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26 agosto 2008

Maratona olimpica

mar. 26 agosto 2008 Maratona olimpica

Quando il raffreddamento ad aria non basta...
è giocoforza ricorrere a quello ad acqua,
come è accaduto durante la maratona della scorsa domenica alle
olimpiadi di Pechino.

05 agosto 2008

Si dimenticano di respirare

mar. 05 agosto 2008 Si dimenticano di respirare

bebeAi tempi dell'Università mi capitò di ospitare nella mia grande casa vuota, in cui vivevo solo con il mio cane, un amico americano che, dopo aver frequentato il biennio di medicina a Bologna, era rientrato a New York per finire gli studi e tornava a trovare la morosa bolognese. Erano parecchi, allora, gli studenti americani, soprattutto ebrei, che non essendo riusciti ad entrare in un college prestigioso a casa loro venivano a studiare da noi e poi, immancabilmente, rientravano "a casa" dopo la laurea. Alcuni bravissimi, fra i quali il mio amico D., riuscivano ad anticipare il rientro a metà percorso, vincendo un'ammissione in uno dei college americani che riconoscevano pienamente gli studi fatti a Bologna.
Era un tipo simpatico, piuttosto piccolo e bruttino, ma molto spiritoso: una specie di Woody Allen, per intenderci, anche lui ebreo nuovayorchese. Fumatore accanito, era assillato da un dilemma insolubile: al risveglio, doveva accendere prima la luce o la Malboro già pronta in pole position di traverso sul pacchetto accanto all'accendino? Non so se con il passare dei decenni abbia preso una posizione definitiva, al riguardo.

Quando lo frequentavo io, parlava un discreto italiano in quanto a lessico e sintassi, ma aveva conservato una pronuncia assassina da film di Stanlio & Olio che rendeva comici anche gli argomenti seri di cui capitava di discutere. Leggendo ieri su RAINEWS la notizia di una bambina prematura salvata da madre e infermiere che con il solletico risvegliavano la bimba, quando i suoi polmoni smettevano di funzionare, mi è ritornato in mente, dopo più di trent'anni, il mio amico D. quando ci raccontava con la sua pronuncia comica che i bambini prematuri muoiono perché si dimenticano di respirare.

E' proprio vero, a quanto pare, quello che forse D. non sapeva è che basta fare loro delicatamente il solletico ai piedini perché se ne ricordino, come fanno tutti i bimbi nati dopo i canonici nove mesi.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar. 05 agosto 2008 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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20 maggio 2008

Talebani anti-plastica

mar. 20 maggio 2008 Talebani anti-plastica

Oggi, all'uscita dal ristorante sotto le due torri (quelle autentiche che durano da secoli), sono passato nel negozietto accanto dove vendono oggetti di tutti i tipi al prezzo di 99 centesimi. E' un posto simpatico e ben gestito dove la varietà della merce spazia dai fiori ai portacchiavi, dalla cancelleria alla piccola utensileria e molto altro. L'attrattiva più interessante non è data dalla enorme varietà, ma dal fatto che si rinnova continuamente, anche seguendo i ritmi stagionali: i capelloni di paglia da pittrice open air al posto dei berretti da neve di maglia, per esempio.

Il personale che si avvicenda alla cassa e che rinnova la merce sugli scaffali, tutto rigorosamente nostrano, è molto efficiente e, cosa ancora più rara ormai, simpatico. Insoma vale un giretto di cinque minuti, anche senza comprare nulla, godendosi le chiacchiere rapide, ma rilassate degli avventori alla cassa.

Oggi riscuoteva i soldini un signore con i capelli bianchi, un tipo cordiale, un simpatico da tutta la vita che, con il passare degli anni, non si è spento o inacidito. Al mio turno mi ha chiesto, come agli altri che mi avevano preceduto, se gradivo una sportina di plastica. Al mio grazie, mi ha chesto se era un grazie sì o un grazie no. Approfondendo al volo l'argomento ho saputo che esitono i GRAZIE NO! ideologici, di quelli che non vogliono proprio contribuire alla catastrofe del pianeta accettando un sacchettino di plastica: il demonio inquinatore.

Ripensandoci, mentre tornavo a riprendere la moto, in larga misura fatta di plastica (sia benedetta la sua leggerezza), mi è sembrata una storia fantastica. I due oggetti che ho comprato oggi per un euro e 98 centesimi, sacchetto compreso, sono un piccolo monumento alla duttilità, efficienza ed economicità della plastica di cui io sono da sempre un gratissimo estimatore. Si tratta di un robusto astuccio per alloggiare ordinatamente 40 cd, al riparo da polvere e graffi ed in pochissimo spazio, che avrà ragione dell'ingombro e del disordine attuale dei cd sparsi nei ripostigli dell'automobile e di quattro attrezzi da cucina leggeri, silenziosi e delicati sui rivestimenti di teflon di padelle e tegami.

oggetti di plastica

Quando sento gli anatemi di questi nuovi taliban anti-plastica non posso evitare di pensare ai pesantissimi secchi di ferro zincato che si tenevano fra le ginocchia durante la mungitura o per pescare l'acqua dal pozzo: un solo secchio pieno era il massimo trasportabile a due mani da un bambino come me, sempre che il percorso fosse breve.
Ricordo anche una notte insonne, da ragazzo ad Amsterdam, funestata per ore dal frastuono delle operazioni di scarico delle gabbie di ferro da dodici bottiglie di vetro del latte. Solo chi non ha vissuto prima della rivoluzione che la plastica ha introdotto, silenziosamente e umilmente, nella nostra vita può demonizzarla rifiutando ipocritamente un sacchettino per trasportare gli oggetti di plastica che ha appena comperato.

Come sempre, bisogna evitare gli eccessi e gli abusi. E' intollerabile l'inutile prevalenza in peso o costo delle confezioni di medicinali, piccoli oggetti, alimenti e bevande. Insomma, anche con la plastica non bisogna esagerare, ma per raddrizzare il timone non servono i fondamentalismi ideologici e i vade retro satana di questi improvvisati salvatori del mondo. Demonizzare è sempre stata una brutta abitudine e tale rimane anche se applicata ai poveri sacchettini da un grammo.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar. 20 maggio 2008 Invia un commento all'autore
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13 maggio 2008

In caso di squalo...

lun. 12 maggio 2008 In caso di squalo...

...ficcagli un dito nell'occhio. A quanto leggo sulle news di Yahoo!, un giovanotto australiano di 36 anni, mentre faceva il bagno a 80 metri dalla sua spiaggia preferita nell'Australia occidentale è stato attaccato da uno squalo bianco di quattro metri, inizialmente scambiato per un innocuo delfino. Morso ad una gamba, ha avuto la prontezza di infilare un dito in un occhio del pesce che lo ha prontamente lasciato.

Nel caso mi capitasse un'avventura del genere, mentre faccio il bagno sul selvaggio Adriatico occidentale, ora so cosa fare.

squalo

La bella foto di uno squalo è tratta dall'album di mathetdjam su Flickr



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) lun. 12 maggio 2008 Invia un commento all'autore
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18 aprile 2008

Effetto farfalla

ven. 18 aprile 2008 Effetto farfalla

Attrattore di LorenzLeggo sulla Stampa on-line di oggi un interessante articolo in ricordo di Edward Norton Lorenz, morto ieri a 90 anni. Il celebre meteorologo è il padre della teoria del caos, ora applicata ad una schiera di fenomeni ben più vasta della meteorologia, che spiega la difficoltà estrema di giungere a previsioni meteorologiche attendibili, a dispetto della fittissima rete di stazioni di rilevamento e dei potentissimi calcolatori dedicati alla elaborazione dei loro dati, secondo modelli matematici sempre più raffinati.

La teoria di Lorenz (Deterministic nonperiodic Flow), divulgata giornalisticamente con la fortunata frase: "il battito d’ali di una farfalla in Brasile può scatenare una tempesta in Texas" è comunemente citata con la formuletta sintetica "effetto farfalla".

Curiosamente la rappresentazione grafica del modello matematico a cui Lorenz diede il nome di «attrattore strano», tipico dei fenomeni non lineari, è quello di due complicate spirali che assomiglia proprio alla forma di una farfalla stilizzata, come vedi qui a destra.



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17 aprile 2008

Una legna non fa fuoco

gio. 17 aprile 2008 Una legna non fa fuoco

Una legna non fa fuoco
due legne ne fan poco
tre legne focherello
quattro legne fuoco bello

All'ora giusta, Luisa entrava nella stanza, apriva la finestra e annunciava l'ora e il tempo: "Buongiorno. L'è bele set or. A ghe fred. Incò a siga i melvistì. St'atenti: a ghe dal gias, per tera." Sembrava che fosse il tempo ad obbedire alle sue parole. Evocava i giorni, uno dopo l'altro, distribuendo come si conviene le giornate di nebbia, quelle di sole e di pioggia, secondo ritmi e scadenze immutabili, consolidate in millenni di vita contadina e rispecchiate dai proverbi. In cucina, il banchetto mattutino di pane secco e sbriciolato radunava i passeri del circondario sul davanzale di marmo della finestra vicina alla stufa, già accesa da tempo. Il grande tavolo quadrato era apparecchiato a metà, con tovaglie ricamate a punto croce che si usavano solo per la colazione. Fra le due finestre, il pendolo con la lancetta dei minuti soggetta alla legge di gravitazione universale più che al contingente imperio degl'ingranaggi, segnava un'ora approssimativa, poco più precisa dell'ombra del sole, ma adeguata ai ritmi di vita.
La grande tazza di ceramica senza manici, pronta per il latte, bollente sotto lo strato di panna, era sempre la stessa, come il piccolo tagliere con il pane secco tagliato in piccoli cunei irregolari, molto più grandi di quelli destinati ai passeri. Il vasetto di marmellata nera di amarene, brusche e squisitissime, e la caffettiera colma e fumante completavano l'apparecchiatura. Mentre mangiavo la zuppa di caffè e latte, quasi sempre arrivava l'uovo sbattuto con lo zucchero, spumoso e pastoso come panna montata. Le varianti alla "colazione" erano rare e se ne discostavano di poco, con giusta ragione.
A volte un panino francese croccante e leggero, ancora tiepido di forno o un pezzo quadrato di stria con il sale grosso in superficie e qualche briciola di ciccioli secchi o gli avanzi di gnocco fritto, tagliato a rombi, da intingere di punta nel caffelatte o nella cioccolata fino a riempirne la bolla maestosa che ne attestava la perfezione.

gnocco fritto


Solo il giorno di capodanno anche i bambini potevano avere un mezzo bicchierino di Sassolino in cui intingere una fettina di spongata, dura di mandorle e canditi, e coperta da uno strato compatto di zucchero a velo.
"Et magnè a basta? ...alora, va mo là, e fa a mot."



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Cartongesso

mer. 16 aprile 2008 Cartongesso

arabia- … carbon gesso?
- No cartongesso, con il T, come cartone
- Ah, col T, avevo capito che fosse col B come Arabia.
- Cosa c’entra l’Arabia col cartongesso?
- Se non lo sai tu, io non l’avevo mai sentito nominare prima. E a cosa servirebbe, poi, questo cartongesso, fuori dall’Arabia?
- Per fare i muri, principalmente.
- E secondariamente?
- Certe cose hanno solo un uso principale, come il sapone per lavare.
- Mai dato il sapone a un cassetto scorbutico per farlo scorrere meglio?
- Hai ragione, però non ho mai sentito di qualcuno che, invece, ci abbia messo il cartongesso, anche se teoricamente…
- … o ipoteticamente…
- Sì anche ipoteticamente. Non si può mai dire con questi materiali nuovi. Magari scaldato o sbriciolato, chissà che proprietà ha.
- Però sbriciolare un muro per far scorrere un cassetto non mi sembra una gran mossa, neanche ipoteticamente.
- Infatti; praticamente non lo fanno mai, almeno qui da noi.
- E in Arabia?
- Be’ loro hanno già la sabbia pronta, mi meraviglierebbe che si mettessero a sbriciolare il cartongesso con tutta la grazia di dio che hanno sotto i piedi.
- Dici che adoperino la sabbia per far scorrere i cassetti?
- Non credo, sono nomadi; i cassetti e soprattutto i cassettoni sono poco adatti da caricare sui cammelli.
- Io non ci sono mai stato, ma su questo sono d’accordo con te.
- Perché su cosa non sei d’accordo, invece.
- Su niente teoricamente, ma in pratica potrebbe presentarsi un’occasione per non essere del tutto d’accordo, un giorno o l’altro.
- indovinoFammi indovino che ti farò ricco.
- Lo farei subito se fossi capace. Credi che non lo farei? Poi converrebbe anche a me, per diventare subito ricco.
- E’ solo un modo dire.
- Insomma se ti facessi indovino tu non mi faresti neanche ricco? Non posso crederlo.
- Ti farei ricco di sicuro. Te l’ho promesso e io sono uno di parola.
- Anche questo è solo un modo di dire, allora.
- No, no è un modo di fare. Dì di no. Ti ho mai mangiato la parola, che tu sappia?
- Che io sappia no, ma non ti posso mica stare dietro col fiato sul collo , giorno e notte, per vedere se sei di parola. Sarebbe indelicato.
- Meglio soli che male accompagnati, ma chi trova un amico trova un tesoro.
- Specialmente se il suo amico è un indovino che lo farà ricco.
- Sì, va bene, però smettiamola di parlare sempre di soldi.



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15 aprile 2008

Paloma blanca

mar. 15 aprile 2008 Paloma blanca

Lapland"Una paloma blanca como la nivea"
"Nieve, vorrai dire."
"E’ più blanca della nivea, possibile?"
"No, ma è bella blanca, come la nostra neve"
"Non tanto blanca, allora"
"E’ spagnolo"
"… avessi detto esquimese; gli spagnoli sono come noi: mangia pane, bevi vino"
"Questo è vero, però la Spagna è più vuota di noi"
"Ti piace il pieno?"
"E’ il fitto che non mi piace"
"Questo è vero, eppure c’è un mucchio di gente che lo cerca; pensa a Rimini"
"…s’un si pigia, un ci si diverte"
"L’hai sentito a Rimini?"
"No a Siena"
"Hai cambiato argomento, allora"
"Hai ragione, m’hai fatto venire in mente il Palio"
"Bellissimo, per andarci una volta m’è toccato di rubarmi la macchina"
"La tua?"
"Sì, m’ero scordato le chiavi in tenda all’isola d’Elba e la macchina era a Piombino"
"E come hai fatto, allora?"
"Con un coltello esquimese col manico di betulla"
"In un modo o nell’altro gli esquimesi c’entrano sempre"
"E’ vero. Chissà come fanno, che sono così pochi?"
"Pochissimi, la seconda volta che sono stato dalle loro parti non se ne vedeva uno, poi d’improvviso ne ho visti sei o sette compresi dei bambini, sembravano zingari, dai vestiti e dalla confusione che facevano"
"Che non fossero proprio zingari, di quelli ce n’è ancora"
"L’ho pensato anche io, ma eravamo nella Lapland"
"Allora erano Lappòni"
"Credevo che si dicesse Làpponi"
"T’è capitato di ascoltare quei sistemi di lettura computerizzata? Sbagliano tutti gli accenti"
"Come gli stranieri; magari fanno un bel discorso logico, proprio come noi, ma sbagliano gli accenti."
"E’ il particolare che ti frega, diceva sempre mio padre"
"E’ vero, come in quei film di spionaggio dove va tutto liscio, anche delle faccende impossibili, poi, per una sciocchezza, li scoprono e li mandano in Siberia"
"Quella sì che è bella vuota. C’è un buco immenso, un cratere, ma non di un vulcano, di un meteorite, e non se n’erano nemmeno accorti"
"Ma pensa, da noi se il Vesuvio tornasse a fare il matto, altro che Pompei ed Ercolano stavolta"
"E’ vero, lì sì che c’è un bel fitto, a proposito"
"Ormai non ci si passa più. Se posso, Napoli la schivo. Preferisco andar giù per l’Adriatico"
"Bello, specialmente d’inverno, quando torna verde e limpido anche dalla nostra parte, come in Dalmazia"
"Hai visto quanti zingari?"
"… e tutti con dei macchinoni lunghi da qui a là. Dove li prenderanno poi…"
"Per strada: mors tua, vita mea"
"Mah? Una volta facevano i calderai e i mercanti di cavalli: andavano in giro per le campagne a rappezzare e stagnare caldaie e paioli di rame, adesso la polenta si fa in cinque minuti nella pentola a pressione"
"E viene buona"



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13 aprile 2008

Pausa pranzo

dom. 13 aprile 2008 Pausa pranzo

  • bicchieriScrivere una lettera che preannunci l'intervista
  • Chiarire bene che lo scopo è fare un'indagine
  • Un intervistatore solo. L'altro, eventuale, assiste in rigoroso silenzio
  • Cominciare l'intervista a registratore spento e assicurare
    l'anonimato prima di accenderlo
  • 45-75 min. NO MORE

La pizza, bella al momento dell'atterraggio sul tavolo, era stata deludente; sopraffatta dal gusto di un prosciutto anemico e mal disposto restava a ingombrare metà del piatto. Sboconcellata, fredda, quasi repellente. Ci sarebbe voluto un ragazzo in gita scolastica per arrivarci in fondo.
Dietro la grande vetrina di plexiglass con le fiamminghe di melanzane, pomidoro gratin e asparagi fuori stagione galleggia la nuova barista fra bottiglie e bicchieri appesi a testa in giù come sulle navi. Si muove come una sirena a mezzobusto, asciugando e lucidando con un tovagliolo verde i bicchieri. Quello del nocino, sul tavolo, è ormai vuoto. E' quasi efebica, ma femminile nelle movenze. Sorride fra sé. A cosa pensa? E' giovanissima, pallida, con i capelli troppo neri. L'ombelico, a tratti scoperto dalla maglietta bianca, sottile e scollata, distrae lo sguardo dai piccoli seni aggressivi. Il flou dei vetri di plastica che la separano dalla sala non giova ai suoi lineamenti giovanili. Quasi sommersa dal brusio degli avventori, una radio lontana parla fra rumori spaziali o da flipper. L'ascolta solo lei, forse.
Al tavolo di fronte, bancari in uniforme grigia si attardano in pettegolezzi di lavoro sovrastati da pennacchi vegetali dai colori improbabili a lambire il soffitto e da altrettanto improbabili trofei di pesca fra anticaglie da rigattiere che ostentano una polvere secolare. "La quattrostagioni? Buon appetito." Il cameriere sardo in camicia bianca, magro oltre ogni moda, fruscia fra i tavoli al rimorchio di una cravatta nera di lutti dimenticati.
I due fratelli gestori rimpallano con alterna disinvoltura la loro euforica pinguedine napoletana fra gli angusti passaggi. Una fontanella a fungo perpetua la sua cascata sghemba sui pesciolini rossi, indifferenti al tesoro di monetine portafortuna sul fondo della vasca.
La pipa tira bene. Fuori dai vetri una mandria di motorini allineati al freddo attende il ritorno del padrone. Sintomi e cascami del Natale incombente assediano ogni angolo risparmiato dal traffico. Baracche invereconde sotto ogni arco di portico di fronte alle vetrine più eleganti scoraggiano qualsiasi velleità di passeggiata. "Post prandium, lento pede...", ma non è proprio il caso. E' troppo presto per rincasare e sfuggire al calpestio incessante dei compratori di doni e al ruggito rauco degli autobus.
Non resta che riparare di nuovo al secondo piano nell'ufficio vuoto e quasi buio dove veglia il computer in attesa. Un colpetto sul mouse e lo schermo si rianima dalla pausa-pranzo: "Defrag completato".



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07 aprile 2008

Santarcangelo di Romagna

mar. 08 aprile 2008 Santarcangelo di Romagna

Come scriveva Cesare Clementini, storico riminese del 1600: “E’ situato S. Arcangelo distante da Rimino sette miglia, sopra un vago e dilettevole colle di quelli che confinano coll’Appennino e d’ogni intorno scuopre città, ville, castella, monti, campagne, mare e fiumi…” ed è così ancora oggi, anche se la presenza di auto parcheggiate nelle strette vie del borgo antico adagiato sul colle Giove è piuttosto spoetizzante e diventa una vera maledizione per il fotografo in cerca di scorci caratteristici.

Santarcangelo di Romagna

Sabato scorso ci siamo tornati a distanza di alcuni anni dal'ultima visita e il simpatico ricordo che ne conservavamo è stato confermato pienamente. In una bella giornata fresca fuori stagione ci siamo ritrovati a camminare piacevolmente quasi da soli per le stradine del borgo che, per fortuna, non è stato sanmarinizzato dal turismo di massa, ma è abitato normalmente da persone che hanno l'aria di viverci bene e dimostrano cura per i fiori e per la pulizia delle strade selciate.

Deludente è il castello, aperto alla visita di pochissime stanze ammobiliate un solo fine settimana al mese. A quanto ci hanno detto è proprietà di un ramo napoletano dei principi Colonna che vive a Posillipo e poco si cura del castello, dopo avere ottenuto fondi europei per restaurarlo. Peccato.

Cordiale, invece, l'accoglienza alla pro loco dove ci hanno fornito indicazioni utili e una buona piantina del borgo antico. La parte moderna, ai piedi del colle non è né meglio né peggio di altre cittadine della zona a parte la simpatica fioritura d'insegne, di lapidi e mattonelle con scritte e disegni spiritosi sulla vita del paese, non la solita malinconica lapide in versi ai caduti di tutte le guerre oppure il bollettino della vittoria del generale Armando Diaz, per intenderci.

Nell'album di foto scattate durante la passeggiata ce ne sono alcune fra le più divertenti, per vedere l'album clicca qui o sulla foto.



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02 aprile 2008

Castelvetro di Modena

mer. 02 aprile 2008 Castelvetro di Modena
Una settimana fa, al ritorno da un blitz a Fiorano per una incombenza pratica, abbiamo deciso di tornare a casa per stradine di collina prive di traffico e ricche di curve e di scorci inattesi.
L'album di foto è una raccolta d'immagini scattate dalla stretta strada che porta dal fondovalle al piccolo santuario della Madonna di Puianello e, nuovamente, giù fino a Castelvetro: un piccolo centro della collina modenese che ha saputo attuare un gradevole restauro conservativo.
Castelvetro - Modena

Io ricordavo Castelvetro di Modena com'era nel '966 quando dovevo raggiungerlo quotidianamente in auto da Bologna, anche dopo l'alluvione del 4 novembre che abbatté i ponti di Spilamberto e Vignola sul Panaro. Tutti la ricordano per i danni molto più clamorosi dell'Arno a Firenze.
Era un paese tranquillo con municipio, chiesa, scuole, caffè, sali&tabacchi e un barbiere con cui giocare a scacchi. Quell'anno, la scuola media non aveva aule a sufficienza per i ragazzini del paese e di un vasto circondario, così a me, giovanissimo supplente annuale, toccò la fortuna di un aula ricavata al pianterreno di palazzo Rangoni, di fronte alla chiesa parrocchiale a cui apparteneva. Sulle pareti solo il ritratto incorniciato del vescovo di Modena e, per riscaldarci, una poderosa stufa a legna Becchi con i regolamentari cassettoni ed un lunghissimo tubo precariamente fissato al soffitto.
La porta di accesso all'aula, aperta direttamente sulla piazza,  era la stessa semplice bussola a vetri smerigliati  di un precedente ambulatorio medico trasferitosi chissà dove. Così, capitava che durante le lezioni si affacciasse qualcuno in cerca del medico. L'espressione sorpresa del paziente mancato era sempre accolta con grandi risate dalle bambine di prima media.
Quando il tempo era buono ed il mio orario favorevole, mi portavo dietro il cane che gironzolava libero per il paese prima di venire ad accoccolarsi fuori della porta vetrata, non senza provocare insistenti richieste delle scolare perché lo facessi entrare.
Per mitigare l'austerità eccessiva dell'ambiente avevo lasciato che le ragazzine vi affiggessero manifesti dei loro idoli del momento e, in cambio della cortesia, loro mi avevano portato un bel poster di Marilyn Monroe che avevano appeso alla parete di fronte alla cattedra. Ci eravamo anche costruiti un planisfero ed una bella carta d'Europa con pastelli colorati.  Il risultato assomigliava abbastanza alle carte ufficiali ed era, comunque, meglio di niente.
L'impresa aveva galvanizzato le scolare e l'aula era diventata uno spazio "loro" in cui passavano volentieri la mattina a studiare, finché una brutto giorno abbiamo trovato le pareti spoglie: il ritratto del vescovo era rimasto nuovamente solo.
I bidelli avevano ricevuto dalla sede centrale di Spilamberto l'ordine telefonico della preside, mai vista né sentita, di staccare e buttare via tutto. Un sopruso bello e buono frutto di ottusità, per non dire altro. Il prete, un simpatico ragazzo, padrone di casa e insegnante di religione, era completamente estraneo alla vicenda e sorpreso dell'accaduto quanto noi. Non sapemmo mai di chi o di che cosa avesse avuto paura la preside assenteista.


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27 marzo 2008

Giretto a Brisighella

gio. 27 marzo 2008 Giretto a Brisighella

Brisighella - via degli asini

La via degli asini

Nel primo pomeriggio dello scorso otto febbraio siamo tornati a Brisighella, un centro termale ad una dozzina di chilometri da Faenza nella valle del Lamone in provincia di Ravenna.
La collina faentina è una delle nostre mete ricorrenti per la dolcezza del paesaggio ricco di frutteti e vigneti. e Brisighella è uno dei centri più caratteristici con le tre colline selenitiche sormontate dalla Torre dell'orologio, dal castello dei Veneziani e dalla Chiesa di Monticino.
Celebre è la via degli asini, un tempo percorsa da carri carichi di minerale gessoso delle vicine cave, ora chiuse e trasformate in parco. La via, ora è inglobata nelle case e illuminata da aperture ad arco, come appare nella foto. Con i suoi 7500 abitanti ha l'aria di un paese tranquillo dove è piacevole passeggiare, magari salendo per un sentiero con scale ripide fino alla torre dell'orologio per ridiscendere in paese passando sotto al castello dei Veneziani, ora in restauro. La giornata era fresca e luminosa e scattare qualche foto è stato inevitabile.

Cliccando qui o sulla foto potrai vederne una selezione raccolta in forma di album



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio. 27 marzo 2008 Invia un commento all'autore
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