte funestano le portate pretenziose dei ristoranti alla moda: cibo mediocre, prezzi salati. A "La lanterna" sotto il faro, invece, si mangia bene al giusto prezzo e dopo pranzo, se il caldo non è scoraggiante, si può fare una passeggiatina digestiva lungo la spiaggia selvatica cosparsa di relitti marini.

Durante la bassa stagione, invece, si può mangiare buon pesce in un ambiente confortevole sulla "Principessa", attraccata all'isola, come abbiamo fatto noi nei giorni scorsi, e godersi ugualmente una passeggiata sui sentieri stretti fra i canneti e le lingue d'acqua, fino al faro e oltre.

Come sia d'inverno lo scopriremo.

Clicca sulla foto del faro oppure qui per vedere una sequenza d'immagini sul Po di Goro.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) sab. 27 ottobre 2007 Invia un commento all'autore
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