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06 maggio 2009

Wolfram Alpha

mer 06 maggio 2009 Wolfram Alpha

Mentre molti media se la spassano parlando del secondo divorzio di Berlusconi, mi sono divertito ascoltando in podcast la conferenza di Stephen Wolfram in cui presenta Wolfram Alpha, il «motore computazionale della conoscenza», introdotta da un sintetico pezzo di Luca De Biase su Il sole 24ore.
Il 49enne fisico americano ha cercato di mostrare cosa si potrà fare con il suo nuovo motore di ricerca, di spiegarne l'ambito di lavoro e la filosofia di progettazione. La conferenza di un paio d'ore è interessante e merita di essere integrata con un ulteriore ascolto di stralci esemplificativi (vedi qui sotto)i in cui, in modo piuttosto sgranato e illeggibile, si vedono le schermate che Wolfram Alpha spara sullo schermo in risposta alle domande digitate a mo' di esempio da Wolfram stesso durante la conferenza. Per certi aspetti, si può, pertanto, collocare questo lavoro nel filone del “web semantico” che sta raccogliendo tanto interesse fra gli sviluppatori del web di domani, ma non è solo questo.
Alle fine del giro, la cosa che mi è risultata più chiara è che non si tratta certo di un concorrente di San Google e simili, ma si propone di rispondere a domande in ambito scientifico, prevalentemente, "calcolando al volo" la risposta, fondandosi sulla vasta base di dati in possesso del sistema e su di un ambiziosissimo motore di calcolo che si sforza di "capire" i dati che possiede per metterli in relazione fra loro e rispondere "a tono" al quesito a cui è sottoposto, mentre i motori di ricerca attuali non fanno che selezionare "alla cieca" i dati, grossolanamente pertinenti, che corrispondono al termine ricercato.

Wolfram ha raccontato che sono trascorsi una ventina d'anni da quando ha iniziato a lavorare all'idea e alla sua realizzazione e ha sostenuto, inoltre, che il motore sarà disponibile a tutti noi mortali fra poche settimane; inutile dire che la curiosità d'interrogare il cervellone è notevole. Vedremo.
La complessità del problema è tale da suscitare una certa prudenza, ricordando anche i miliardi di dollari spesi in ricerche sull'intelligenza artificiale con miserrimi risultati e, ad altro livello, il clamoroso flop del PROLOG, un linguaggio che doveva soppiantare negli anni '80 i linguaggi di programmazione del tempo (e di oggi) grazie alla sua intelligenza che, ancora una volta, si fondava su di un motore inferenziale capace di interagire con i dati in suo possesso e "imparare" in base ad una logica di prova/errore: quella stessa che tutti noi usiamo quando impariamo a lasciare stare la braci roventi, dopo esserci scottati le dita una prima volta.

Vada come vada, tutta la mia ammirazione ad un uomo che ha tentato di realizzare un progetto così ambizioso e utile per l'intera umanità, invece di perdere il suo tempo alla ricerca di popolarità a tutti i costi, circondato da belle gioie plaudenti alla sua eterna giovinezza.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mer 06 maggio 2009 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

05 maggio 2009

Quinto mese

mar 05 maggio 2009 Quinto mese

Il 25 aprile scorso è stata una bella giornata; un bel sabato di sole in questo mese piovoso, così ci siamo trovati al mare per festeggiare il compimento del quinto mese del nipotino Alessandro che, per l'occasione, sperimentava allegramente i suoi primi borbottii e vocalizzi.

Come ogni sabato, al Lido degli Estensi, nella contea di Comacchio si teneva il mercatino settimanale di frutta, verdura, chincaglieria varia, scarpe, borse, vestiti e cineserie elettroniche e no. Qui sotto trovi un filmatino in formato flash ricavato dalle foto scattate al volo, mentre gli ambulanti smobilitavano rapidamente, con l'abituale efficienza rilassata, per andare a pranzo all'ora canonica, come tutti.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar 05 maggio 2009 Invia un commento all'autore
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17 aprile 2009

Viole di Pasqua



Oggi solo viole e violette, ma niente violini. La traccia audio del filmato, che ho inserito su Youtube e puoi vedere qui sotto anche a pieno schermo, è infatti: "Moliendo cafe", un'allegra musica sud-americana che gli autori, per loro misteriose ragioni, hanno associato alla macinatura del caffè. I fiori delle immagini si trovavano, nel periodo pasquale 2009, in uno dei cortili interni del Museo di arte medievale in via Manzoni a Bologna. La giornata era ventosa e i leggeri petali si muoveano e stropicciavano più di quanto mi sarebbe stato gradito mentre li fotografavo, tamen... ecco i risultati.

15 aprile 2009

Antichi tesori dalla Corea

mar 14 aprile 2009 Antichi tesori dalla Corea

Ritratto coreanoNel bel museo d'arte medievale di Bologna è in corso una piccola mostra preziosa di antichi dipinti, ceramiche e libri coreani.
Da tempo soffro di qualche insofferenza per le mostre acclamate che attraggono il pubblico dei mostraioli a tempo pieno che, a quanto pare, le frequentano tutte, come fosse un obbligo morale non perdersene una. Così asseriscono studi recenti sul pubblico dei frequentatori di mostre: sono sempre gli stessi, pare.
In altre parole, il crescente numero di mostre che si organizzano nelle nostre città non ha prodotto un significativo e progressivo allargamento della base dei frequentatori, come speravano gli organizzatori, al punto che il rischio di un flop è molto maggiore oggi di quanto accadesse qualche anno fa, quando le mostre erano molte meno.
Dodici bar nella stessa strada non fanno fortuna, dice il saggio, se i bevitori di caffè sono sempre gli stessi quattro gatti del circondario, anche se sono disposti ad innervorsirsi trangugiando una dozzina di caffè al giorno.

Ritratto coreanoDetto questo, la mostra "Antichi tesori dalla Corea" che resta aperta fino al 24 Maggio 2009 in due salette all'interno del museo medievale vale la pena di una visita, a parer mio. Ci sono preziosi dipinti su seta di alti dignitari coreani del passato, elganti ceramiche e incredibili libri composti con eleganti caratteri mobili metallici, stampati sette secoli prima che Gutenberg componesse a Magonza la sua "Bibbia a 42 linee".

Dagli splendidi ritatti e dalle poche ceramiche traspare un'amore per la profondità e una cura per la perfezione che commuove, anche perché risulta impossibile non paragonarla alla superficialità frettolosa di tanta arte nostrana contemporanea. Molto interessante anche il nastro sull'artigianato coreano contemporaneo, proiettato su di un normale televisore in una terza saletta con una dozzina di sedie che la modestissima presenza di pubblico (anche a Pasqua e pasquetta) rende fruibile confortevolmente.

Spassoso, infine, il piccolo laboratorio aperto gratuitamente al pubblico, dov'è possibile fabbricarsi con le prorie mani una xilografia su carta di riso, scegliendo fra alcune matrici antiche e pennelli, inchiostri, tamponi e grembiuli moderni, incoraggiati da uno dei simpatici e cortesi volontari che custudiscono l'intera mostra.
Il cortile interno su cui si affaccia la mostra è ornato di bellissime viole del pensiero dai colori vellutati.
Bravi!

Peccato soltanto che il nastro sull'artigianato non sia in vendita e la mostra non sia documentata in rete se non con una scarna paginetta. Per questa ragione, ieri sono tornato a documentare per conto mio il tutto (seppure condizionato dal divieto di usare il flash) e lo rendo disponibile attraverso Youtube a chiunque lo gradisca. Clicca qui sotto per vedere direttamente il filmato sulla mostra, anche a pieno schermo.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar 14 aprile 2009 Invia un commento all'autore
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02 marzo 2009

Homo erectus

lun 02 marzo 2009 Homo erectus

Homo erctusAncora una volta ci toccherà di retrodatare la presenza della specie umana sulla terra, come ormai sta capitando frequentemente, a memoria mia, e con sempre minor sorpresa. Siamo molto più "vecchi", insomma, di quanto si credesse quando frequentavo il liceo e studiavo per la prima volta questi argomenti. In Kenia, infatti, è stata trovata in questi giorni una chiarissima impronta fossile di Homo erectus databile ad un milione e mezzo di anni fa, ora più ora meno.
Si tratta ancora una volta di una impronta soltanto, mentre di mani e piedi in ossa&ossa non si trova traccia perché, spiegano i paleontologi, le propagini estreme degli arti umani sono molto gradite ai carnivori che se le sgranocchiano allegramente leccandosi i baffi e, una volta spolpate, non lasciano ai futuri studiosi che un mucchietto di ossicini facilmenti disperdibili o polverizzabili, neppure buoni per una partitina agli astragali.

Benché io mi sia occupato di tutt'altro in vita mia, mi rallegro sempre di questi eventi ripensando ad un personaggio bolognese conosciuto in gioventù: il vecchio archeologo e paleontologo dilettante Fantini che ripagava con pari, se non maggior disprezzo gli scienziati accademici di allora, sostenendo che erano dei bigotti, miopi, incapaci di riconoscere l'antichità della specie umana per paura di dover scoprire che l'uomo primitivo aveva le scaglie sulla schiena, in barba a divine immagini e somiglianze.
Parlava un armonioso bolognese cittadino con i tipici tasselli d'italiano, inseriti come ridondanze ornamentali del concetto già espresso icasticamente in dialetto. Ricordo che chiamava lìncei, con l'accento ritratto sull'i, gli accademici del tempo che non riconobbero mai, a suo dire, il merito di sue scoperte archeologiche nelle campagne bolognesi, quando dopo le piogge più dilavanti partiva alla caccia di selci, frecce e fossili di ogni genere.

Altro che "lìncei", diceva, quei tromboni non vedono oltre la punta del loro naso. Le scoperte recenti lo avrebbero fatto gongolare, se non avesse già da tempo intrapreso il suo personale processo di fossilizzazione. Io me la godo al posto suo, come quei figli che hanno votato comunista per tutta la vita, al posto del padre partigiano ammazzato dai tedeschi.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) lun 02 marzo 2009 Invia un commento all'autore

30 gennaio 2009

Una sì, due no, secondo Google

ven 30 gennaio 2009 Una sì, due no, secondo Google

Ho scaricato la versione più recente di Google Earth per il quale ho da sempre una grande ammirazione ma, questa volta, con qualche riserva in più. Come avranno notato tutti quelli che usano questo strumento per guardare il nostro pianeta dall'alto come un'aquila o come un astronauta, a piacere, le immagini disponibili oggi hanno una definizione molto migliore anche delle "periferie" dell'impero americano, da sempre privilegiato e non solo nelle grandi aree urbane.

Interessanti, ma ancora suscettibili di grandi miglioramenti, sono le ricostruzioni virtuali di alcune città o di alcuni monumenti soltanto. Mi sono fatto un giretto "in auto" per Las Vegas che si presta molto a questo tipo di ricostruzione con raffinati modelli geometrici quasi realistici e mi è bastato per constatare che non è rimasto in piedi quasi più nulla degli edifici strampalati che avevo visto di persona nel '92. Fedele allo spirito del Lunapark, a Las Vegas "tutto si crea, tutto si distrugge" e con una rapidità quasi paragonabile a quella delle grandi feste rinascimentali delle sfarzose corti italiane o francese. Dietro i mascheroni architettonici che ospitano le accanite vedove, incollate giorno e notte alle slot machines, non c'è la mano di Leonardo o di Vattel e fatalmente il pacchiano spopola, ma il risultato è ugualmente spassoso, per i miei gusti.

A San Francisco, anche limitandomi a downtown, mi sono perso, mentre mi sono trovato a mio agio usando lo street view di Google maps, in una passeggiata per Beacon street a Boston: all'apparenza immutata dopo 16 anni. A questo punto, mi è venuta voglia di farmi un giretto per le strade di casa. Prima constatazione: la street view non è disponibile per Bologna; per ora ci si deve accontentare delle mappe tradizionali, ora migliorate e, volendo, integrate dalle immagini stellitari. Ora i nomi delle strade sono più leggibili e muoversi virtualmente per la città è molto più facile che in passato, ma la sorpresa viene passando a Google hearth.

Con uno slancio di generosità, è stato deciso di arricchire la sola vista satellitare con una ricostruzione virtuale degli edifici principali che si affacciano su piazza Maggiore, delle "sette chiese" di santo Stefano e delle "due torri", notriamente il simbolo di Bologna, insieme con la fontana del Nettuno del Giambologna, famigliarmente chiamato "il gigante" dai bolognesi e proprio qui viene il bello.

Delle due torri è stata virtualizzata solo quella degli Asinelli (la più alta) lasciando la Garisenda allo stato di ombra quadrata sul terreno e del Nettuno, neppure l'ombra. Se si aggiunge che, invece. sono state virtualizzate e quindi svettano sulla piatta immagine satellitare due torri praticamente sconosciute e, in realtà, praticamente invisibili nel dedalo del tessuto urbano medievale, il risultato è veramente comico, per non dir altro. Una ricostruzione più superficiale e maldestra nei confronti dei simboli della città era difficile da ottenere e ci ricorda che Google è pur sempre americana e rimane fedele alla linea tenuta sempre dai produttori di filmoni storici, dove qualche legionario romano con l'orologio al polso non stona con l'accuratezza e la fedeltà storica di tutto il resto.
In futuro migliorerà, però, c'è da scommeterci e di questo attivismo fattivo, seppure grossolano, dobbiamo essere grati agli strateghi di Mountain View.


15 gennaio 2009

Falce Martello Cilindro Mantello

gio 15 gennaio 2009 Falce Martello Cilindro Mantello

  • Falce e martello
  • Cilindro e mantello
  • Forchetta e coltello
  • Tavolozza e pennello
  • Tocca a te o a me?
  • A me, credo.
  • Comincia tu, allora.
  • A guerra finita, sui casolari di campagna le prime a sparire furono le scritte propagandistiche a caratteri cubitali, imposte dal regime. L'aratro traccia il solco, la spada lo difende fu una di quelle cancellate con due o tre mani di calce più in fretta e con la maggiore soddisfazione dai contadini che ne avevano subita l'oltraggiosa presenza sulle loro case, senza averne mai capito il senso: quando mai i solchi, avevano richiesto una difesa armata, una volta tracciati? e con la spada, poi. Qualche bella schioppettata nel sedere, con la doppietta caricata a sale, ai furbacchioni che vendemmiavano di notte nelle vigne altrui, quella sì, era ben spesa.
    Ma poiché il vizio di pitturare i muri con le scritte è duro da perdere, non tardarono ad apparire i "W LA PACE", spesso accompagnati, a rafforzare il messaggio, da "AA LA GUERRA" con incertissime W rovesciate, assenti perfino dagli alfabeti più cirillici del mondo. I raffaelli notturni, che frettolosamente abbellivano i casolari ad altezza d'uomo, non solo non erano dei virtuosi del pennello, ma avevano più dimestichezza con la zappa che con l'ortografia, le GURRA sbavate e con un'orizzontalità incerta erano più la norma che l'eccezione. Fatale il discredito e la derisione che gli strafalcioni procuravano agli autori, seppure anonimi, da parte di lettori di opposte convinzioni politiche.
    Con un colpo di genio, nelle cellule di partito furono approntati degli stampini di cartone o di latta traforata da appoggiare al muro e da riempire con pochi veloci e infallibili colpi di pennello. Il risultato del blitz pittorico parlava un linguaggio inequivoco: quello iconico. Così, rapidamente, i casolari si fregiarono di sempre più numerosi simboli 'falce e martello', dal significato inequivocabile agli occhi degli analfabeti e degli stessi professoroni, che non ebbero più materia per il loro dileggio e smisero di ridere nello stesso momento in cui cominciarono a preoccuparsi della loro sorte. Tocca a te, ora.

falce Martello.jpg

  • E non era una preoccupazione infondata. Correva voce di depositi di munizioni e di armi bene oliate, distribuite strategicamente sul territorio in grotte e scantinati, ben nascoste, ma pronte a sbocciare come viole di primavera sui cigli dei fossi e ad imbracciarle sarebbero state braccia e spalle temperate da decenni di soprusi e angherie, subite e sopportate in attesa del momento buono, quello del trionfo della giustizia proletaria, la rivoluzione, insomma, come in URS, che in italiano vuol poi dire Russia. Andare in giro in 'cilindro e mantello', magari ostentando un elegante bastone di ebano con un pomo d'argento raffigurante una testa di levriere, era passato di moda, meglio lasciarlo nell'atrio a fare compagnia ad ombrelli, bombette e pagliette per tutte le stagioni.. Continua tu.
  • Una tenuta sobria appariva più appropriata e consona ai tempi, anche a chi non portava il cappotto rivoltato e i calzoni rattoppati con pudichi rammendi 'invisibili'; nelle città le macerie erano alte come colline e le poche case rimaste in piedi erano stipate di sfollati costretti a condividere lo stesso alloggio: spesso una sola camera per famiglia, una cucina in comune e il gabinetto fuori, nel ballatoio o sulle scale. Apparecchiare la tavola tutti i giorni con forchetta e coltello e, in mezzo, un piatto non vuoto non era un'impresa da poco per molte famiglie che cercavano di mascherare una dignitosa povertà, ripetendo puntualmente il rito del pasto, anche se polenta e saracca o brodini di verdura comparivano in tavola troppo spesso e il pollo arrosto con patate al forno e pane bianco era un lusso da concedersi solo alla festa, e non sempre. A te, ora, concludere.
  • Abituate allo spreco, le generazione allevate a merendine e a scartare il prezioso grasso bianco del prosciutto crudo, stentano a credere che al tempo dei loro nonni fosse questa la realtà diffusa in un paese prostrato da guerre e miseria e ingiustizie secolari, quando con quattro spennellate furtive si dipingevano falce e martello sui muri di campagna, sperando in un cambiamento rivoluzionario della vita che portasse in tavola fra forchetta e coltello un piatto fumante di pasta, per tutti e tutti i giorni.
    Per loro, tavolozza e pennello sono gli strumenti di artisti raffinati che esprimono il loro talento su tele pregiate in loft luminosi, in attesa di raccogliere il successo nelle gallerie d'arte, fino a raggiungere la consacrazione televisiva, denaro a fiumi e la licenza di pavoneggiarsi in pubblico con cilindro e mantello come dandy d'altri tempi.
  • Bravo! Sei riuscito ad infilare tutte le quattro coppie nel paragrafo conclusivo. D'ora in avanti dobbiamo farlo sempre, secondo te?
  • Io direi che continuassimo a fare come sempre.
  • Come ci pare, vuoi dire?
  • Appunto.

Se il gioco ti è piaciuto, vedi anche " Cargo cardo sardo tardo"



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio 15 gennaio 2009 Invia un commento all'autore
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05 gennaio 2009

The education of Henry Adams

lun 05 gennaio 2009 The education of Henry Adams

Ho letto con curiosità che la famiglia Obama si è insediata in questi giorni all'hotel Hay-Adams di Washington D.C. in attesa di trasferirsi fra un paio di settimane nella vicina Casa Bianca. Si tratta di un albergo storico costruito in stile rinascimentale italiano, almeno nelle intenzioni dell'architetto americano che lo progettò, che, caso insolito, prende il nome da due illustri ospiti che lo abitarono: John Hay, segretario privato di Abraham Licoln e suo segretario di Stato e diHenry Brooks Adams storico e scrittore americano, pronipote e nipote del secondo e del sesto presidente degli Stati Uniti.
Henry AdamsDi Hay poco m'importa, mentre Adams mi è particolarmente caro per la sua autobiografia The education of Henry Adams che, ai tempi dell'università, mi piacque al punto da proporla, come argomento della mia tesi di laurea, al compianto professor Carlo Izzo che ne fu piacevolmente sorpreso. In Italia era un libro pressoché sconosciuto nel 1964, così ebbi occasione di trascorrere un mese per studiare quanto si trovava in Europa sullaEducation nella prestigiosa British Museum Library a Londra, a quel tempo aperta a studiosi anche internazionali, dietro presentazione di credenziali e garanzie dell'istituzione di provenienza, nel mio caso l'Istituto di studi anglo-americani dell'Università di Bologna.

British museu library

A parte il cibo, consumato frettolosamente in un vicino Wimpy o in un Golden Egg, una catena di fast-food scomparsa senza rimpianto, fu un mese piacevolissimo trascorso sulle confortevoli postazioni di cuoio blu dove si potevano lasciare i libri aperti dalla mattina alla sera, anche durante la veloce pausa pranzo o la velocissima pausa-pipa.

Completai la rassegna delle pubblicazioni su H. Adams con una supplementare sosta a Roma di un paio di settimane nella silenziosa biblioteca del centro studi americani, durante un'estate caldissima, priva del celebrato ponentino, tanto favoleggiato quanto assente. La sera la passavo allegramente in terrazzo sotto la buganvillea con i miei genitori, allora vivi, pimpanti e affettuosamente contenti della mia presenza nella loro casa a Monte Sacro.

Alla fine dell'estate, su H. Adams ne sapevo più del diavolo e, per fortuna, più lo conoscevo più mi era simpatico e trovai che nella sua autobiografia c'erano chiari indizi della sue simpatie, non dichiarate esplicitamente da lui e sfuggite ai sui biografi e critici, per il buddismo zen che sicuramente doveva aver avvicinato durante i suoi viaggi di giramondo e che io, proprio in quel periodo, stavo esplorando solo librescamente, su sollecitazione di mia madre, allora molto presa dalla pittura giapponese e dalla filosofia che la sosteneva.

Così, rileggendo oggi del temporaneo trasferimento della famiglia di Barack Obama nell'hotel che fu residenza di H.A. fino alla morte per suicidio di sua moglie che si favoleggia vi si aggiri tuttora da fantasma nei freddi giorni invernali, mi è capitato di fare un tuffo in memorie ormai sbiadite da decenni, ma ancora gradite al loro inatteso riaffiorare.

Chissà che in uno di questi giorni freddissimi, a completare il tuffo nel passato, non si materializzi improvvisamente il volume polveroso dell'Education of Henry Adams, volandomi addosso da uno degli scaffali più alti e dimenticati, nel rispetto delle migliori tradizioni dei fantasmi di buona famiglia.

Le tre foto rappresentano l'hotel Hay-Adams, un ritratto di HenryAdams e l'interno della British Museum Library

01 gennaio 2009

In cilindro a Capodanno

gio 01 gennaio 2009 In cilindro a Capodanno

Il Capodanno gli era passato vicino come un brivido leggero, quasi inavvertito, ma per il resto stava bene, come sempre. Un sospetto gli era venuto vedendo qualcuno per la strada con un cilindro lucido in testa, cappotto nero e papillon bianco al collo, ma niente di straordinario, in definitiva: per fortuna qualcuno continuava a vestirsi come dio comanda.

Lo stupivano di più i ragazzi con i calzoni di tela blu stracciati (apposta?) sulle ginacchia. Poverini, sembravano sempre così assorti con le loro cuffiette nelle orecchie: mai un attimo di respiro per guardarsi in giro senza pensieri in testa, come avrebbero diritto di fare tutti i ragazzi del mondo. Studiavano forse, ripassavano la lezione, probabilmente. Per fortuna i cani in strada sembravano sempre gli stessi, tutti concentrati a scoprire nuove tracce lasciate in giro dagli amici del quartiere e da passanti spudorati e sconosciuti, irrispettosi del territorio.

conigli dal cilindro

La nevicata era stata leggera, ma i tigli, completamente spogli, erano diventati una meraviglia: un merletto bianco sullo sfondo di un cielo che tentennava ancora fra il grigio e l'azzurro.
Il giornalaio era chiuso, dubitò che un lutto grave lo avesse colpito, ma nessun avviso confermava, per fortuna, l'ipotesi funesta. Entrò nel solito caffè per chiedere lumi, con il pretesto di un cappuccino ed un croissant salato. Il giornalaio? no, niente di grave, era chiuso come sempre a Capodanno. Rassicurato tornò a casa, a palazzo Braschi, diceva lui, a mangiare una mezza melina e due noci con il pane: bisognava fare festa, allora.

19 dicembre 2008

Gatto, topo, cavallo

ven 19 dicembre 2008 Gatto, topo, cavallo

  • Gatto, topo, cavallo Cvallao òàè@ì
  • ...e allora?
  • Niente, sono vent'anni che uso queste stupide parole per verificare un nuovo indirizzo e-mail e il correttore ortografico
  • ...e quando ti ritorna bello integro sei soddisfatto?
  • Proprio così.
  • E cos'altro potrebbe succedere?
  • Niente. Potrebbe non tornare indietro nulla.
  • Questo è più interessante. Dove si disperdono gli e-mail perduti, secondo te?
  • Questo non la sa nessuno. Oltre al cimitero degli elefanti, ci dev'essere quello degli e-mail perduti.
  • Dove potrebbe essere?
  • Ci ho pensato molte volte. Dovrebbe essere un luogo incorporeo, ma capiente.
  • Un pozzo senza pareti e senza fondo, allora.
  • Sapresti disegnarlo?
  • Occorrerebbe una matita senza punta.
  • Non l'ho più. Spuntata, non funzionerebbe, immagino.
  • No, infatti.
  • Ho paura, allora, che resteremo senza il tuo capolavoro.
  • Non te la prendere, non potrei farlo in nessun caso: sono capace di disegnare solo dal vero.
  • In questo caso basterebbe una foto, ti pare?
  • Sarebbe sicuramente più realistica.
  • Pensi che dovremmo usare gl'infrarossi?
  • Buona idea. In questo modo potremmo distinguere la posta fresca da quella stagionata.
  • Perché gli e-mail appena arrivati sono più freschi, secondo te?
  • No, più caldi. Dovrebbero essere roventi per la caduta libera dentro al pozzo.
  • Come i meteoriti quando entrano nell'atmosfera.
  • E' inevitabile.
  • Allora, scusa sai, ma se il pozzo fosse abbastanza profondo, si disintegrerebbero.
  • Sicuramente.
  • Ma sappiamo che il pozzo è senza fondo.
  • Giusto. Allora, abbiamo risolto il mistero degli e-mail perduti.
  • Perfetto! Non ci avevo mai pensato, ma è inevitabile che sia così: si disintegrano. Quanti topi, gatti e cavalli ho disintegrato, allora, in vent'anni.
  • Sì, ma a tua insaputa, ora non insistere però.

17 dicembre 2008

Troppo tardi

mer 17 dicembre 2008 Troppo tardi

Era troppo tardi per partire, ma restare sembrava ancora peggio e tertium non datur. O no?
Si trattava
di trovare il modo per salvare la pelle, con una bella pensata, all'altezza della situazione. Non è che fosse proprio certo che l'ordine di eliminarlo fosse già stato emesso, né tanto meno che fosse stato stabilito quando, come e chi dovesse eseguirlo, ma gli era bastato sapere che lo avevano inserito nella lista dei sospetti per capire che era ora di cambiare aria in fretta, o meglio ancora, subito. Dove andare, però? e soprattutto, come fare ad abbandonare la casa senza essere visti e seguiti. Senza "partire", insomma".

Come inizio di un racconto poliziesco non gli sembrò molto originale, ma. al momento, non sapeva dove andare a parere e la sua esperienza lo portava a non sopravvalutare l'importanza del PRIMO incipit. Importante era solo l'ultimo incipit, quello definitivo, da piazzare all'inizio a racconto finito, quando, finalmente avrebbe saputo come si erano svolti i fatti e, soprattutto, come era andata a finire la storia. Per il momento, era importante cominciare a scrivere, poi, con un po' di fortuna, si sarebbero fatti vivi i personaggi e anche l'ambientazione avrebbe cominciato ad apparire con un blow up progressivo, come accadeva alle veccchie stampe in bianco e nero immerse nella bacinella di sviluppo

Riguardo ai personaggi aveva una teoria ben radicata; bisognava lasciarli respirare, che si muovessero a loro piacimento, insomma, si sentissero liberi e dessero fondo alle loro risorse, se ne avevano. Solo quando rischiassero di scappare fuori dalla storia li riprendeva con una tiratina di briglie, altrimenti, trottassero pure a loro talento. Questo ragazzo (era un ragazzo?), che sembrava così mal messo, avrebbe dovuto muoversi in fretta, se era proprio vero che gli stavano con il fiato sul collo per ammazzarlo. Lui li conosceva i suoi aguzzini, o almeno credeva di sapere chi fossero, mentre lo scrittore ne era completamente all'oscuro: se la sbrigasse da solo, dunque, e se non era in grado di cavarsela neppure nelle prime righe, morisse pure, come tanti altri personaggi nati morti. Per saperlo, bastava aspettare.

Non disponendo di gallerie sotterranee, come nei vecchi castelli e neppure di una più modesta uscita posteriore, meno in vista del portone d'ingresso, illuminato platealmente, non gli restava che il travestimento, qualcosa di credibile, però, non la solita barba finta, cappello calato sul muso e occhiali scuri.
Optò per la platealità: tacchi vertiginosi, gonna lunga e stretta con spacco inguinale al centro, calze a rete, boa di struzzo viola, trucco da professionista dell'adescamento stradale, parrucca rosso fiamma e borsetta roteabile. Nell'atrio, quasi si scontrò con un cassiere di banca e prode coinquilino che non lo riconobbe affatto e lo guardò con l'aria costernata di chi vedeva la schiuma del malcostume dilagante lambire, ormai, la sua benpensante magione.
Rinfrancato da quel primo test superato a pieni voti, si buttò con baldanza esagerata sul marciapiedi, ancheggiando sui tacchi madornali fino al parcheggio semi-buio, dove lo aspettava l'utilitaria anonima con la quale buttarsi nel traffico demenziale verso una meta da definire, ma lontana di lì, quando cinque colpi ben assestati al corpo e un sesto finale alla testa, chiarirono i suoi dubbi: la sentenza definitiva era stata emessa. Quando doveva essere eseguita? ora. Dove? lì. Chi la doveva eseguire? due tangheri che sapevano sparare.

Prima di morire, raro privilegio, fece in tempo ad ascoltare la sua orazione funebre: "L'ho ammazzato volentieri 'sto pervertito. Lo sapevi tu che era anche un finocchione?"
"No; ma c'è poco da meravigliarsi: non c'è più religione al giorno d'oggi"

14 dicembre 2008

Uno Stetson a tre punte

dom 14 dicembre 2008 Uno Stetson a tre punte

Cappelli '800

tricornotricornoUna bella mattina si svegliò sicuro che per stare proprio bene al mondo avrebbe dovuto trovare il suo cappello a tre punte: un bel cappello a tre punte. Siccome però non era una bestia selvatica, decise di parlarne prima con gli amici. Andò in piazza, prese un caffè e si guardò d'attorno: pochi cappelli in giro: qualche vecchio con un feltro unto, qualche ragazzino con il berrettino a visiera e, soprattutto, molte teste mezze pelate o normalmente capellute e spettinate. Su una bici da corsa, passò anche un ragazzo (da dietro sembrava più una ragazza) travestito da ciclista, con tanto di caschetto a striscie di cuoio imbottite, tipo coppi-bartali. Decise che non faceva per lui.

Il primo a cui parlò della sua idea, gli ricordò come non avesse mai portato un cappello in vita sua, da quando si era potuto togliere l'odioso pignattino di tela che gli avevano imposto le maestre giardiniere per andare in ispiaggia durante le vacanze al mare in "colonia". Pioggia, neve o tempesta, tutti l'avevano sempre visto a testa scoperta.
Un altro gli chiese se per caso non gli fosse rimasto a frullare in quel testone vuoto un qualche film in costume, magari con moschettieri rampanti su cavalli coraggiosi e belle dame da salvare. Il più silenzioso, si lasciò strappare di bocca: "Un tricorno? ma non fare il Pitagora fuori stagione!" che lasciò tutti di stucco.
Dopo mezz'ora di cretinate, divaganti sui sette mari e i quattro continenti (o erano solo tre anche loro?), dopo l'evocazione partecipata di negre favolose mezze nude, sterminate con i bambini in braccio da flemmatici soldati inglesi vestiti di pesante panno blu, comandati da generali in tricorno piumato e di Napoleone, che in barba alla sua mania di conquistare il mondo intero, si era accontentato di un cappello a due punte soltanto, come una gondola rovesciata, la situazione emerse in tutta la sua drammatica chiarezza: occorreva uno sforzo solidale per trovargli 'sto maledetto cappello: tutti per uno, uni per tutto, come Dartagnan.

cappellaioQui veniva il difficile, però. L'ultimo capellaio del paese aveva chiuso bottega da anni e, poveretto, anche la sua ultima saracinesca l'aveva tirata giù da un pezzo. Della vedova non c'era da fidarsi troppo, nel ramo cappelli: donna di chiesa, niente da ridire, imabittibile rimbeccatrice di santamariamaterdei al rosario, ma in bottega non valeva niente, neanche ai bei tempi e neppure in cucina o a letto, stando alla sentenza dei bene informati.
Da Pirelli-Sport, più che qualche cappello di tela mimetizzata da pescatore non si poteva pretendere e l'armaiolo teneva solo cappelli tirolesi con lo scopino infilato nel nastro: un solo modello, una sola misura, un solo cappello, prendere o lasciare. Di cercarlo da un costumista teatrale non venne in mente a nessuno, perché il teatro non aveva mai messo radici in paese e i patiti dell'opera, nelle grandi occasioni, dovevano affrontare un viaggio fino a Milano o, almeno, fino a Parma per potersi sfogare come dio comanda. Loro però, i cantanti li vedevano già incartati nei loro costumi e pronti a cantare sul palcoscenico; chi li avesse prima vestiti in parrucca e borsa era un mistero che non avevano mai sondato: a ognuno il suo mestiere.

Strologando, strologando alla fine venne fuori che c'era una sola strada maestra da seguire: bisognava lasciare a casa la macchina e prendere il treno come si faceva una volta nelle grandi occasioni, che, in altre parole, voleva dire andare a Modena con la littorina, sull'unica linea che passava per il paese, quella che nella direzione sbagliata andava anche a Mantova, da non nominare neanche.

cappelliTutti c'erano già andati molte volte, chi più chi meno e, anche se erano più pratici del foro boario che delle botteghe vicino al duomo, decisero che era venuta l'occasione per tornarci, senza aspettare la fiera del bestiame. Bisognava partire dopo mangiato: un sabato dopo pranzo si poteva tentare l'avventura; bisognava essere almeno in tre, più il muto che aveva fatto la prima commerciale e qualcosa doveva pur sapere, se solo si fosse deciso a parlare.

Le mogli non furono contente, ma chi era il padrone di casa? se avevano deciso di andare, era così e basta e il sabato successivo le avrebbero portate anche loro, ma in macchina, stavolta, e sarebbero andati anche a caffè a mangiare il gelato, seduti in piazza, e poi al cine.

Sul treno fecero il piano di battaglia: appena smontati, bisognava chiedere al capostazione, quello con la paletta, il fischietto ed il berretto rosso dove si compravano i cappelli e i berretti seri come il suo, insomma dove si trovava il cappellaio più importante, con la migliore reputazione, dal quale farsi consigliare per un acquisto, senza badare a spese.

cappelleria

Tom MixSi chiamava Barbetti, ma era più conosciuto come Borsalino, lui e la sua famiglia erano cappellai fin dai tempi del duca o anche prima. Trovarlo? Facilissimo, era dov'era sempre stato: sotto il portico del Collegio, a meno di duecento passi dal duomo: domandassero a chi volevano, lo conoscevano tutti: teneva di tutto, anche i cappelli da vescovo, con licenza parlando, per trovare di meglio bisognava andare a Roma dal cappellaio del papa in persona, e poi chissà se era meglio davvero?
Trovarlo fu facile, come aveva garantito il capostazione; dall'insegna di ferro e dalla vetrina di vecchio noce scolpito si capiva subito che tutto quello che avevano sentito era vero fino all'ultima virgola: altro che fino dai tempi del duca, quella bottega lì doveva avere almeno cent'anni.

Entrarono tutti tre come un sol uomo, lasciando il muto fuori a fumare il toscanello, tanto non gli avrebbero cavato una parola di bocca. Dentro c'erano cappelli appoggiati in fila su scaffali chiusi da vetri, come vasi di uno speziale e altri in giro di tutte le fogge, calzati su teste di manichino, come fossero parrucche. Rimasero a bocca aperta davanti a tanta grazia di dio, finché non arivvò la frase fatidica, che li commosse come se si fossero trovati protagonisti di uno sceneggiato televisivo: "In cosa posso servirli?". Valeva la pena di fare il viaggio e tutto il resto solo per quel momento.
Imbarazzati, spiegarono che erano venuti proprio per comprare un cappello, sì uno solo, ma erano venuti in tre perché si trattava di un tricorno, non il solito cappello da contadino, ma si affidavano completamente alla sua esperienza, insomma facesse lui per il meglio e cosi fu.

Quando il muto li vide finalmente uscire trionfanti, come se avessero vinto un terno al lotto, ruppe il silenzio per una delle sue frasi storiche: "Ma cosa fai, coglione, con il cappello bianco di Tom Mix in testa: sembri un fungo appena spuntato. Bravo! Per rompere un digiuno durato cinquant'anni, volevi, a tutti i costi, un tricorno da milord inglese e ti sei fatto rifilare un avanzo di magazzino da vaccaro americano. Bravo! proprio bravo e ci scommetto che l'avrai anche pagato un occhio della testa."

cappello di Tom Mix


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